Tutti possono trovare la felicità
Chi è felice? Ne conosci, tu, di persone felici? Eviti le grosse scocciature chiudendoti il cuore a chiavistello: non la chiamo felicità, questa. Tuo marito? Forse; ma se venisse a sapere la verità, non gli farebbe piacere. Tutte le vite si equivalgono, pressappoco. Lo dicevi tu stessa: fa pena vedere i motivi della gente, i loro poveri fantasmi, i miraggi. Niente di solido da mettersi sotto i denti, niente cui tengano veramente; non consumerebbero tutti quei tranquillanti, tutti quei rilassanti, se fossero contenti. Esiste l’infelicità dei poveri. Ma c’è anche quella dei ricchi: dovresti leggere Fitzgerald, ne parla straordinariamente bene. Si, per Laurence, c’è qualcosa di vero in questo. Jean-Charles è spesso allegro, ma non veramente felice: troppo facilmente, troppo vivamente contrariato per una cosa o per l’altra. Quanto a mamma, col suo bell’appartamento, i vestiti eleganti, la casa in campagna, quale inferno l’aspetta! E io? Non so. Mi manca qualche cosa che hanno gli altri… A mano… A meno che non l’abbiano neppure loro. Forse quando Gisele Dufrene sospira: È meraviglioso, quando Marthe mette in mostra un luminoso sorriso sulla grossa bocca, non sentono nulla più di me. Soltanto papà…

Laurence lo ha avuto tutto per sé, mercoledì scorso, dopo di aver messo a lettole piccole: Jean-Charles pranzava fuori con due giovani architetti. (Non più orizzontale, non più verticale, l’architettura sarà obliqua non sarà affatto. Gli sembrava un po’ buffonesca una simile dichiarazione, ma hanno comunque certi punti di vista interessanti, le ha raccontato appena a casa). Ancora una volta essa tenta di mettere un po’ di ordine in quanto lui le ha risposto ha pezzi e bocconi. In tutti questi paesi, socialisti o capitalisti che siano, l’uomo è schiacciato dalla tecnica, alienato dal lavoro che compie, incatenato, abbruttito. Tutto il male viene dal fatto che ha moltiplicato i propri bisogni mentre avrebbe dovuto contenerli; invece di aspirare a un’abbondanza che non esiste e forse non esisterà mai, si sarebbe dovuto contentare d’un minimo vitale, come certe comunità molto povere -in Sardegna, in Grecia, per esempio- tra cui i tecnici non sono penetrati e che il denaro non ha corrotte. Là il popolo conosce una felicità austera perché sono rimasti preservati certi valori umani, di dignità, di fraternità, di generosità, capaci di dare alla vita un sapore unico. Finché continueremo a creare nuovi bisogni, si moltiplicheranno le frustrazioni. Quando è cominciata la decadenza? Il giorno in cui si è preferita la scienza alla saggezza, l’utilità alla bellezza. Col Rinascimento, il razionalismo, il capitalismo, lo scientismo. Sia pure; ma ora che siamo arrivati a questo punto, che fare? Cercare di risuscitare dentro di noi, attorno a noi il gusto della bellezza. Solo una rivoluzione morale, e non sociale né politica né tecnica, riporterebbe l’uomo alla verità che ha perduta. Possiamo se non altro operare ognuno per proprio conto questa conversione: così raggiungeremo la gioia, nonostante questo mondo di assurdo disordine he ci accerchia.

Tutti sono infelici; tutti possono trovare la felicità: equivalenze. Posso spiegare a Catherine: la gente non è più tanto infelice perché tiene alla vita? Laurence esita. È come dire che la gente infelice non lo è. Ma questo è vero? La voce di Dominique lacerata da singhiozzi e grida; ha orrore della vita, lei, ma non vuole affatto morire: è l’infelicità. E c’è anche quel vacuo, quel vuoto che gela il sangue, peggiore della morte, benché si preferisca alla morte finché non ci si ammazza: l’ho conosciuto, questo vuoto, cinque anni fa, e ne conservo ancora lo spavento. Certo è che alcuni si uccidono, perché esiste qualcosa peggiore della morte. Questo ci fa rabbrividire nel leggere il racconto di un suicidio: non il fragile cadavere sospeso alle sbarre della finestra, ma ciò che è avvenuto nel suo cuore, un momento prima.

No, a pensarci bene, quello che mi ha risposto papà è valido solo per lui; ha sempre sopportato tutto con stoicismo, le coliche nefritiche e l’operazione, i quattro anni di campo di concentramento, il distacco da mamma, pur avendone provato tanta tristezza. E lui solo capace di trovare la gioia in quella vita ritirata ed austera che si è scelta. Vorrei conoscere il suo segreto. Forse se lo vedessi più spesso, più a lungo…

Crediti
 • Simone de Beauvoir •
 • SchieleArt •   •  •

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