Egon Schiele ⋯ Vrouw liggendg
Mentre si allontanavano dall’eremo, l’ombra dei pini secolari sembrava allungarsi sul sentiero che conduceva fuori dal monastero, riflettendo il turbamento che agitava l’animo del giovane Alëša. Accanto a lui camminava Michail Rakitin, seminarista e sedicente amico, la cui figura sottile e i modi insinuanti stridevano con la sacralità del luogo appena lasciato. Rakitin era in uno stato di evidente eccitazione nervosa; l’incontro nella cella dello starec Zosima, con lo scandalo provocato dal vecchio Karamazov e la strana, teatrale prosternazione del monaco di fronte a Dmitrij, aveva scatenato in lui un misto di disprezzo razionalista e di invidia maligna. Egli non perdeva occasione per deridere ciò che non comprendeva o, peggio, ciò che comprendeva fin troppo bene ma che rifiutava per calcolo. Camminando a passo svelto, iniziò a tessere la sua tela di commenti velenosi, cercando di smontare pezzo per pezzo l’aura di mistero che circondava la famiglia di Alëša. Parlava con la sicurezza arrogante di chi crede di aver decifrato il meccanismo segreto dell’universo, riducendo tutto a pulsioni basse e interessi materiali. Per Rakitin, la santità dello starec non era altro che una farsa, e la tormentata passione dei Karamazov una semplice eredità di sangue vizioso. Ma il suo bersaglio preferito, in quel momento, non era il padre buffone né il fratello impulsivo, bensì Ivan, l’intellettuale, colui che con le sue teorie audaci aveva catturato l’attenzione di tutti, oscurando la mediocrità pragmatica del seminarista. Rakitin sentiva l’urgenza di demolire la statura filosofica di Ivan agli occhi del fratello minore, di ridurre il suo dramma metafisico a una banale sciocchezza da salotto.

Ma guarda un po’, il vostro Ivan vi ha posto un bell’enigma!, gridò Rakitin con palese astio. Aveva persino cambiato faccia e le labbra gli si erano contratte. Eppure è un enigma stupido, questo, non c’è nulla da indovinare. Basta far funzionare il cervello e si capisce tutto. Il suo articolo è ridicolo e assurdo. Ho sentito la sua stupida teoria poco fa: Se non c’è immortalità dell’anima, non c’è nemmeno virtù, quindi tutto è permesso. (E tuo fratello Miten’ka, a proposito – ricordi? – ha gridato: Lo terrò a mente!). Una teoria seducente per i mascalzoni… Ma sto offendendo… è sciocco… non per i mascalzoni, ma per gli studenti spacconi dall’irrisolta profondità di pensiero. Un vanitosello, il succo è tutto qui: Da un canto, non si può non ammettere, dall’altro, non si può non riconoscere! Tutta la sua teoria non è che una vigliaccata! L’umanità troverà in se stessa la forza di vivere per la virtù anche senza credere nell’immortalità dell’anima! La troverà nell’amore per la libertà, per l’uguaglianza, per la fratellanza…

In queste parole, pronunciate con una veemenza che tradiva il suo rancore personale, Rakitin esponeva non solo la sua critica a Ivan, ma il proprio credo materialista, quella nuova fede che si stava diffondendo tra la gioventù russa come un incendio sotterraneo. Egli proseguì, gesticolando nervosamente, affermando che non c’era bisogno di Dio per amare l’umanità; anzi, sosteneva che proprio liberandosi dal giogo della superstizione mistica l’uomo avrebbe finalmente potuto costruire una società giusta. Ma c’era qualcosa di stridente nella sua voce, una nota falsa che Alëša, nella sua purezza intuitiva, coglieva distintamente. L’amore per l’umanità di Rakitin non nasceva dalla compassione, ma dall’orgoglio e dall’ambizione sociale. Egli non voleva salvare le anime, voleva riorganizzare il mondo per trovarvi un posto di comando. Continuando il suo monologo, Rakitin virò bruscamente dalla filosofia alla pettegolezzo più volgare, dimostrando come le sue alte proclamazioni di virtù civica convivessero perfettamente con un interesse morboso per gli scandali altrui. Iniziò a parlare di Grusen’ka, la donna che era al centro della discordia tra il padre e il fratello di Alëša, insinuando che anche il casto Ivan fosse caduto nella sua rete, o perlomeno fosse andato a trovarla per motivi poco chiari. Con un sorriso cinico, predisse la caduta di tutta la famiglia Karamazov, descrivendola come un inevitabile scontro di cieche forze sensuali. Secondo lui, il vecchio era un maiale, Dmitrij un pazzo, e Ivan un teorico che presto avrebbe scoperto che le idee non bastano a fermare la carne. E tu, concluse guardando Alëša con occhi furbi e inquisitori, tu sei un Karamazov fino al midollo, un sensuale mascherato da santo. Questa accusa, lanciata con l’intento di ferire e confondere, cadde nel silenzio di Alëša, il quale, pur turbato, non rispose all’odio con l’odio, ma continuò a camminare assorto, percependo l’abisso che si apriva non solo davanti ai suoi fratelli, ma nel cuore stesso di quel compagno di strada che credeva di aver risolto l’enigma della vita con poche frasi fatte sulla libertà e l’uguaglianza, ignorando che proprio in quella negazione dell’eterno si annidava la radice della tragedia imminente.

Glossario
Crediti
 Fëdor Dostoevskij
 I fratelli Karamazov
  Capitolo/Sezione: Parte I, Libro Secondo ('Una riunione inopportuna'), Capitolo 7 ('Il seminarista-arrampicatore' o 'Il carrierista').
  Pubblicazione in Italia: Aprile 2005
 SchieleArt •  Vrouw liggendg • 

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La percezione invertita della realtà ⋯ 
Il più delle volte chiamiamo buio la luce che i nostri occhi non riescono a vedere.
Chiamiamo dolore il piacere che non raggiungiamo, odio l’amore che non riusciamo a dare, guerra la pace che non abbiamo e avere tutto ciò che ci impedisce di Essere. -
 Fëdor Dostoevskij  I fratelli Karamazov
 Romanzo psicologico, Letteratura russa, Romanzo filosofico


L'autoinganno che annienta l'anima ⋯ 
Chi mente a sé stesso e ascolta la propria menzogna arriva al punto di non saper più distinguere la verità né in sé né attorno a sé, e comincia così a non aver più stima né di sé stesso né degli altri. Non rispettando più nessuno, cessa di amare e allora, in mancanza d'amore, per occuparsi e per distrarsi, si abbandona alle passioni e ai godimenti grossolani e si spinge con i suoi vizi sino a diventare una bestia; e tutto questo per il suo continuo mentire a sé e agli altri.
 Fëdor Dostoevskij  I fratelli Karamazov
 Letteratura russa, Romanzo psicologico, Filosofia


La verità sul giudizio ⋯ 
Ricordati soprattutto che non puoi essere giudice di nessuno. Giacché non può esistere sulla terra giudice di un criminale, se quello stesso giudice prima non abbia compreso che egli è un criminale al pari di quell'uomo che gli sta di fronte e che egli stesso è colpevole, forse, più di chiunque altro di quel crimine. Solo quando avrà compreso questo, un uomo potrà diventare giudice. Per quanto possa sembrare assurda, questa è la verità.
 Fëdor Dostoevskij  I Fratelli Karamazov
 Letteratura, Filosofia, Etica


La redenzione attraverso il perdono ⋯ 
Perdonare costituisce un atto di suprema intelligenza e di liberazione interiore for chi ha subito la ferita del male, poiché rigetta l'odio e il risentimento sterile fuori dal proprio cuore, ristabilendo l'armonia originaria con se stessi e con gli altri esseri del creato. Se rimaniamo incatenati alla ferocia altrui attraverso il desiderio distruttivo della vendetta, noi permettiamo al male di continuare a divorare la nostra bellezza spirituale e di degradare la nostra umanità, mentre la piccola bontà quotidiana risana l'esistenza e risveglia la coscienza, proteggendo la vita terrena con amore solido, stabile, puro, beato, pacifico, silenzioso ed eterno.
 Fëdor Dostoevskij  I fratelli Karamazov
 Narrativa classica, Romanzo filosofico russo


Il bisogno di uno scopo per poter vivere ⋯ 
Poiché il segreto dell'esistenza non consiste solo nel vivere, ma nel sapere per che cosa vivere, se non vede chiaramente per che cosa deve vivere, l' uomo non accetterà di vivere, e piuttosto che restare sulla terra si sopprimerà.
 Fëdor Dostoevskij  I fratelli Karamazov
 Letteratura russa, Romanzo filosofico, Romanzo


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