Nel panorama desolato e omologato dell’hardcore nordamericano degli anni Ottanta, dove la velocità fine a se stessa e la rabbia monocorde sembravano essere gli unici imperativi categorici, l’apparizione dei NoMeansNo dalla fredda Victoria, Canada, rappresentò un’anomalia genetica, un’aberrazione evolutiva destinata a ridefinire i confini del genere. I fratelli Rob e John Wright, basso e batteria rispettivamente, non si limitarono a suonare punk; lo smontarono pezzo per pezzo, iniettandovi dosi massicce di funk sincopato, di progressive schizofrenico e di jazz deviato, creando una miscela sonora che aveva la precisione chirurgica di un’operazione a cuore aperto e la violenza cieca di una rissa da bar. La loro musica non era un muro di suono, ma una ragnatela complessa di ritmi spezzati e linee di basso pulsanti che fungevano da scheletro portante per liriche intrise di umorismo nero, critica sociale e nichilismo esistenziale. Non cercavano l’adesione del pubblico, ma la sua destabilizzazione. Ascoltare un loro disco significava accettare di essere trascinati in un labirinto sonoro dove ogni certezza armonica veniva sistematicamente tradita, dove il silenzio pesava quanto il rumore e dove la risata si trasformava impercettibilmente in un urlo di terrore.
Punk rock, punk-jazz: la foga e il concetto. Danze tribali, convulsi spiel, rock and roll scatenato, musichall apocalittici, l’alternanza di toni tragici e toni comici. Stile eclettico e piglio burlesco, all’insegna di una follia scomposta, un tracollo del sistema nervoso, un blaterare al vento la fine della ragione usando le arti più sottili della ragione stessa. La musica come tam-tam della trasgressione, a riflettere gli impulsi che la agitano. Primo impulso quello di deridere il mondo, secondo quello di rifiutare rabbiosamente l’esistenza, il terzo allaccia ogni tensione in una farsesca furia (auto)omicida.
Questa furia, tuttavia, non è mai cieca. È una furia intellettuale, controllata, quasi matematica. Brani come Sex Mad o Dad non sono semplici sfoghi adolescenziali, ma trattati di sociologia patologica compressi in tre minuti di delirio sonoro. Il basso di Rob Wright, distorto e onnipresente, non si limita a tenere il tempo, ma canta, ringhia, dialoga con la chitarra (spesso affidata ad Andy Kerr nei primi lavori) in un contrappunto che deve più a Frank Zappa e ai King Crimson che ai Ramones. La sezione ritmica è una macchina da guerra che macina tempi dispari con la naturalezza con cui si beve un bicchiere d’acqua, sfidando l’ascoltatore a tenere il passo senza inciampare. L’album Wrong del 1989 rappresenta l’apice di questa poetica del disastro controllato: un capolavoro di tensione nervosa in cui ogni traccia è un tassello di un mosaico che ritrae l’uomo moderno come un animale in gabbia, vittima delle sue stesse nevrosi e delle istituzioni che ha creato per proteggersi. In pezzi come It’s Catching Up o The Tower, la band raggiunge vette di intensità drammatica raramente toccate nel punk, trasformando l’angoscia in una forma d’arte grottesca e sublime. I NoMeansNo ci ricordano che il punk non è una questione di creste o spille da balia, ma un’attitudine mentale: la capacità di guardare nell’abisso e ridergli in faccia, sapendo che l’abisso non ha senso dell’umorismo ma noi sì. E in questa risata, sguaiata e dissonante, risiede l’unica forma di salvezza possibile per chi ha capito che il mondo è un teatro dell’assurdo dove tutti recitano a soggetto una parte scritta da un idiota. La loro eredità non sta tanto nelle band che li hanno copiati (e sono state tante, dai Minutemen ai Victim’s Family), quanto nell’aver dimostrato che si può essere complessi senza essere pretenziosi, violenti senza essere stupidi, e divertenti senza essere superficiali. Hanno aperto una porta che molti non sapevano nemmeno esistesse, quella che collega la rabbia viscerale del punk con la struttura cerebrale del prog, e l’hanno lasciata spalancata affinché chiunque avesse il coraggio di attraversarla potesse scoprire che, al di là del rumore, c’è una musica che parla direttamente al sistema nervoso centrale, bypassando il cuore e colpendo dritto allo stomaco.
Funk sincopato: Stile ritmico caratterizzato dallo spostamento degli accenti forti su tempi deboli, utilizzato dai NoMeansNo per creare una tensione dinamica e imprevedibile nel punk.
Jazz deviato: Approccio musicale che utilizza le tecniche di improvvisazione e le scale tipiche del jazz inserendole in contesti distorti e rumorosi, tipico del sound sperimentale della band.
Progressive schizofrenico: Fusione tra la complessità strutturale del rock progressivo e l’aggressività del punk, risultante in brani con frequenti cambi di tempo e atmosfere angoscianti.
Tempi dispari: Segnature ritmiche non convenzionali che sfidano la normale scansione in quattro quarti, richiedendo una precisione chirurgica nell’esecuzione per evitare il tracollo armonico.
Storia del rock. Vol. 4: Anni '80 e '90
Scheda monografica dedicata ai 'NoMeansNo' (sezione Hardcore Punk / Canada)
Data di pubblicazione: Gennaio 1997
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Il volume ripercorre la genesi e l’esplosione della scena hardcore negli Stati Uniti e in Canada, inserendo i NoMeansNo nel contesto di una rivolta generazionale. Blush analizza come la band di Victoria si sia distinta per una perizia tecnica e una complessità ritmica senza precedenti, sfidando i dogmi della velocità fine a se stessa. È un testo fondamentale per comprendere l’ecosistema sociale in cui il nichilismo esistenziale dei fratelli Wright ha trovato terreno fertile per germogliare.
Our Band Could Be Your Life di Michael Azerrad
Questo libro celebra le band indipendenti che hanno trasformato il rock americano tra il 1981 e il 1991. Sebbene focalizzato principalmente su gruppi statunitensi, offre il quadro ideale per comprendere l’etica del fai-da-te che ha permesso a formazioni come i NoMeansNo di creare una musica così eclettica e priva di compromessi. Azerrad esplora l’attitudine mentale necessaria per guardare nell’abisso e trasformare l’angoscia in una forma d’arte grottesca e sublime.
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Il saggio esplora le contaminazioni tra i generi, permettendo di decodificare le influenze dei King Crimson e di Frank Zappa presenti nel sound dei NoMeansNo. L’autore spiega come la struttura cerebrale del prog sia filtrata nel punk, creando ibridi schizofrenici e ritmi spezzati. È una risorsa preziosa per analizzare tecnicamente il contrappunto tra il basso distorto di Rob Wright e le dinamiche ritmiche che hanno bypassato il cuore per colpire dritto allo stomaco.






















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