Sul paradosso

È nella complementarietà del buon senso e del senso comune che si stringe l’alleanza tra l’io, il mondo e Dio – Dio come esito ultimo delle direzioni e principio supremo delle identità. Parimenti, il paradosso è il rovesciamento simultaneo del buon senso e del senso comune: appare da un lato come i due sensi, a un tempo, del divenire-folle, imprevedibile; dall’altro come il non senso dell’identità perduta, irriconoscibile. Alice è colei che va sempre nei due sensi contemporaneamente; il paese delle meraviglie (Wonderland) è a duplice direzione sempre suddivisa. Ma è anche colei che perde l’identità, la sua, quelle delle cose e quella del mondo: in Sylvie e Bruno, il paese delle fate (Fairy-land) si oppone al Luogo comune (Common-place). Alice subisce e fallisce tutte le prove del senso comune: la prova della coscienza di sé come organo – Chi siete? –, la prova della percezione di oggetto come riconoscimento – il legno che si sottrae a ogni identificazione –, la prova della memoria come recitazione – è falso dall’inizio alla fine –, la prova del sogno quale unità di mondo – in cui ogni sistema individuale si disfa a profitto di un universo in cui si è sempre un elemento nel sogno di qualcun altro – Non mi piace appartenere al sogno di un’altra persona. Come potrebbe Alice aver ancora un senso comune se non ha più buon senso? Il linguaggio sembra, in ogni modo, impossibile, poiché non ha soggetto che si esprima o che si manifesti in esso, né oggetto da designare, né classi e proprietà da significare secondo un ordine fisso. È qui nondimeno che si opera la donazione di senso, in questa regione che precede ogni buon senso e senso comune e in cui il linguaggio raggiunge la sua più elevata potenza con la passione del paradosso.

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