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Nietzsche sa che è necessario affermare tutto, che il Meriggio dionisiaco non lascia alcun lembo della Terra al di fuori della sua attivazione pensante. Per Nietzsche, appena colte nel nucleo di potenza che ne riafferma la venuta, tutte le figure della forza sono integrabili in Dioniso, che vi si smembra e ricompone in questo riso di cui gli dei sono morti. Nietzsche sa che la parola «vita» nomina l’uguaglianza integrale dell’essere. E Deleuze afferma con lui che l’essere è l’uguaglianza stessa.

Il pensiero nomade
Come potrebbe la neutralità non categoriale essere diseguaglianza? Le conclusioni di Nietzsche vanno però in direzione all’aristocraticità del pensiero, della superiorità dei forti, il che può sembrare paradossale. Nondimeno, chi o che cosa è forte? È forte colui che afferma integralmente l’integralità dell’essere, debole colui che abita la diseguaglianza in quest’uguaglianza, colui che mutila e astrae la gioiosa neutralità della vita. Ma, concepita in questo modo, la forza non è affatto qualcosa di immediato e spontaneo, la forza è concentrazione e sforzo, è spogliarsi di tutte le categorie a partire dalle quali costruiamo il riparo opaco della nostra attualità, della nostra individualità, del nostro io. «Sobrietà, sobrietà!» si dice in Mille Piani. Sobrietà, perché l’opulenza spontanea, la derisoria fiducia in ciò che siamo, ci categorizza in una regione povera ed assegnata dell’essere. Sì, ascesi, stoicismo, poiché per pensare bisogna darsi il modo di oltrepassare i propri limiti, di andare sino al limite di ciò che possiamo. Ascesi, perché la vita ci costituisce e ci giudica «secondo una gerarchia che considera le cose e gli esseri dal punto di vista della loro potenza». Essere degno della vita inorganica è anche non attardarsi troppo nella soddisfazione degli organi. Il nomade è colui che sa non bere quando ha sete, continuare sotto il sole quando desidererebbe dormire, dormire solo sul suolo desertico quando sogna un abbraccio o dei tappeti. Il pensiero nomade si accorda con la neutralità della vita e con la metamorfosi attraverso l’esercizio continuo in cui si lascia ciò che si è.
Il «divieni ciò che sei» di Nietzsche deve essere inteso come: sei solo ciò che diventi. Ma per giungere là dove la forza impersonale del fuori attiva questo divenire, bisogna trattare sé stessi come sintesi disgiuntiva, come analisi congiuntiva, separarsi da sé stessi e dissolversi. Coloro che fanno questo sono i forti. Cosi si chiarisce che la grande salute si guadagna nella malattia, che fa della salute un’affermazione e una metamorfosi, non uno stato e una soddisfazione; o che l’eroe della parola flessibile, colui attraverso il quale parla la vita indiscernibile, sia l’eroe di Beckett, sfinito, a pezzi, capo sciolto in lacrime piantato nella segatura di una giara. E ci si rifiuta di dire che il pensiero, il pensiero-vita, è un’ascesi? In verità, nel pensiero di Deleuze c’è un terribile dolore, che è la condizione antidialettica della gioia, che è rimpicciolimento di sé in modo da permettere all’essere di declinare attraverso la vostra bocca e le vostre mani il suo unico clamore.
Il nome dell’essere è la vita solo per colui che non prende la vita come un dono o un tesoro, o come sopravvivenza, ma per un pensiero che ritorna là dove ogni categoria va in crisi. Ogni vita è nuda. Ogni vita è denudamento, abbandono delle vesti, dei codici e degli organi. Non ci si dirige così verso il buco nero nichilista. Ma, al contrario, ci si tiene nel punto in cui attualizzazione e virtualizzazione si scambiano; si è un creatore, ovvero ciò che Deleuze chiama un «automa purificato», una superfìcie sempre più porosa alla modalizzazione impersonale dell’essere.

Crediti
 • Alain Badiou •
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