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Ecco il tempo degli Assassini” è il rintocco che chiude “Mattinata d’ebbrezza” nelle “Illuminazioni” di Rimbaud. Ed è la frase che intitola, con un apolivalenza di significati, della quale Rimbaud è solo in parte responsabile, questo saggio scritto da Miller per il centenario della nascita del poeta.
• Giacomo Debenedetti •

Henry Miller, come si sa, è un noto romanziere, famoso per alcuni suoi libri, uno tra tutti, “Il tropico del cancro“. A parte i romanzi Miller si è dedicato anche ad opere di critica e di saggistica. Una in particolare si distingue per la capacità dell’autore di andare oltre la mera critica ai testi, nel tentativo, credo molto riuscito, di penetrare l’animo e la poesia del poeta che stava trattando. Il libro si chiama “Il tempo degli assassini“. E il grande poeta, di cui si parla in questo libro, è Arthur Rimbaud, l’enfant prodige, il diciassettenne che ha rivoluzionato la poesia contemporanea.

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Rimbaud nasce a Charleville nel 1854, in un paesino non lontano da Parigi, un paese di campagna che, a distanza di oltre 150 anni, è rimasto intatto nelle sue origini contadine. Un paesino dove un piccolo ribelle come il nostro poeta sicuramente non poteva trovare posto. Rimbaud cresce irriverente, disgustato dal mondo contadino e dalla gente del suo paese. Due volte scappa di casa e per ben due volte è costretto a ritornarci. La sua esperienza poetica si consuma tra i sedici e i diciannove anni: in questi tre anni consegna ai posteri un patrimonio poetico rimasto intatto fino ad oggi e di cui si continua incessantemente a scrivere. Miller parte da un suo ricordo che gli impediva di leggere Rimbaud perché questi era associato ad una persona che lui odiava, ma una volta cominciato a leggere, si appropria, si impadronisce del piccolo prodigio tentando di fare una comparazione tra le sue vicissitudini e quelle del poeta francese. Ne viene fuori un profilo giustamente apologetico che non indulge talvolta in alcune critiche, ma che riesce a descrivere mirabilmente l’essenza di Rimbaud: la sua genialità. Il suo essere diverso dagli altri, il suo desiderio di vivere fino alla fine ogni emozione, senza limiti. Un genio tormentato da un’inquietudine profonda, da un’insoddisfazione tale che lo spinse, dopo i diciannove anni, a non scrivere più per tutta la sua vita, che lo portò a girovagare negli anfratti più sperduti della terra allora conosciuta, a scoprire nuove terre, a fare i lavori più impensabili. Un’inquietudine che lo portò a non curarsi della sua opera poetica, pubblicata interamente solo dopo la sua morte, grazie all’ interessamento di Paul Verlaine, con il quale aveva avuto una relazione che stava rischiando di finire in tragedia.

 ⋯ Rimbaud morì sconosciuto come poeta all’ età di 37 anni, dopo essere tornato dall’ Africa per una cancrena che lo costrinse all’ amputazione delle gambe e lo portò poi alla morte nell’ ospedale della Conception a Marsiglia. Miller pone l’accento sulla genialità del poeta, sulla sua convinzione che i geni si trovano nei posti più impensabili: nei porti, nelle bettole, luridi, puzzolenti, desiderosi di consumare la loro vita nella pienezza. Desiderosi di vivere per se stessi. Probabilmente, a vederlo, Rimbaud sarebbe apparso agli occhi degli altri un semplice vagabondo, uno di questi anonimi scaricatori di porto, un genio che aveva scritto a soli sedici anni “Le Bateau ivre”, certamente il suo capolavoro in versi, un viaggio in cui il poeta “mentre discendeva fiumi imperturbati, perse la guida dei suoi alatori“. Un viaggio al di sopra del bene e del male, alla scoperta dell’essenza della vita, alla ricerca del destino che lo aspettava. Tutto ciò concretizzato in immagini di una potenza evocativa eccezionale che permettono al lettore di partecipare a questa esperienza, a questo viaggio dove ogni contingenza scompare nel “poema del mare lattescente e infuso d’astri“.

 ⋯ Non mancano nel libro passi in cui Miller tenta di analizzare il profilo psicologico del poeta. Rimbaud che si allontana dalla famiglia e da sua madre come suo padre aveva fatto con lui. Rimbaud, ragazzino irriverente e ribelle, nel tentativo di difendersi dagli altri, per proteggere la sua profonda fragilità. Miller vede il suo vagabondaggio, di cui restano delle splendide poesie (Sensation, Ma bohème, Au Cabaret-Vert), come il mezzo per soddisfare il suo desiderio di conoscenza spinto fino ai limiti estremi, che lo portò a vivere ogni tipo di esperienza, da quella dell’oppio a quella omosessuale. Un desiderio di conoscenza che doveva portarlo allo “sregolamento dei sensi” di cui Rimbaud parla approfonditamente nella famosa “Lettera del Veggente“, un vero e proprio manifesto di una nuova poetica. Dalla lettura di questa lettera si può capire quanto Rimbaud fosse un precursore dei tempi, un’avanguardista che come tale era destinato a non essere compreso nella sua epoca. Un avanguardista che pagò sulla sua pelle il desiderio di conoscenza e il suo voler essere diverso a tutti i costi.

Una diversità che lo portò ad inventare un linguaggio poetico nuovo, le cui lettere fossero formate dalle sue allucinazioni. Il rosso non è rosso, un albero non è verde: queste erano convenzioni che andavano smantellate e reinventate. Oggi, se da Parigi, si sale sul treno per Charleville si attraversano delle campagne, le stesse che Rimbaud aveva visto dal treno quando si dirigeva a Parigi, desideroso di conoscere e di vivere esperienze nuove. E’ bello scoprire per chi si ferma a Charleville, nella piazza antistante la stazione, una statua dedicata al nostro poeta, una statua che lo ritrae ancora ragazzo. Ed è proprio da Charleville che Rimbaud è stato riconosciuto come un grande poeta, un genio ribelle, al quale la storia e l’arte hanno dato il giusto posto. Lui non ha voluto glorie in vita, ma la sua fama si perpetua nella poesia. Una tensione continua verso la chiave della vita. Una tensione che gli ha permesso di “possedere la verità in un’anima e in un corpo“.

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Crediti
Gennaro De Falco

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