Jarek KubickiPer quanto riguarda il contesto di produzione delle metafore, nel caso della Poetica, il metaforico si presenta ridotto alle operazioni linguistiche misurate dalle relazioni analogico-proporzionali tra termini, in funzione dell’eccellenza delle costruzioni discorsive realizzate dal poeta – che dispone della tecnica e dell’ingegno per farlo – e non come uno schematismo retorico che mina il parlare, o altre forme semiotiche performative, come fondamento traumatico di ogni significazione.All’interno delle proposte dei retorici contemporanei, Ian A. Richards in The philosophy of rhetoric (1965) ha criticato sia questo che altri precetti della poetica aristotelica che istituiscono il metaforico come una forma quasi sacralizzata dell’arte (intesa sotto un ideale armonico-proporzionale che esclude il dissimile come fondamento delle associazioni e mediante una valorizzazione estetizzante del metaforico come pratica discorsiva prioritariamente collocabile nella voce dei poeti, al di sopra di altri generi o istanze discorsive non artistiche). Nell’interpretazione metaforica aristotelica, le ambiguità vengono spostate, nella misura in cui il buon poeta costruisce metafore in cui, nella dissociazione dei nomi prodotta dal discorso poetico, l’ascoltatore può sempre cogliere il senso proprio, verosimile, che si veicola nell’epifora del nome. Si superano così le tensioni semantiche e polifoniche che potrebbero minare l’unicità di senso in un’interpretazione metaforico-equivoca dell’eterogeneità dei nomi. Tuttavia, l’ambiguo non cessa di presentarsi come una contraddizione già regolata dalle tensioni differenziali delle analogie proporzionali che favoriscono i segni come unità del sistema della lingua. Poiché, secondo il pregiudizio classista, fondato a partire dalla poetica di Aristotele, la somiglianza si verifica all’interno di una struttura trasparente sul piano della sfera del senso, in cui ogni elemento che risulti straniero o strano nell’articolazione sintagmatica dell’enunciato deve essere articolato dal principio di identità e così deve poter essere assimilabile dalla messa in relazione metaforica subordinata alla sfera del senso. Nell’immanenza della forma di questo tipo di struttura metaforica, l’eterogeneo non produce straniamento, perdita di senso o cancellazione dell’identità, poiché è subordinato allo stesso (homoíos). Ricordiamo che la struttura del come avverbiale – dell’homoíos – del simile funziona nella Poetica mediante la seguente operazione analogica:

il caso in cui il secondo [termine] si relaziona con il primo come il quarto al terzo [τὸ δὲ ἀνάλογον λέγω, ὅταν ὁμοίως ἔχῃ τὸ δεύτερον πρὸς τὸ πρῶτον καὶ τὸ τέταρτον πρὸς τὸ τρίτον]; poiché [il poeta] dirà, al posto del secondo, il quarto e, al posto del quarto, il secondo; a volte [i poeti] aggiungono ciò con cui si relaziona il [termine] sostituito. Voglio dire, per esempio, che la coppa si relaziona con Dionisio così come lo scudo si relaziona con Ares; [il poeta] chiamerà allora la coppa ‘scudo di Dionisio’ e lo scudo ‘coppa di Ares’. Oppure: la vecchiaia si relaziona con la vita così come il tramonto con il giorno; [il poeta] chiamerà allora il tramonto ‘vecchiaia del giorno’, o, come fa Empedocle, la vecchiaia, ‘tramonto della vita’, o ‘l’occaso della vita’ (Aristotele, Poetica, 1457b15-25).

Subordinando il simile a una relazione analogica-proporzionale tra termini, la percezione o la lettura dell’ascoltatore è assente dai modi in cui si iscrive la percezione del simile sotto la forma temporale del mimetico come forma dirompente che interviene sul non simile nella sfera del senso e lo disgrega. Nel caso delle percezioni mimetiche concepite da Benjamin, il senso (o l’identità di ogni rappresentazione) si trova smarrito o sovradeterminato da un’opacità inconscia che spinge il lettore a leggere producendo articolazioni o atti di lettura che eccedono o sottraggono al senso come primato o in quanto livello di analisi isolato dalle sovradeterminazioni retoriche che progrediscono per via dell’equivoco. Queste implicano la perdita di senso nella divisione nell’atto di nominazione conforme all’eterogeneità costitutiva dei nomi, l’interpretazione omofonica, l’intersezione di procedure simboliche che mettono in tensione diversi statuti e forme di concepire elementi retorici come l’immagine, la parola, la voce, la scrittura, tra gli altri. Nella marcatura benjaminiana del simile non esiste la possibilità di una lettura mimetica istituita su fondamenti logici, esente dall’istanza di atto in cui si percepiscono o leggono corrispondenze magiche lì dove persistono frammenti dissociati o resti di immagini privi di una significazione previa. Gli elementi semiotici, vuoti di significazione e messi in relazione nella forma percettiva che attraversa l’esperienza di lettura o ogni atto di lettura, sono esenti da ogni a priori semantico o principio logico matematico che li preceda. In Sulla facoltà mimetica, la messa in interazione di schematismi simbolici differenti risulta nodale per costruire una topica retorico-temporale delle somiglianze, siano esse sensoriali o no, o più o meno sensoriali le une rispetto alle altre. Al riguardo, dice quanto segue: il mimetico del linguaggio può manifestarsi solo in un tipo concreto di portatore (come la fiamma). E quel portatore è il semiotico. In modo che il plesso di senso che formano le parole o le frasi è proprio quel portatore attraverso il quale la somiglianza ci si manifesta all’improvviso (Benjamin, 2010d II-I, p. 216). La percezione di somiglianze, che emerge in forma repentina dall’atto di lettura, caratterizzato come mimetico o magico, si differenzia in un senso radicale dall’analogico-proporzionale compreso come la sommatoria inferenziale che contiene l’insieme di tautologie e possibili combinazioni di termini che integrano il sistema di segni o elementi semiotici del codice semiotico di cui il parlante e il lettore siano utenti. Poiché ciò che, nell’esperienza di lettura, si colloca come simile, a differenza di altri tipi di percezioni chiarisce Benjamin, è cosa che non si può trattenere (Benjamin, 2010c II-I, p. 210), cioè, che non può essere mai presentata sotto la forma temporale del fugace, contingente, dirompente e intermittente propria dell’istante di una nascita (Nu) o di un lampo (Aufblitzen), che trovano il non simile o la non relazione come fondamento di ogni atto di associazione.


Riepilogo
Crediti
 García Elizondo
 Il non somigliante nel somigliante: mimesi e lettura in Walter Benjamin
  Pubblicato in linea nel 2023
  Estudios de Filosofía, 68, 11-30. Fonte: Verso una critica retorica. La dialettica tra allegoria e simbolo in Walter Benjamin.
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