Stanislaw Wyspianki
L’impossibilità di ridurre il Discorso all’interno delle categorie politico-partitiche usate per leggere i violenti contrasti di potere all’inizio delle guerre di religione In questo senso il Contr’un si colloca su tutt’altro piano rispetto ai famosi pamphlets di quel periodo come la Franco-Gallia di Hotman, le Vindiciae contra tyrannos e il già citato Réveille-Matin, tutti composti sotto l’impressione dei fatti violenti iniziati con la strage della notte di S. Bartolomeo nel 1572. non significa peraltro che lo scritto di La Boétie debba essere considerato completamente estraneo al travaglio di quell’epoca storica. Al contrario l’opera ci appare come una delle espressioni più significative di quel momento di trapasso dagli ideali civili del Rinascimento, secondo i quali l’individuo realizza la sua pienezza in un rapporto equilibrato e solidale con la società, alla completa dissoluzione di ogni etica civile, sia quella tradizionale d’impronta medievale, sia quella abbozzata a tinte entusiastiche dai filosofi-artisti dell’umanesimo.

In Francia la guerra civile infatti non sconvolge semplicemente i cardini del sistema politico-istituzionale preparando così un potere rigidamente centralizzato e assolutistico, ma produce a livello più profondo una contrapposizione fra apparato statale e società civile, un frazionamento particolaristico di interessi all’interno del corpo sociale, una dissociazione all’interno del singolo individuo fra moralità interiore e vita pubblica. L’ordine di connessione e di priorità che deve esser posto fra i vari elementi sopraccennati è divenuto oggetto di un vivace dibattito storiografico I termini del dibattito fra le varie ipotesi storiografiche sono esposti chiaramente in A. M. Battista, Appunti sulla crisi della morale comunitaria nel Seicento francese, Olschki ed., Firenze 1969.; qui ci interessa soltanto richiamare l’attenzione su quel processo parallelo di perfezionamento politico-istituzionale e di involuzione individualistica che avviene nella società francese a partire dalla fine del Cinquecento.

La figura di Montaigne può essere considerata in un certo senso emblematica della particolare configurazione che in quel periodo viene ad assumere il rapporto fra ripiegamento individualistico e accettazione della logica dell’assolutismo. L’affermazione della necessaria soggezione allo Stato, che ricorre molte volte negli Essais, non ha niente a che vedere né con la concezione sacrale del monarca assoluto, né con l’impostazione machiavellica dell’azione politica. Montaigne rifiuta l’immagine tradizionale del Princeps imago Dei, così come mostra scetticismo nei confronti del tentativo iniziato da Machiavelli di fare della politica una scienza. Egli accetta il potere come una situazione di fatto. La distinzione tra politica e morale non è un semplice espediente che tocca l’ordine della prassi, come per il segretario fiorentino, ma molto più radicalmente risulta essere un’affermazione di principio, in quanto lo Stato non è espressione di valori ma una necessità di atto. La perfezione etica va ricercata in uno sforzo tutto interiore, distaccato dalla collettività, alla quale invece si deve aderire solo esteriormente. In definitiva emerge negli Essais «una tendenza critica che pur accettando passivamente l’aspetto formale del potere, rivendica al foro interiore l’autonomia di giudicarlo in base alla propria diretta esperienza» A. M. Battista, Alle origini del pensiero politico libertino. Montaigne e Charron, Giuffrè, Milano 1966, pag. 18; il testo mette in luce l’autonoma posizione di Montaigne e in generale del pensiero libertino dalla costruzione politica di Machiavelli..

Non ancora toccato dai fenomeni di dissociazione acuta provocata dalle guerre di religione, ma già lontano dalle illusioni di una perfetta costruzione politica in cui possa realizzarsi quella raffinata immagine di equilibrio fra individuo, natura e società, tipicamente rinascimentale, il giovane La Boétie, nel momento in cui scrive il suo Discorso, dà una sistemazione molto diversa a quegli stessi elementi che sostengono la costruzione di Montaigne. Non gli sfugge ad esempio la tendenza al rafforzamento del potere centrale e alla ristrutturazione dell’apparato amministrativo che in Francia come in altri Stati caratterizza l’evoluzione politica della prima metà del Cinquecento.


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