
Ho aspettato sino all’ultimo per dar sfogo alla mia anima. Fratello, in questi due mesi, nel mio intimo, mi sono sentito un uomo nuovo, in me è risorto un uomo nuovo! Era rinchiuso dentro di me, ma non si sarebbe mai manifestato se non fosse stato per questo colpo. Terribile! E che importa se dovrò trascorrere nelle miniere vent’anni a spaccare i minerali con il martello, questo non mi fa affatto paura, ho paura di ben altro: ho paura che si allontani da me l’uomo risorto!
Anche lì, nelle miniere, sotto terra, ci si può trovare al proprio fianco il cuore umano di un ergastolano, di un assassino e si può fare amicizia con lui, giacché anche lì si può vivere, amare e soffrire! Si può far rinascere e resuscitare in quell’ergastolano un cuore raggelato, si può curarlo per anni e portare dal buio alla luce un’anima sublime, una coscienza sofferente, si può dare la vita a un angelo, resuscitare un eroe! E ce ne sono molti, a centinaia, e noi siamo tutti colpevoli per loro! Altrimenti perché avrei sognato quella creatura proprio in quel momento? Perché è povera quella creatura? È stata una profezia per me in quel momento! È per quella creatura che sono pronto ad andare.
Perché siamo tutti colpevoli per tutti gli altri. Per tutte le creature, perché ci sono i bambini piccoli e quelli adulti. Sono tutte “creature”. Ci andrò per tutti, poiché qualcuno ci dovrà pure andare. Non ho ucciso nostro padre, ma devo andare. Lo accetto! Ho pensato a tutto questo mentre mi trovavo… fra queste mura scalcinate. Quelli sono molti, sono centinaia là, sotto terra, con i martelli in mano. Oh, sì, staremo in catene e non ci sarà libertà, ma allora, nel nostro grande dolore, noi resusciteremo in quella gioia senza la quale l’uomo non può vivere né Dio esistere, giacché Dio dà gioia, è il suo grande privilegio… Signore, che l’uomo si sciolga nella preghiera! Come potrei vivere sotto terra senza Dio? Rakitin mente: se cacciassero Dio dalla terra, noi gli daremmo rifugio sotto terra. È impensabile che l’ergastolano viva senza Dio, persino più impensabile che per un uomo libero! E allora noi, uomini del sottosuolo, dalle viscere della terra innalzeremo un tragico inno a Dio, presso il quale è la gioia! Evviva Iddio e la sua gioia! Io lo amo!»
A Mitja mancava quasi il fiato mentre pronunciava questo discorso sconclusionato. Era impallidito, le labbra gli tremavano e dagli occhi gli rotolavano lacrime sul viso.
«No, la vita è ricca, c’è vita persino sotto terra!», ricominciò. «Tu non ci crederai, Aleksej, a quanta voglia io abbia di vivere, quale brama di esistere e conoscere sia sorta in me proprio tra queste mura scalcinate! Rakitin questo non lo può capire, quello che gli preme è costruire un edificio e dare in affitto gli appartamenti, ma io aspettavo te. E che cos’è la sofferenza? Non la temo, anche se fosse sconfinata. Adesso non ho paura, prima sì. Sai, forse, al processo non risponderò nemmeno… E mi sembra di avere tanta di quella forza in questo momento da poter sconfiggere tutto, tutte le sofferenze, pur di poter dichiarare e dire a me stesso ogni istante: io sono! Fra mille tormenti: io sono! Al rogo: io sono! Me ne sto attaccato alla colonna, ma esisto, vedo il sole, e se non vedo il sole, so che c’è. Esapere che c’è il sole, è già tutta la vita. Alëša, mio cherubino, tutte queste filosofie mi ammazzano, che vadano al diavolo! Il fratello Ivan…»
«Il fratello Ivan, che cosa?», lo interruppe Alëša, ma Mitja non aveva sentito.
«Vedi, prima non avevo tutti questi dubbi, ma tutto questo si celava dentro di me. Forse proprio perché si agitavano in me idee che non capivo, io mi ubriacavo, prendevo a botte, facevo il diavolo a quattro. Era tutto per soffocarle in me stesso, per reprimerle. Il fratello Ivan non è come Rakitin, lui cova un’idea. Il fratello Ivan è una sfinge e sta zitto, sta sempre zitto.
Invece io sono tormentato da Dio. È solo questo che mi tormenta. E se Dio non esistesse? Che succederebbe se avesse ragione Rakitin e l’idea di Dio fosse un’invenzione dell’umanità? Allora, se Dio non esistesse, l’uomo sarebbe il padrone della terra, del creato. Magnifico! Solo che come farà ad essere virtuoso senza Dio? Ecco qual è la questione! Penso sempre a questo. Giacché, allora, l’uomo chi potrà amare? A chi sarà grato, in onore di chi intonerà il suo inno? Rakitin se la ride. Rakitin sostiene che si può amare l’umanità anche senza Dio. Be’, solo un omiciattolo moccioso poteva affermare una cosa del genere, mentre io non riesco a capire. Per Rakitin la vita è facile: Tu, mi ha detto oggi stesso, faresti meglio a preoccuparti della diffusione dei diritti civili o almeno che non aumenti il prezzo della carne di manzo; così facendo potresti dimostrare il tuo amore per l’umanità in modo più semplice e immediato che non con tutte le varie filosofie. E io gli ho ribattuto: Ma, senza Dio, è più probabile che tu stesso alzi il prezzo della carne, non appena ne avrai occasione, per ricavare un rublo a copeca. Se l’è presa a male. Perché che cos’è la virtù? Rispondimi, Alëša. Io perseguo un tipo di virtù e il cinese un altro, quindi è un concetto relativo? Oppure no? È assoluto? Domanda insidiosa! Non ridere se ti dico che non ho chiuso occhio due notti per riflettere su questo. Mi stupisco solo del fatto che gli uomini vivano in questa maniera, senza mai pensare a questo. Che fatuità! Per Ivan Dio non esiste. Lui ha un’idea che però oltrepassa le capacità della mia mente. Ma lui sta zitto. Penso che sia massone. L’ho interrogato, ma lui tace. Volevo abbeverarmi un poco alla sua fonte. Solo una volta mi ha detto una parolina».
«Che cosa ha detto?», Alëša colse la palla al balzo.
«Io gli ho detto: dunque, tutto è permesso, non è vero? Lui ha aggrottato le sopracciglia e ha risposto: Fëdor Pavlovic, nostro padre, era un maiale, ma le sue idee erano giuste. Ecco che cosa mi ha replicato. Ha detto soltanto questo. È già un po’ meglio di Rakitin».







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