Tutto contribuisce a confondere le carte
Uccidersi, in un certo senso e come nel melodramma, è confessare: confessare che si è superati dalla vita o che non la si è compresa.
Ma non andiamo troppo lontano con queste analogie e ritorniamo alle espressioni correnti. È confessare soltanto che non vale la pena.
Vivere, naturalmente, non è mai facile. Si continua a fare i gesti che l’esistenza comanda, per molte ragioni, la prima delle quali è l’abitudine. Morire volontariamente presuppone che si sia riconosciuto, anche istintivamente, il carattere inconsistente di tale abitudine, la mancanza di ogni profonda ragione di vivere, l’indole insensata di questa quotidiana agitazione e l’inutilità della sofferenza.
Parlo qui, ben inteso, degli uomini disposti a mettersi d’accordo con sé stessi. Posto in termini chiari, questo problema può sembrare al tempo stesso semplice e insolubile. Ma si suppone a torto che domande semplici diano luogo a risposte non meno semplici e che l’evidenza implichi l’evidenza.
A priori, e invertendo i termini del problema, allo stesso modo che ci si uccide o non ci si uccide, può sembrare che non vi siano che due soluzioni filosofiche: quella del sì e quella del no.
Sarebbe troppo bello.
Ma bisogna tener conto di coloro che, senza concludere, interrogano sempre. Qui faccio appena dell’ironia: si tratta della maggioranza. Noto parimente che coloro che rispondono di no, agiscono come se pensassero di sì. In realtà – per accettare il criterio nietzschiano pensano di sí sia nell’uno che nell’altro modo.
Viceversa, capita spesso che coloro che si uccidono, abbiano avuto una loro opinione sicura sul senso della vita. Queste contraddizioni sono costanti, e si può dire anzi che non siano mai state tanto vive come in questo punto in cui la logica, al contrario, sembra tanto desiderabile.
È un luogo comune confrontare le teorie filosofiche con la condotta di coloro che le professano; ma bisogna pur dire che per i pensatori che negarono un senso alla vita, nessuno, tranne Kirillov che appartiene alla letteratura, Peregrino ho udito parlare di un emulo di Peregrino, uno scrittore del dopoguerra, il quale, dopo aver ultimato il suo primo libro, si uccise per attrarre l’attenzione sulla propria opera. L’attenzione, infatti, fu attirata ma il libro fu giudicato cattivo. che nasce dalla leggenda, e Jules Lequier che fa parte dell’ipotesi, accettò la propria logica con tale coerenza da rifiutare la vita.
Si cita spesso, per riderne, Schopenhauer, che faceva l’elogio del suicidio davanti a una tavola ben fornita. Non vi è motivo di scherzare. Questo modo di non prendere sul serio il tragico non è tanto grave, ma finisce per dare un giudizio dell’uomo. Di fronte a queste contraddizioni e a questa oscurità, bisogna dunque credere che non esista alcun rapporto fra l’opinione che si può avere sulla vita e il gesto che si compie per abbandonarla? Non esageriamo nulla in tal senso. Nell’attaccamento di un uomo alla vita, vi è qualche cosa di più forte che tutte le miserie del mondo. Il giudizio del corpo vale quanto quello dello spirito, e il corpo indietreggia davanti all’annientamento.
Noi prendiamo l’abitudine di vivere prima di acquistare quella di pensare. Nella corsa che ci precipita ogni giorno un po’ più verso la morte, il corpo conserva questo irreparabile vantaggio.
Infine, l’essenziale di questa contraddizione risiede in ciò che chiamerò elisione, in quanto è al tempo stesso più e meno del divertimento in senso pascaliano.
Eludere, ecco il giuoco costante. L’elisione tipo, l’elisione mortale, che costituisce il terzo tema di questo saggio, è la speranza, speranza di un’altra vita che bisogna meritare, o inganno di coloro che vivono non per la vita in sé stessa, ma per qualche grande idea che la supera, la sublima, le dà un senso e la tradisce.
Tutto contribuisce, così, a confondere le carte.


Crediti
 • Albert Camus •
 • Il mito di Sisifo •
 • SchieleArt •   •  •

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