
In questo modo, con il favore dello stato, si garantivano la fiducia del popolo come se quest’ultimo dovesse accontentarsi del nome, senza sentire gli effetti concreti della tirannia. E oggi non si comportano molto meglio coloro che ogni qualvolta compiono un crimine, anche molto grave, lo ammantano di qualche bel discorso sul bene comune e sull’utilità pubblica. E tu sai bene mio caro Longa il vasto formulario di cui potrebbero in molti casi fare elegante uso, ma la stragrande maggioranza dei tiranni non si affida a troppe sottigliezze sostenendosi piuttosto sulla più grande impudenza. I re dell’Assiria e dopo di loro anche quelli della Media usavano presentarsi in pubblico il più raramente possibile per far nascere il dubbio al popolo che essi fossero qualcosa più che uomini e lasciarlo così in queste immaginazioni, dato che la gente lavora volentieri di fantasia su quelle cose che non può giudicare e vedere di persona. Creata così quest’aura di mistero attorno al sovrano tante nazioni che rimasero a lungo sotto l’impero assiro si abituarono a servire tanto più volentieri quanto più non sapevano che padrone avessero, anzi se l’avessero davvero o no, nutrendo timore in base alla credenza in un essere che nessuno era mai riuscito a vedere. I primi re d’Egitto non si mostravano quasi mai in pubblico senza portare ora un ramo d’albero, ora perfino del fuoco sulla testa; e mascherandosi in questo modo e comportandosi come dei ciarlatani ispiravano con queste stranezze rispetto e ammirazione ai loro sudditi che se non fossero stati troppo sciocchi o troppo servili avrebbero dovuto assistere a quella squallida buffonata solo per riderci sopra. È davvero pietoso ricordare quanti stratagemmi abbiano messo in atto i sovrani di un tempo per impiantare la loro tirannia, di quali mezzucci si siano serviti trovandosi davanti una plebaglia fatta apposta per loro, incapace di evitare qualsiasi trabocchetto che le venisse teso, ingannata con estrema facilità e tanto più sottomessa quanto più il tiranno si prendeva gioco di lei.
E che dire di un’altra bella favola che i popoli antichi prendevano per oro colato? Essi credevano fermamente che l’alluce di Pirro re dell’Epiro facesse miracoli e guarisse le malattie della milza; anzi, quasi a voler rincarare la dose, erano convinti che quel dito, quando alla morte di Pirro ne venne bruciato il corpo, fosse sfuggito al fuoco e si fosse ritrovato integro in mezzo alle ceneri. Così il popolo si è sempre fabbricato da solo le più sciocche fandonie per poi poterci credere. E molte di queste sono state anche scritte ma in uno stile tale che se ne può facilmente scorgere l’origine nelle chiacchiere del popolino raccolte agli angoli delle strade. Così si dice che Vespasiano nel suo viaggio dall’Assiria a Roma dove si recava per impadronirsi dell’impero abbia fatto sosta ad Alessandria dove compì ogni sorta di miracoli: raddrizzò gli zoppi, ridiede la vista ai ciechi e fece tante altre cose meravigliose che potevano essere credute a mio avviso solo da gente più cieca di quelli che sarebbe riuscito a guarire. E i tiranni stessi trovavano del tutto strano il fatto che la gente potesse sopportare un uomo che continuamente la maltrattava; per questo decisero di mettersi davanti la religione come scudo e, nella misura del possibile, assumere una qualche sembianza di divinità per non dover rendere conto della propria vita malvagia. Per questo Salmoneo, se crediamo alla Sibilla di Virgilio, sconta ora in fondo all’inferno le sue pene per aver ingannato il popolo e aver fatto credere d’essere Giove:
«Vidi anche i crudeli tormenti di Salmoneo:
Imitava costui le fiamme di Giove e i fragori d’Olimpo;
Passava costui trasportato da quattro cavalli
Agitando una fiaccola per mezzo alle genti dei Greci
Cercando al regno dell’Elide onori divini:
Folle! pensava imitare il bagliore dei lampi
E i nembi col carro di bronzo e il fragor dei cavalli.
Ma un fulmine Giove scagliò dal torbido cielo,
Chè Giove non torce fumose lanciava,
E precipite giù lo travolse con turbine immane» Virgilio, Eneide, 1. quarto, vv. 585-594; tr. it. a cura di Enzo Cetrangolo in Publio Virgilio Marone.
Ora se costui, che in fondo non era che un povero sciocco, viene trattato così bene laggiù, credo proprio che tutti coloro i quali hanno abusato della religione per fare del male saranno trattati ancora meglio.
Anche i nostri sovrani sparsero per la Francia una quantità di cose tra le più disparate e indefinibili: rospi, fiordalisi, orifiamma La Boétie si riferisce ai vari episodi fantastici legati ai primi re di Francia. L’orifiamma è lo stendardo di Francia in cui è dipinta una fiamma in campo dorato; il fiordaliso o i tre gigli è lo stemma della casa reale francese, secondo la leggenda introdotto da re Clodoveo, che lo sostituì all’insegna precedente in cui campeggiavano invece tre rettili o rospi.. In ogni modo per quel che mi riguarda non voglio passare per miscredente nei confronti di tutte queste cose poiché né noi né i nostri antenati abbiamo avuto finora ragione d’esserlo, essendoci sempre toccati sovrani tanto buoni in pace e così prodi in guerra che pur essendo re dalla nascita non sembrano fatti dalla natura come gli altri bensì, ancor prima di venire al mondo, scelti da Dio onnipotente per governare e conservare questo regno.







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