Spregevole morale del pensiero

Siamo tutti gente di buon senso; ognuno può ingannarsi, ma nessuno è sciocco (nessuno di noi, s’intende); senza buona volontà, niente pensiero; ogni vero problema deve avere una soluzione, poiché siamo alla scuola di un maestro che non interroga se non a partire dalle risposte bell’e scritte del suo quaderno; il mondo, è la nostra classe. Infime credenze… E allora? La tirannia di una volontà buona, l’obbligo di pensare in comune con gli altri, il dominio del modello pedagogico, e soprattutto l’esclusione della bestialità, ecco tutta una spregevole morale del pensiero, di cui sarebbe facile senza dubbio decifrare il gioco nella nostra società. Occorre liberarsene. Ma se si sovverte questa morale, tutta la filosofia finisce con lo spostarsi. Prendiamo la differenza. Solitamente, la si analizza come la differenza di qualcosa o in qualcosa; dietro, al di là di essa, ma per sostenerla, darle un luogo, delimitarla, e dunque assoggettarla, si pone, con il concetto, l’unità di un genere che essa è tenuta a frazionare in specie (dominazione organica del concetto aristotelico); la differenza diviene allora ciò che deve essere specificato all’interno del concetto, senza uscire da esso. E tuttavia, al di sopra delle specie, c’è tutto il brulichio degli individui: questa smisurata diversità che sfugge ad ogni specificazione, e cade al di fuori del concetto, altro non è se non la ripresa della ripetizione. Al di sotto delle specie ovine, non resta che contare i montoni. Ecco dunque la prima figura dell’assoggettamento: la differenza come specificazione (nel concetto), la ripetizione come indifferenza degli individui (fuori del concetto). Ma assoggettamento a che cosa? Al senso comune, che, distogliendosi dal divenire folle e dall’anarchica differenza, sa, ovunque e nello stesso modo, riconoscere ciò che è identico; il senso comune ritaglia la generalità nell’oggetto, nel momento stesso in cui, per un patto di buona volontà, istituisce l’universalità del soggetto conoscente. Ma se, per l’appunto, si lasciasse muovere la volontà cattiva? Se il pensiero si liberasse dal senso comune e non volesse più pensare se non alla punta estrema della propria singolarità? Se, anziché ammettere benevolmente la propria cittadinanza nella doxa, praticasse malvagiamente la scappatoia del paradosso? Se, anziché ricercare il comune sotto la differenza, pensasse differenzialmente la differenza? Il pensiero allora non sarebbe più un carattere relativamente generale che manipola la generalità del concetto, ma sarebbe – pensiero differente e pensiero della differenza – un puro avvenimento; quanto alla ripetizione, essa non sarebbe più il triste avvicendarsi dell’identico, ma differenza spostata. Sfuggito alla buona volontà e all’amministrazione di un senso comune che divide e caratterizza, il pensiero non costruisce più il concetto, produce un senza-avvenimento ripetendo un fantasma. La volontà moralmente buona di pensare nel senso comune aveva in fondo la funzione di proteggere il pensiero dalla sua singolare genitalità.

Crediti
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