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Vi è irriducibilità tra l’intenzione del linguaggio, che è pensiero, e il linguaggio che è “i linguaggi” e ne è propriamente l’oggettivazione. “Io intendo” corrisponde a “io penso”. “Io penso” è già per se stesso “io mi penso”, ma io intendo pensarmi come “io”, come pensante, mentre mi penso come “me”, come pensato. Così, mentre io intendo pensarmi come “io”, pensandomi come “me” non mi penso, ma mi oggettivizzo. Quella oggettivazione che è in “me” dice dell’io ciò che dice di quell’oggetto che viene denominato “io”, sicché esso è subito il “mio io”, ossia da capo quell’io che appartiene a questo io che sono io che intenzionalmente dice sempre “io”, ma di fatto non lo dice e invece dice sempre quello.

 ⋯ L’oggettivazione che è propria della parola “io”, stante che ogni parola è oggettivazione, è espressione del cosiddetto  soggettivismo: paradossalmente, la radice del soggettivismo è l’oggettivazione. Per l’oggettivazione si incorre nell’espressione “mio”, che appartiene al progetto di interdire ogni altro dal possesso di qualcosa, ma intanto ha senso dire “mio” in quanto l’altro può dire parimenti “mio”. Posso dire “mia” una cosa nel caso in cui potrebbe essere anche tua. L’espressione “mio” ha senso solo per cose alienabili, con la conseguenza che dire “essenzialmente mio” è impossibile. L’espressione “un mio che mi costituisce” è impossibile, perché il “mio” non dice un costituire, ma una appartenenza, che per appartenermi ha bisogno di una dichiarazione. L’intendere di dire è linguaggio-pensiero, il quale non intende rinviare: esso non è metaforico (metafora = parola per indicare), ma il dire nel senso comune della parola è comunque attività, ossia è comunque un fare (indicare). Esso si connota come quel fare che intende lasciar essere la cosa anziché trasformarla, dunque esso è quel fare che non intende essere un fare, non intendendo trasformare e alterare. Il suo ideale immanente è dunque lasciar essere integralmente: esso si esplicita nella perifrasi “far apparire”. Anche in quanto attività (non pensiero, ma fare), il dire intende lasciar essere.

 ⋯ Ma il dire è comunque un fare, così come c’è un aspetto per cui anche il fare è un dire, perché il fare è un dire per l’aspetto in cui è impossibile fare senza fare spettacolo: non è possibile fare senza assistere al fare stesso (a ciò che si fa). Tuttavia, il dire e il fare si connotano distintamente. Fare è suscitato, quindi orientato, affinché vi sia qualcosa che senza di esso non vi sarebbe: per esteso fare è “fare-che-sia”, anche dove esso intenda essere “fare-apparire”. Mentre il fare è indissociabile dall’aspettarsi che sia fatto, il pensare è svincolato per se stesso da questa aspettativa (non penso aspettando che sia pensato, come invece faccio perché sia fatto). Quindi il fare (e anche il dire, come attività) è vincolato alla temporalità tramite l’attesa, dato che non si può fare senza aspettare. Il presente del pensare (che è intendere di dire, dunque nel dire e non del dire) non è presente temporale, ma è essenzialmente atemporale, perché è l’ideale a cui tende ogni attesa, pertanto estraneo all’attesa stessa. Così, l’attendere è per se stesso attendere quel presente atemporale, dunque è l’attendere-di-cessare-di-essere-attesa: l’attesa attende di poter cessare. L’assenza, senza la quale il fare non sorge, è riconoscimento di una determinazione mancante, quindi insufficientemente presente, ma presente tuttavia perché si possa dire che essa manca.

Il ricordo è, appunto, presenza che non basta e che tende a scomparire idealmente nella presenza bastante, che tende cioè a scomparire per produrre la presenza della cosa. “Io ti ricordo” sottintende: tento di ristabilire idealmente la tua presenza reale, che mi manca.

Crediti
 • Giovanni Romano Bacchin •
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