⋯ Alfred Cheney Johnston ⋯
Non si può comporre una poesia e dare spazio alla creatività, se si è troppo pieni di vita, se si è troppo gratificati dall’esistenza stessa: in questa condizione non abbiamo bisogno di fare e dire nulla. Non sto certo indicando nella privazione, nelle sole frustrazioni e perciò in una vita intollerabile, la situazione ideale per la creazione artistica; questo stereotipo romantico difficile da liquidare anche in tempi di edonismo strisciante, veste bene alcuni casi clamorosi (Leopardi, Van Gogh, Modigliani) ma è inutilizzabile in molti altri (il Goethe della maturità, lo stesso romantico Foscolo e tutti gli artisti accompagnati in vita dal successo, anche mondano, da D’Annunzio a Picasso). È innegabile che una sensibilità eccezionale può rendere un individuo più vulnerabile, e perciò più infelice, e può anche farne un artista, ma sono due effetti separati, l’operazione scorretta è fare del primo la causa del secondo. Questo non toglie che l’esperienza della solitudine rappresenti una condizione vitale – necessaria anche se non sufficiente – perché “scocchi la scintilla” dell’espressione artistica.

Crediti
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