Spesso la cartolina non basta
Un tempo ogni classe aveva il suo banco degli asini, un limbo dove fin dai primi giorni di scuola venivano respinti gli irredimibili, stralunati ragazzi dalla testa a pera, restavano per tutto l’anno in quell’ultimo banco, come non ci fossero. Di tanto in tanto il maestro, per ironico scrupolo, li chiamava a ripetere una lezione, a svolgere sulla lavagna un esercizio; non si alzavano nemmeno, reprimendo uno sbadiglio dicevano – non mi fido – cioè non mi fido a farlo, credo di non spuntarcela. C’erano ancora quando io frequentavo le elementari, e ancora ci sono nelle classi dei maestri più anziani. Ma i regolamenti li proibiscono, e qualche direttore ha pensato fosse pedagogicamente più ortodosso istituire le classi degli asini, una classe di ragazzi tutti allo stesso livello mentale e nozionale. È facile formarle: basta, per ogni gruppo di classi, formarne una di ripetenti. Coloro che vengono respinti a ripetere una classe sono di solito irrecuperabili, assolutamente irriducibili alla sia pure vaga disciplina dello studio, se no davvero i maestri non li boccerebbero.
A me, non so se perché il direttore confida nelle mie positive qualità o, al contrario, perché mi ritiene affatto sprovveduto, tocca di solito una classe di ripetenti. Se mi ritiene capace di risollevare le condizioni della classe, il direttore si illude di certo, come si illuderebbe su chiunque altro, nessuno essendo capace di un miracolo simile; se invece intende dare un calcio alla classe, mandarla al diavolo, e me con la classe, bisogna riconoscere che concretamente capisce le cose della scuola.
Io svolgo il programma come si trattasse di una classe normale, ce ne sono due tre quattro al massimo, che mi seguono. Da sei anni, da quando ho incominciato a insegnare, mi pare di avere sempre la stessa classe, gli stessi ragazzi. Il fatto più vero, di là dalle scolastiche valutazioni, è che non una classe di asini o di ripetenti mi tocca ogni anno, ma una classe di poveri, la parte più povera della popolazione scolastica, di una povertà stagnante e disperata. I più poveri di un paese povero. Quelli dei paesi vicini lo chiamano il paese del sale, la campagna intorno è tarlata di gallerie che inseguono il sale, il sale si ammucchia candido e splendente alla stazione; sale, nebbia e miseria; il sale sulla piaga, rossa ulcera di miseria. E io me ne sto tra questi ragazzi poveri, in questa classe degli asini che sono sempre i poveri, da secoli al banco degli asini, stralunati di fatica e di fame.
Vengono a scuola, i ragazzi, dopo che la famiglia riceve la cartolina di precettazione con citati gli articoli di legge e ricordata la multa: la posta non porta loro che di queste cartoline, per andare a scuola per il servizio di leva per il richiamo per la tassa. Spesso la cartolina non basta, il direttore trasmette gli elenchi degli inadempienti all’obbligo scolastico al maresciallo dei carabinieri; il maresciallo manda in giro l’appuntato, a minacciare galera e – io vi porto dentro – i padri si rassegnano a mandare a scuola i ragazzi. C’era un maresciallo che questo servizio lo aveva a cuore, mandava a chiamare i padri e sbatteva in camera di sicurezza, per una notte che avrebbe portato consiglio, quelli che più resistevano. E allora a me maestro, pagato dallo Stato che paga anche il maresciallo dei carabinieri, veniva voglia di mettermi dalla parte di quelli che non volevano mandare a scuola i figli, di consigliarli a resistere, a sfuggire all’obbligo. La pubblica istruzione! Obbligatoria e gratuita, fino ai quattordici anni; come se i ragazzi cominciassero a mangiare soltanto dopo, e mangerebbero le pietre dalla fame che hanno, e d’inverno hanno le ossa piene di freddo, i piedi nell’acqua. Io parlo loro di quel che produce l’America, e loro hanno freddo, hanno fame; e io dico del Risorgimento e loro hanno fame, aspettano l’ora della refezione, giocano per ingannare il tempo, e magari pizzicando le lamette dimenticano la fatica del servizio, le scale da salire con le brocche dell’acqua, i piatti da lavare.

Crediti
 Leonardo Sciascia
 Le parrocchie di Regalpetra
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Quotes per Leonardo Sciascia

È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia un cretino. [...] e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto, tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l'olio e il vino dei contadini.  Nero su nero

Tante cose si fanno per il bene degli altri che diventano il male degli altri e il proprio.  Cruciverba

Ministri, deputati, professori, artisti, finanzieri, industriali, quella che si suole chiamare classe dirigente. E che cosa dirigeva in concreto, effettivamente? Una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela. Anche se di fili d'oro.  Todo modo

Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare.

Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno, dentro di sé, può giocarseli come vuole, fino alla disintegrazione, alla follia. Ma un fatto è un fatto: non ha contraddizioni, non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario.