⋯

Sagr. Ma com’è quest’occulto al Copernico, e manifesto a voi?
Sal. Queste cose non possono essere comprese se non co’l senso della vista, il
quale da natura non è stato conceduto agli uomini tanto perfetto, che sia potuto
arrivare a discerner tali differenze; anzi per lo strumento stesso del vedere a se
medesimo reca impedimento: ma dopo che all’età nostra è piaciuto a Dio di
concedere all’umano ingegno tanto mirabil invenzion, di poter perfezionare la
nostra vista co’} moltiplicarla 4,6,10,20,30 e 40 volte, infiniti oggetti che, o per
la lontananza o per la loro estrema piccolezza, ci erano invisibili, si sono co’l
mezzo del telescopio resi visibilissimi.

• Galileo Galilei
• “Dialogo dei massimi sistemi

Nel discorso di Galileo parole antiche come visibile-invisibile, perfezione-imperfezione, cognizione-discernimento, conoscenza e logica delle differenze, mutano i loro campi semantici, causando la nascita di una nuova mentalità, che sta alla base della tipologia argomentativa della cultura moderna: l’invisibile è un effetto “naturale” dell’imperfezione sensitiva, superata la quale ciò che è osservabile può essere visto; il vedere ci conduce a conoscere e conoscere significa “discernere le differenze”. Cogliere le differenze porta a conoscere in modo “perfetto”; la perfezione conoscitiva non proviene da un’autorità “exotopica”, ma da un attrezzo-cosa inventato-costruito dall’uomo, che ha il merito di rendere perfetto, dunque di correggere l’imperfezione della natura: questo attrezzo si chiama telescopio, che è la nuova autorità su cui si basa il sapere vero, (più che la verità), capace di dirci ciò che neppure Aristotele, “inventore” della logica e “padrone della scienza”, ha potuto darci: la “prova”, ossia la possibilità di porre un fondamento oggettivo nel rapporto tra le parole e le cose; tra il logos e il mondo; tra la conoscenza e l’oggetto conosciuto. Il ragionamento di Galileo causa un terremoto epistemologico travolgente, capace di mutare l’ episteme dell’ argomentazione, il paradigma “mentale”, con il quale l’uomo aveva costruito prima di lui il suo universo di carta, il suo mondo di parole […]

 ⋯

Con la scoperta del telescopio mutano non solo i contenuti del conoscere, ma soprattutto il modo con cui sapere, il metodo con cui interrogarsi sul sapere: non c’è l’ a priori che determina l’ a posteriori, né l’ a posteriori che ripete l’ a priori,ma … c’è solo il silenzio e lo sguardo, dopo lo sguardo nasce l’ a posteriori-visivo, da cui si sviluppa il concetto “visivizzato”. Muta anche la forma che è alla base della strutturazione del sapere: retoricamente la forma non può essere metonimica, per questo i ragionamenti si costruiscono a partire dalla differenza tra le cose, dalla contiguità logica tra gli oggetti; dalla relazione non di rappresentazione neppure di finalità, tra le parti del mondo, ma dalla connessione di tipo casuale: ciò che “è” esiste come rapporto di causa-effetto; ciò che “accade” “avviene” in un ordine casuale del tempo; ciò che si fa si relaziona nella logica “casuale” dell’agire. Nasce la scienza come pensiero della distinzione, della differenza, della casualità: certo, sembrava che questo nuovo paradigma mentale costituisse i fondamenti del conoscere finalmente esatto, dopo il quale la conoscenza si sarebbe finalmente diradata, cedendo il posto all’irrazionale, all’inesattezza, al sapere “selvaggio”, cieco, di fronte all’extra vedere della scienza. Il “tarlo”, che indebolisce l’impalcatura logica formatasi con il “terremoto” discorsivo di Galileo, si deve al fatto che tra l’occhio che guarda e l’oggetto veduto non c’è solo lo strumento del telescopio: “dentro” l’occhio c’è la mente, “dentro” la quale c’è una “grammatica” con cui il vedere diventa un’interpretazione “grammaticale” di ciò che si vede per mezzo del telescopio. Il vedere presuppone non solo il “che cosa” si vede, neppure il “come” si vede, ma soprattutto la parola che è l’invisibile “dentro” il visivo del telescopio, la quale fa conoscere ciò che non può essere “visto” dalla vista. La vista, infatti, vede; è la grammatica che mi fa significare ciò che lo sguardo vede; è la parola che mi dà da significare ciò che il telescopio fa vedere: c’è, insomma, qualcosa di più scientifico che va oltre la scienza, che non è l’oggetto, neppure il cannocchiale, ma la parola, con la quale finanche si pre-significa la scienza. Se è vero questo, c’è “qualcosa” nel campo del sapere che diventa più scientifica della scienza, e cioè la letteratura, la quale, agendo sulla parola, inventando la parola, agisce su quell’ iperstrumento che perfeziona il “rendere perfettivo” del telescopio. Senza la parola, con la quale si significa ciò che si vede per mezzo del telescopio, il telescopio stesso resterebbe muto; senza la parola con la quale si “riflette” su ciò che si osserva, per mezzo dell’occhio, l’occhio rimarrebbe “cieco”.

“In principio è la parola”, dunque, dopo avanza la scienza “per eccellenza”, la letteratura, che è il discernimento della parola: un esempio? Incarnato il telescopio in un personaggio, Calvino, “interlocutore” novecentesco di Galileo, dà la parola a questo personaggio- telescopio, il quale racconta ciò che vede: vede si delle cose, che però appaiono “complessità” mai statiche, mai ferme, non affatto catalogabili come identità esatte. Il signor Palomar vede delle cose che lottano continuamente con le parole definienti e definitive, le quali pretendono di ingabbiarle, certificarle, misurarle. La letteratura ci insegna che la vera scienza è un sapere in lotta fra le parole e le cose, a meno che la scienza non voglia essere una costrizione di alcune parole forti che pesano sulla “leggerezza” (in senso calviniano) delle cose: “leggerezza” che è capacità delle cose di essere sempre altro da ciò che la parole “pesanti” (e non “pensanti”) le costringono ad essere. Galileo vede con il telescopio il cielo e ne determina la misura, i moti, le macchie, la luce i corpi, i corsi, le grandezze, i flussi, le conformità, le figure, i piani orizzontali ecc.; ⋯ il signor Palomar, nel guardare il cielo vede soprattutto come una costellazione che “risponde quando la si chiama. Più convincente del collimare le distanze e configurazioni con quelle segnate sulla mappa, è la risposta che il punto luminoso dà al nome con cui è stato chiamato, la prontezza a identificarsi con quel suono diventato una cosa sola. I nomi delle stelle per noi orfani dì ogni mitologia sembrano incongrui e arbitrari; eppure mai potresti considerarli intercambiabili Quando il nome che il signor Palomar ha trovato è quello giusto, se ne accorge subito, perché esso dà alla stella una necessità e un’evidenza che prima non aveva; se invece è un nome sbagliato, la stella lo prende dopo pochi secondi, come scrollarselo di dosso, e non si sa più dov’era e chi era.” Il signor Palomar vede, a differenza di Galileo, i corpi luminosi risplendere non di luce chiara ma di buia incertezza: che fare? C’è un’altra parte del cielo da osservare: quella oscura, nascosta, desertica, che assomiglia al nulla, all’incertezza del nulla; infatti il signor Palomar “anche del nulla non può essere sicuro al cento per cento”. L’incertezza è più radicale della relatività: ciò che si vede è visto o sembra di essere visto? Il vedere non intriso del sembrare di vedere e di un vedere che si coniuga con l’apparire? Al vedere “mitico” la scienza galileana ha tolto la verità e al suo posto ha immesso il vedere “esattissimo”; all’esattezza scientifica, la contemporaneità di Palomar ha tolto la certezza e al suo posto, ha inserito la “lotta con la parola”. La parola “in fuga” dalle cose confina con il silenzio e con la ricetta: può non esserci la scienza, ma solo il metodo scientifico di conoscere, che, ogniqualvolta approda ad un a priori conoscitivo, è messo in crisi dalla letteratura, la quale riporta la cenere del dubbio, il “velo” dell’ inadeguatezza. Letteratura e scienza rappresentano l’eterna lotta tra la vita e la sua esistenza, il mondo il suo senso, la necessità e il suo superamento: se si toglie una parte di questo gioco culturale “gaio” e “dialettico”, l’altra diventa monca, orfana.  ⋯ Ciò perché l’incompatibilità espressiva è alla base di ogni tensione culturale: altrimenti tutto sarebbe un sapere già preso, Compreso e compresso, cioè limitato da un contenuto culturale che diventa potere di cultura e non libera ricerca e richiesta di cultura “ancora”, che deve essere esigenza richiesta di un intendere sempre “estensivo” oltre che “intensivo”. La distinzione l ‘ha proposta lo stesso Galileo, al quale è da cedere, comunque, la parola conclusiva: “l’intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive, o vero estensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine, degli intellegibili, che sono infiniti, l’intendere umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’infinità è come un zero .. “

Crediti
 • Carlo Alberto Augieri •
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