James Gourley ⋯ Two women stroll through Kim Il-sung Square in front of the Grand People’s Study House

In un discorso pronunciato il 18 ottobre 1966 davanti ai funzionari del dipartimento di direzione organizzativa e del dipartimento d’agitazione e propaganda del Comitato centrale del partito, il grande leader narrò alcuni avvenimenti esemplari della sua esperienza militare e politica:

È facile pretendere di dedicarsi totalmente agli interessi della rivoluzione, ma non è facile agire effettivamente in tal modo.
Chi è provvisto di una forte volontà può superare qualsiasi prova. Avere una volontà forte o debole dipende dall’aver più o meno acquisito una giusta concezione rivoluzionaria del mondo. Ora, si possono trovare molte persone che sanno parlare bene, ma che una volta in prigione tradiscono la loro fede e che sul campo di battaglia si mettono in fuga e gettano le armi.
Ne abbiamo visti molti. Quando i nostri guerriglieri anti-giapponesi si trovavano in una situazione molto difficile, gli imperialisti giapponesi mandarono anche Choe Nam Son a Changchun per organizzare una campagna in loro favore ed essi, con l’aiuto di volontari, diffusero ogni genere di propaganda perversa. Questi sporcaccioni cominciarono a sbraitare che noi «mastichiamo carne di cavallo a bocca piena», che «Kim Il Sung ci metterà alla mercé di Stalin», ecc. Allora un individuo che era capo di stato maggiore della nostra unità fuggì, sebbene fosse un provato veterano della rivoluzione.
A quell’epoca attraversammo un periodo di prove veramente dure. Io dissi ai miei compagni d’armi e ai miei compagni di guardia: abbiamo combattuto fianco a fianco da più di dieci anni, ma il nostro cammino è ancora lungo e non sappiamo quanti anni dovremo ancora combattere; per conquistare l’indipendenza del paese dovremo condurre una lotta di lunga durata; per quanto difficile e lunga sia la nostra lotta, la vittoria apparterrà a noi, è certo, e quelli che non possono superare le difficoltà se ne vadano pure, ma non di nascosto; prima di andarsene prendano congedo dai compagni d’armi con i quali, da dieci anni, hanno condiviso le stesse sofferenze, cibandosi di mais cotto e affrontando freddo e caldo indescrivibili; in ogni caso, non li fucileremo perché se ne vanno. Allora alcuni compagni piansero e altri affermarono che avrebbero diviso la morte con noi. Ecco un avvenimento patetico che si verificò allora. In precedenza, di tanto in tanto, accadeva che qualcuno disertasse la nostra unità pur senza aver fucilato il proprio comandante, come invece perlopiù si faceva. Ma dopo questo avvenimento patetico nessuno disertò e tutti combatterono in modo ammirevole, con risolutezza. Abbiamo così superato ogni difficoltà. Con una forte volontà si può superare ogni difficoltà.
Durante quasi quarant’anni di lotta rivoluzionaria abbiamo conosciuto molte vicissitudini e sostenuto molte prove. Abbiamo fatto l’esperienza della lotta clandestina e della guerriglia nel corso delle quali abbiamo superato molti momenti critici che ci ponevano di fronte a questa alternativa: proseguire la rivoluzione o morire. Anche dopo la Liberazione abbiamo incontrato momenti difficili, in particolare durante il ripiegamento della Guerra di liberazione della patria. In ciascuno di questi momenti ci siamo rafforzati nella nostra determinazione di superare tutte le difficoltà, costi quel che costi, ricordandoci il modo con cui un tempo i rivoluzionari le avevano superate per continuare la rivoluzione; e nel corso di questa dura lotta di massa la nostra volontà rivoluzionaria si è ulteriormente rafforzata.
Nei momenti così difficili del ripiegamento ho infuso coraggio nello spirito fraterno dei nostri compagni. Un giorno un compagno che allora era comandante dell’Esercito popolare venne a farmi visita, dopo aver a stento spezzato l’accerchiamento nemico; egli stesso era stato ferito a un braccio nella difesa di Pyongchon. Io feci colazione con lui e, senza lasciarlo riposare una sola notte, gli ordinai di raggiungere immediatamente il colle Hwangchoryong.
Gli dissi che i nemici potevano tentar di avanzare dal colle Hwangchoryong, occorreva arrestarli ad ogni costo, perché altrimenti avrebbero potuto spingersi fino a Kanggkye e che toccava a lui difendere il colle Hwangchoryong con i 6 carri armati rimasti e con i soldati in ripiegamento che avrebbe dovuto riunire, perché non avevamo truppe di riserva. Questo compagno era venuto a farmi visita dopo aver sopportato la fame e la sofferenza per molti giorni di seguito e dopo essere stato per di più ferito; nonostante tutto, gli diedi l’ordine di raggiungere immediatamente il fronte, senza lasciarlo riposare una sola notte; malgrado ciò, egli partì all’istante senza proferir parola. Alla vista di questa scena anche gli stranieri che erano con noi piansero d’emozione dicendo che non sapevano che noi, i vecchi guerriglieri, fossimo così forti.
D’altronde in quale difficile situazione ci trovavamo al momento in cui mettemmo mano alla rinascita e alla costruzione del dopoguerra? In effetti all’inizio dubitavamo un poco del successo della rinascita perché tutto era distrutto, ma anche allora, incoraggiati dalle masse popolari, abbiamo acquisito fiducia nel successo della nostra rinascita.
Nel corso di una visita a Rakwon durante la guerra, ho avuto l’occasione di assistere a una assemblea generale della cellula del partito del reparto di modellatura nell’officina di costruzioni meccaniche di Rakwon. Fra i partecipanti c’erano due militanti del partito, di cui una fece raddoppiare la mia fiducia dicendomi: «Stimato Presidente del Consiglio, non rattristatevi! La rinascita e la costruzione non saranno un problema se noi vinciamo la guerra. Non abbiamo forse vissuto in modo felice dopo aver ripristinato in due o tre anni tutto ciò che la canaglia giapponese aveva frettolosamente distrutto al momento della sua fuga? Finita la guerra potremo di nuovo intraprendere la rinascita e vivere felici. Non preoccupatevi troppo!». Quella notte non riuscii a prendere sonno. In tutta la mia vita non scorderò mai le parole di quella compagna. Tornando in macchina, mi dissi che aveva perfettamente ragione e assunsi la convinzione ancora più ferma che il nostro partito avrebbe trionfato a colpo sicuro, poiché aveva a sua disposizione una classe operaia con una volontà decisa come quella di questa compagna.
Vorrei citare un altro fatto che accadde nel corso della lotta contro il frazionismo. Mi ero allora recato nell’acciaieria di Kangsun. Al momento della partenza pensai che mi sarei limitato ad assegnare semplicemente dei compiti e che sarei rientrato subito, ma una volta sul posto trovai un tale stato di cose che non mi era possibile rientrare immediatamente. Gli operai dicevano di sentirsi scoraggiati e si annoiavano sul lavoro perché avevano sentito dire che le grandi potenze esercitavano pressioni su di noi e Syngman Rhee, da parte sua, tentava un nuovo attacco contro di noi.
Radunai pertanto gli operai in una costruzione adibita a magazzino generale e pronunciai un discorso davanti ad essi. Dissi loro tutto, senza reticenze: ci troviamo in una situazione assai difficile; le canaglie USA hanno minacciato di intraprendere una nuova invasione alla fioritura della azalee e può darsi che sia vero; le genti di un paese ci mandano i loro frazionisti; le genti di un altro, d’accordo con essi, cercano di esercitare pressioni su di noi; le canaglie dissidenti del nostro paese, spalleggiate dai loro rispettivi padroni, si levano contro il partito; e Syngman Rhee, contando sull’appoggio degli Stati Uniti, intende avventarsi su di noi; in chi dobbiamo riporre la nostra fiducia? In voi soli e in nessun altro; è dunque possibile che siate scoraggiati? Dobbiamo lavorare con coraggio tanto più che la nostra situazione è così difficile. Allora i lavoratori gridarono il loro consenso e ciascuno di essi si decise ad assolvere qualsiasi compito, quantunque difficile, e mi chiesero di inviare da loro le canaglie dissidenti come Choe Chang Ik e i suoi pari, per poterli gettare nella fornace elettrica. In questo modo riconfermammo di nuovo la nostra forza.
Poco dopo mi misi in viaggio per Nampo in occasione delle elezioni; arrivato nella comune di Taesong-ri, nella circoscrizione di Kangsun, mi fermai un istante. Là incontrai una vecchia che aveva perso in guerra il figlio, comandante di reggimento dell’Esercito popolare, a quanto si diceva. Stava osservando la gente che ballava vicino a una sezione elettorale e teneva sul dorso suo nipote. Quando mi vide, disse: «Stimato Presidente del Consiglio, sembrate molto patito, ma non preoccupatevi troppo. I frazionisti lanciano delle accuse assurde sul modo di vivere della gente, ma tutti stanno bene ora e non c’è nulla di cui preoccuparsi. Alla fine saremo noi a vincere e non quei farabutti dissidenti, capisce! Non preoccupatevi. Noi siamo con Voi, Presidente».
Le sue parole ci infusero nuovo coraggio e rafforzarono in noi la determinazione a sconfiggere una volta per tutte gli elementi frazionisti.
In questo modo abbiamo sempre attinto la nostra forza e la nostra fiducia dalle masse popolari e grazie a loro abbiamo rafforzato la nostra volontà rivoluzionaria e rinsaldato la nostra concezione rivoluzionaria del mondo.

Crediti
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