Quando sono in tanti, i turisti, come appunto i nemici, sembrano a malapena umani. Trattati come numeri dalle loro agenzie, uniformati da berrettini di tela o paglia, da funeste trasparenze di canottiere e reggiseno, gli occhiali neri sulla fronte, la camera a tracolla, il souvenir di serie stretto in pugno, è impossibile per chi li vede sfilare considerarli individui. La loro massiccia ubiquità desta, se non furia omicida, fastidio, insofferenza; la mano tende a scacciarli come mosche, l’occhio e la mente si sforzano di cancellare la loro presenza, di guardare le porte del duomo, l’affresco nella seconda cappella, la nobile scalinata, come se quei corpi sudati non fossero lì a occludere prospettive, nascondere particolari, mutilare statue. Anche a non mettere nel conto le lattine e le plastiche che lasciano ovunque, i graffiti con cui deturpano indelebilmente absidi e colonnati, anche postulando milioni di gentiluomini civilissimi, che non ascoltino radioline, parlino a bassa voce, si spostino in punta di piedi, la loro capacità di distruzione estetica resta tuttavia enorme. Mille turisti in un chiostro significano, in pratica, l’annullamento del chiostro. Cento turisti davanti a un Caravaggio equivalgono alla soppressione del Caravaggio. Perduta è la concentrazione, perduto il lento approccio contemplativo, quel girare attorno, quell’inclinare la testa, quell’attiva messa a fuoco di ciascun dettaglio, quel passivo assorbimento dell’insieme, quel lasciare che la memoria sistemi a poco a poco il capolavoro in mezzo ad altri capolavori, precedenti, coevi, seguenti. Gomiti nudi ti si piantano sbadatamente nei fianchi, spalle e pance ti premono da ogni parte, teste con la permanente si sovrappongono alle teste di Oloferne, di Giovanni Battista. Con quale diritto? È un test durissimo per chi si crede tollerante, democratico.

Crediti
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  • Carlo Fruttero e Franco Lucentini •
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