Jeff Greenberg ⋯ Sole che sorge tra fili d'erbaL’indagine di Ushikawa aveva raggiunto un’impasse che lo deliziava. Era come fissare un’equazione con due incognite e nessun dato. Da un lato, una guaritrice fantasma, Elara, dissoltasi nell’aria dopo aver eseguito un atto impossibile. Dall’altro, un restauratore di suoni solitario, Julian, che aveva tirato fuori dal rumore bianco una musica che non doveva esistere. Aveva passato settimane a scavare nel passato di entrambi, accumulando dettagli inutili. Il suo ufficio odorava di polvere, caffè stantio e sconfitta. Ma Ushikawa non si arrendeva mai. Si nutriva di sconfitte. Una notte, fissando le due lavagne separate che rappresentavano le sue prede, ebbe un’illuminazione. Non fu un lampo di genio logico. Fu una rivelazione quasi fisica, come un sapore cattivo che si sente in fondo alla gola. Stava sbagliando tutto. Stava cercando prove, connessioni, motivi. Ma quella non era una storia di polizia. Era una storia di fantasmi.

Non sono due linee parallele, mormorò al suo riflesso unto sulla finestra. Sono una corda di violoncello e l’arco che la suona. Non si possono trovare separatamente. Si trovano solo quando vibrano insieme. L’intuizione fu così forte da fargli quasi provare un’emozione. La sua strategia cambiò radicalmente. Smettere di dare la caccia alla donna. Lei era fumo, era un’eco. Invece, doveva concentrarsi sulla cassa di risonanza. Sull’uomo. Doveva usare Julian non come un bersaglio, ma come un’esca vivente. Aveva percepito, con il suo istinto animale per le debolezze umane, che il legame tra i due non era un semplice collegamento. Era una legge di natura, una forza di gravità. Lei sarebbe tornata da lui. Non per logica, non per un piano. Ma perché non poteva fare altrimenti. Il loro amore era la debolezza che lui avrebbe trasformato in una gabbia.

Il giorno dopo, Ushikawa mise in atto la fase più cruciale del suo piano. Con una somma di denaro dell’Istituto che avrebbe potuto comprare l’intero piano, affittò, tramite un prestanome, un piccolo e squallido appartamento al diciassettesimo piano del palazzo di Julian. Era direttamente di fronte, separato solo da un cortile interno. L’appartamento odorava di solitudine e di cavolo bollito, ma la vista era perfetta. Dalla sua finestra sporca, poteva vedere direttamente nel soggiorno e nello studio di Julian. Il suo nuovo nido. Da lì, iniziò il suo appostamento. Non era la caccia a un criminale. Era lo studio di un entomologo su un raro e ignaro esemplare. Osservava Julian preparare il caffè. Lo guardava passare ore e ore chino sulle sue apparecchiature, con le cuffie che lo isolavano dal mondo, e soprattutto dal fatto di essere osservato. Ushikawa studiava i suoi ritmi, i suoi silenzi, la sua solitudine quasi perfetta. E aspettava.

L’appartamento di Julian non era più un rifugio. Era diventato il centro di una trappola invisibile, e Ushikawa ne era il paziente e sgradevole ragno. La tensione, per chi avesse potuto vederla, era quasi insostenibile. Ushikawa, l’uomo tonalmente sordo che non capiva nulla di musica o di arte, era diventato il direttore d’orchestra silenzioso della convergenza finale. Non si sarebbe rivelato. Sarebbe rimasto un’ombra, una presenza che orchestrava il destino altrui dal suo trespolo sudicio. La sua era una caccia psicologica, un capolavoro di pazienza predatoria.

>Da qualche giorno, Julian si sentiva a disagio. C’era una nuova nota stonata nel paesaggio sonoro del palazzo. Un disturbo sottile, una frequenza bassa e irregolare che non riusciva a isolare. Forse il condizionatore di un nuovo vicino. O un problema alle tubature. Lo liquidava come un’interferenza trascurabile, troppo assorbito dalla sua stessa ossessione. Il duetto. La nota di La bemolle e la sua eco più alta continuavano a crescere in intensità, una melodia nascente nel cuore del rumore bianco del mondo. Erano la sua unica connessione con il mistero, la sua unica speranza di trovare la fonte di quella musica impossibile. Passava le sue giornate a cercare di decifrare quel segnale, ignaro che la sua stessa ricerca lo stava rendendo il faro perfetto per chi gli dava la caccia.

Non sapeva che il suo nemico non era più un’entità astratta e lontana. Era un vicino di casa sgradevole, un uomo con la testa a forma di tubero che, proprio in quel momento, lo stava osservando con un binocolo, un sorriso umido sulle labbra. Ushikawa sapeva che la sua attesa era quasi finita. La melodia che Julian stava inseguendo con tanta disperazione era la stessa sirena che stava attirando la donna verso la sua trappola. Il cerchio si era quasi chiuso. La logica del mondo reale, nella sua forma più tenace e ripugnante, si era posata sul mistero, in attesa solo che l’amore, nella sua forma più pura e disperata, facesse scattare la tagliola.

Crediti
 Autori Vari
  Nel 1984 a Tokyo l'assassina Aomame e lo scrittore Tengo scivolano inconsapevolmente in una realtà parallela che battezzano 1Q84 un mondo surreale con due lune e forze misteriose come i Little People. Le loro storie si sviluppano in modo alternato ma sono destinate a convergere a causa di un profondo legame infantile. Mentre Aomame riceve l'incarico di eliminare il leader di una setta religiosa Tengo viene coinvolto nella riscrittura dell'inquietante manoscritto <em>La crisalide d'aria</em>. Entrambi lottano per ritrovarsi e fuggire da questo mondo distorto.
  Analisi del libro 1Q84 di Haruki Murakami pubblicato nel maggio 2009
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