Estremi rimedi da un male non estremo

 ⋯ La porta era socchiusa e la chiave fuori la porta non c’era; magari serviva a Lucio, il compagno di Chiara, per andare in cantina giù di sotto, dall’esterno.
– Si può? – chiesi come per segnalare la nostra presenza. Dopo qualche istante insisto – Ci sei Chiara?
– È in cantina. Chi sei? Sei Sergio? – La voce di Lucio trapassava le pareti in pietra.
– Si. C’è anche Julián con me – Risposi a Lucio a voce alta perché era di sopra.
– Ammazza! Siamo al completo… – ci salutava così, di spalle, scendendo dallo scaleo appoggiato alla botola per arrivare in mansarda.
Due anni prima, per via della pericolosità della scala, ho dato una mano a tagliare in due quella massiccia scala in legno, creando un piano a metà – di un metro quadro – per evitare eventuali cadute mentre si scendeva dalla mansarda, come difatti successe una sera a Federica che cadette rovinosamente brasandosi non solo la guancia e tutto l’avambraccio destro ma anche l’inguine per via della corda annodata di sostengo che s’infrenò tra le gambe nella scivolata, e quella sera aveva la gonna. Gli infermieri, che sono arrivati dopo che Lucio aveva telefonato, ci guardavano male. Pensavano che noi si faceva qualche festicciola particolare con additivi da loro ignoti. Ma ho fatto notare che non solo era malridotta l’inguine, tutta rossa in parte, ma anche la guancia sinistra che invece doveva essere quella di destra, altrimenti non si spiega come un braccio destro rovini tutta la faccia della sinistra – comunque è sempre stato per colpa di un movimento reazionario che la sinistra non abbia mai decollata. Dopo, la stessa Federica ci aveva chiarito la dinamica della caduta. Come sempre, più distratta di una mosca schiacciata, non ci ha detto cosa teneva con la destra mentre si teneva con la sinistra la corda per scendere; ma scendeva di corsa per far vedere alla Chiara, dal suo telefonino, la foto di gruppo che aveva fatto quando nacque suo figlio, ancora unto dal liquido amniotico. Io non c’ero quella sera, ma la foto è di un mal gusto enorme; a parte i due scemi che erano dietro la Federica che ancora nessuno dei due sapevano chi era il vero padre, e lei davanti, con gli occhi lucidi ma non così i suoi movimenti nel tentativo di far centrare il suo grosso capezzolo nel minimo orifizio della boccuccia del neonato non del tutto funzionale per via della residuale apnea sputata fuori dalla prima vocale espletata, con una forza inaudita per la creatura, dalla reazione del ossigeno con il plasma materno. Non era particolarmente brutta la foto, ma faceva schifo; ma per lei, che ci ha costruito tutto un film, è la foto più importante della sua vita. Per un verso aveva ragione perché i suoi occhi erano teneri e allo stesso tempo di stupore ma no la mano che con l’indice e il medio attanagliava il suo capezzolo come una sigaretta per riempire di colostro la cavità ululante che li colava – grasso, denso, tendente al giallo crema – lungo tutta la superficie convessa della ghiandola mammaria, che neanche la testa del neo-affamato riusciva a eclissarla, per quanto era magnificamente grossa e anche se l’infermiera gliel’aveva asciugata un paio di volte, non c’era verso: erano due idranti aperti a tutto fuoco – come quelli che si vedono nei film dopo un terremoto – specialmente quando il bambino invocava la sua voglia di nutrirsi con la unica vocale veramente funzionale che è la a, aperta, pronta per essere imboccata per azzittirla, tonda e anche grossa e dove si può espellere la maggior quantità di aria per invadere il territorio con il maggior raggio possibile per incidere anche attraverso le camere blindate il devastante e fendente strillo di comando che mettono alle neo-partorienti, ma anche alle pluri-partorienti, in uno stato di allegoria e sottomissione alla gravosa missione di prendere di petto o farsi pendolare dal suo petto un essere che potrebbe non essere quello che si desidera, per il suo bene, come dovrebbe in qualche modo essere. Ma Federica era contenta ed era questo il discorso che si faceva prima di cadere dalla mansarda. Da quello spavento si decise di segarla in due: così lunga la usavano i contadini e in quella mansarda, allora, si mettevano ad asciugare il tabacco; ma dispiaceva allo stesso modo doverla segare. Erano due travi come quelle che usavano per i binari dei treni di una volta ma lunga quattro metri e stagionate. Si è fatta una impalcatura alta più di un metro e mezzo e, nella nuova scala disposta a L, si scende e si sale meglio potendoti fermare a metà percorso dove era Lucio, tutto sbarbato e lindo, come poche volte, perché doveva andare ad Arezzo.
– Come mai da queste parti? – Ci chiese Lucio, quando finalmente, girandosi, si rivolse a noi. – Ciao Julián – Si rivolse a lui non appena i suoi sguardi s’incrociarono.
– Passavamo perché mi era venuto a trovare – e con la testa indicavo a Julián – e chiacchierando siete saltati fuori voi; e visto che era da un po’ che non vi vedeva, con una scusa l’ho portato qua.
– Ma che fa la Chiara in cantina? – Chiese Julián a Lucio
– Niente. Sta cercando un martello perché vuole riattaccare il tacco alla scarpa.
– Ma perché non lo porta dal calzolaio? – Chiesi, magari per un lavoro meglio.
Inchiodare un tacco su una scarpa da donna, specie quelle che sfidano le sconsiderate altitudini richiede come minimo una polizza contro i danni che si possono occasionare se uno di quei spilli, spaccandosi e rimbalzando da un’eventuale san pietrino della strada arrivi a conficcarsi in un occhio di qualche gatto, se non si eleva per andarsi a conficcare, sempre nel occhio, di quello che deambula più in cima.
– Ma lei, con queste salite, su queste pietre che fanno finta di essere strade pensa di ballare… – diceva Lucio sarcasticamente, quando arrivava la sua compagna.
– Ma chi si vede! – Esclama Chiara quando si rende conto che con me c’è anche Julián.
– E il bambino? – Chiese Julián alla Chiara, quando cercandolo non l’aveva visto.
– Ma non l’avete visto che dorme sul divano? – Veramente non eravamo ancora guadagnato il salotto, che aveva anche il camino acceso.
Abbiamo fatto capolino nella stanza per vederlo e dormiva in non so quale sonno. Ce ne siamo andati, Chiara ha socchiuso la porta e siamo andati di dietro al giardinetto.
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