Spazio per la realtà

 ⋯ Non mancava molto, anche se la strada fatta di lastre di sassi, era in salita e pedonale. C’erano solo vasi di fiori davanti alle case e molte, come quella di Chiara -che ormai era a tiro di baionetta – avevano la chiave fuori la porta. Beh, io veramente, la chiave in quella porta non la vedevo e tanto meno riuscivo a distinguere ancora se le finestre erano aperte; era Julián che mi diceva questo – e io mi fido – perché riusciva a vedere anche senza guardare, come difatti me l’aveva detto mentre era girato dalla parte opposta della casa e salutava a due suoi amici che tre sere prima erano rimasti senza benzina e Julián, poco volentieri, si rifiutò generosamente di spingere quel cartoccio.
– Siete riusciti allora a mettere in moto il tagliaerba? – diceva Julián a quei due che non avevo mai visti in vita mia.
Uno era Antonio, perché si rivolse così Julián, ma non lo conosco. L’altro, il bassottello, in un primo momento pensavo che era Chucho, ma non era ne il luogo ne il tempo perché Chucho potesse avere quella scenografia e meno ancora quel compagno come Antonio, che potrei dire – dopo chiedo conferma a Julián – che è uno sfaticato e ci tiene poco alla pulizia. Pensate, che quando si stavano avvicinando, prima di incrociarci, avevo visto da lontano una barba lunga e bianca; poi, da vicino non aveva un pelo in faccia e neanche sulla calotta cranica. Il mio problema è che non vedo molto bene da lontano e le poche volte che sono al giro con Julián mi sento bene perché lui non ha bisogno di vedere: tanto vedono gli altri – così mi dice lui – e le informazioni vanno oltre alle semplici e triplici dimensioni; lui vede tutte le istantanee registrate dalle varie fonti – scartando quelle da video sorveglianza – da tutti i possibili occhi organici che catturavano la luce e, in questo gruppo, fa una ulteriore selezione scartando i registri dagli occhi vecchi, per difetto di visione e da quelli diversamente vedenti, cioè che si aiutano con gli occhiali. Una volta ottenute queste informazioni, le filtra e le classifica: quelle umane, cioè quelle catturate dagli esseri umani – non tutti, ma solo quelli che presumono di essere esseri umani – ci fa una commedia perché schianta dalle risate, fidandosi dal resto delle creature viventi che i grilli, sicuramente, non ce l’hanno in testa. Ma anche se sa le vere informazioni, Julián usa quelle della umana commedia perché solo con le commedie puoi interagire con gli umani; invece con il resto della natura si deve assolutamente lasciar perdere tutta la commedia, perché per la natura tu sei semplicemente un funzionario della tua specie, non è che si può far diversamente come facciamo tra di noi per divertirci e ridere delle altrui disgrazie. Julián mi stava contagiando con tutti questi suoi pensieri che trovavo sempre in contrasto ma era il contrasto quello che faceva distinguere o mettere alla luce una realtà al neon, fluorescente – fatta di gas – e non la sua ma la nostra, giacché la sua non conteneva uno spazio per la realtà – realtà poi, classificabile entro le nostre capacità d’interpretazione – Julián cercava di sostantivarla come irreale ma la parola irreale era molto imprecisa per avvicinarsi e sfiorare la sua interpretazione senza avere incubi. Era questo il problema che dopo che sei con Julián, non sei più lo stesso o, meglio, sei un altro e non perché Julián ti cambia – Julián non ha nessun potere – perché non c’è modo di non stravolgersi dopo che uno se lo va a cercare, avendo anche i requisiti per ignorarlo.
Ormai ero quasi arrivato ma mi sono fermato per aspettarlo. Si era fermato con loro e si stavano salutando.
– Alo, alo movite, che il sol magna le ore! – era un modo come un altro per dire qualcosa… avevo sentito dire così una volta da una signora anziana
– Sta calmo ragazzo! Ma che te corre dietro quarcheduno?
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