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Mi sono moltiplicato per sentire, per sentirmi, ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho altro che traboccarmi, e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un dio differente. Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un’unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti.

Era un uomo che conosceva le lingue e scriveva versi. Si guadagnò il pane e il vino mettendo le parole nel posto delle parole, scrisse versi come i versi si devono scrivere, come se fosse la prima volta. Iniziò chiamandosi Ferdinando, pessoa, persona come tutti. Un giorno gli venne in mente di annunciare l’imminente apparizione di un super Camoes, un camoes molto più grande del primo, ma, poiché era risaputo che egli fosse una persona discreta, solita passare per via dei Douradores con un impermeabile chiaro, cravatta a farfalla e cappello senza piume, non disse che il super Camoes era lui stesso. In fondo un super Camoes non è altro che un Camoes più grande, e lui stava in riserva per diventare Ferdinando Pessoa(s), persone, fenomeno mai visto prima in Portogallo. Naturalmente, la sua vita era fatta di giorni, e dei giorni sappiamo che sono uguali ma che non si ripetono, per questo non dobbiamo sorprenderci se un giorno, mentre passava davanti a uno specchio, Fernando vi abbia intravisto, per un attimo, un’altra persona. Pensò che si trattasse di una delle tante illusioni ottiche che succedono di continuo senza prestar loro troppo attenzione, o che l’ultimo bicchiere di acquavite gli avesse assestato un colpo al fegato e alla testa, ma, prudentemente, fece un passo indietro per confermare se, come è opinione corrente, gli specchi non sbagliano quando mostrano. ma questo, almeno, si era sbagliato; c’era un uomo che guardava da dentro lo specchio, e quell’uomo non era Fernando Pessoa. Era persino più basso, il viso tendente al moro, tutto rasato. Con un movimento istintivo, Fernando si portò la mano al labro superiore, poi respirò a fondo con infantile sollievo, i baffi c’erano ancora. Ci si può attendere molte cose dalle figure che appaiono negli specchi, tranne che parlino. E affinché queste, Fernando e l’immagine che non era la sua, non restassero lì eternamente a fissarsi, Fernando Pessoa disse: Mi chiamo Riccardo Reis. L’altro sorrise, fece un cenno di assenso con la testa e scomparve. Per un momento lo specchio restò vuoto, nudo, ma subito dopo, apparve un’altra immagine, quella di un uomo magro, pallido, con l’aspetto di chi non ha più molto da vivere. A Fernando sembrò che costui avrebbe dovuto essere il primo, però non fece nessun commento, disse solo: Mi chiamo Alberto Cariro. L’altro non sorrise, fece soltanto un uguale, lieve cenno di assenso e se ne andò. Fernando Pessoa restò in attesa, aveva sempre sentito dire che non v’è due senza tre. La terza figura tardò solo pochi secondi. Era un uomo di quelli che sembrano avere salute da vendere, con l’inconfondibile aria da ingegnere laureato in Inghilterra. Fernando disse: Mi chiamo Alvaro de Campos, ma questa volta non aspettò che l’immagine sparisse dallo specchio, si allontanò lui: probabilmente si era stancato di essere stato tanti in così poco tempo. Quella notte, cominciava ad albeggiare, Fernando Pessoa si svegliò pensando se il tal Alvaro de Campos fosse rimasto nello specchio. Si alzò, e quello che stava lì era il suo stesso volto. Allora disse. Mi chiamo Bernardo Soares, e tornò a letto. Fu dopo questi nomi e alcuni altri che Fernando pensò fosse giunta l’ora di essere anch’egli ridicolo e scrisse le lettere d’amore più ridicole del mondo. Quando era già a buon punto nei lavori di traduzione e di poesia, morì. Gli amici gli dicevano che aveva un grande futuro davanti, ma lui non deve averci creduto, tanto che decise di morire ingiustamente, pensate un po’, nel fiore dei suoi 47 anni di età. Un momento prima della fine chiese che gli dessero gli occhiali. Dammi gli occhiali furono le sue ultime e formali parole. Finora nessuno ha mostrato interesse a sapere per che cosa li volesse, al tal punto si ignorano o si disprezzano le ultime volontà dei moribondi, ma potrebbe essere abbastanza plausibile che la sua intenzione fosse quella di guardarsi in uno specchio per sapere, infine, chi vi fosse lì. Non gli ha dato tempo la Parca. Fra l’altro, neanche c’era uno specchio nella stanza. Questo Fernando Pessoa non riuscì mai a essere davvero sicuro di chi fosse, ma grazie al suo dubbio possiamo riuscire a sapere un po’ di più su chi siano noi.

Trasformandomi così, come minimo in un folle che sogna ad alta voce, come massimo non in un solo scrittore, ma in tutta una letteratura, anche se ciò servisse a divertirmi, il che sarebbe per me già tanto, contribuisco forse a ingrandire l’universo, perché colui che, morendo, lascia scritto un solo verso bello ha reso i cieli e la terra più ricchi e più emotivamente misterioso il fatto che esistano stelle e gente.

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Crediti
 • Autori Vari •
 • Sorgente •
  • La frase nel titolo è di José Saramago, mentre i due brani in corsivo all'inizio e alla fine, sono di Fernando Pessoa •
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