Tempo, coscienza, inconscioI complessi di Edipo dipendono per lo più dal quesito della Sfinge, annota Deleuze in Differenza e ripetizione, prima di comporre insieme a Félix Guattari il fortunato saggio L’anti-Edipo. Ritenendo di aver sconfitto il mostro, l’eroe tebano non aveva fatto che interiorizzare ciò che era proiettato all’esterno. E l’abisso, in cui esso si era precipitato, secondo Freud è ancora in parte questo nostro inconscio. Piace riportare un commento di Jung, in Simboli della trasformazione: Edipo ignorava che l’intelligenza dell’uomo non è mai all’altezza dell’enigma della Sfinge. Tardi in effetti egli, il grande interprete, se ne era reso conto. Perché la sede famigerata non sia vacante, essa venga occupata da un mostro peggiore.
Sedendo su questo sasso, io racconterò la mia sventura con parole così oscure, che nessuno saprà interpretarle: così recita Edipo, in Le Fenicie dello stoico Seneca già quelle di Euripide cantavano dei tebani stesso sangue, stessi figli, alludendo all’origine del progenitore Cadmo; e Deleuze, in Conversazioni, riprende in positivo un appunto di Nietzsche: Edipo è la sola tragedia semitica dei greci. Il mostro peggiore, va da sé, è l’eroe stesso. Tanto a lungo egli aveva subìto il dramma della soggettività, di un’identità in contrasto con l’ambiente familiare e culturale, politico e sociale. In una parola, col suo tempo. Più che contraltare, la proiezione femminile della Sfinge è stata il suo alter ego, lunga ombra junghiana e sublimazione di un conflitto interiore e di un complesso di colpa, risoltosi nella punizione dell’auto-accecamento e dell’esilio. In una libera versione da Seneca del secentista Emanuele Tesauro, il protagonista esclama: Ho pur pagato i fati. Ho pur sacrato giuste ed oscure inferie all’Ombra inferna.
Il tempo della coscienza, Edipo accecato sta per sperimentare a sue spese, non coincide col tempo dell’inconscio. Il primo è una sovrapposizione più che sovrimpressione, rispetto al secondo. A questo punto, Deleuze torna a interrogarsi: Che cosa significa forma vuota del tempo?. La risposta è alquanto diversa da quella data in Logica del senso. Più problematica, e comunque sintomatica di una sofferta ambiguità del concetto. Il tempo, egli afferma, cessa di essere cardinale e diviene ordinale, puro ordine del tempo. Hölderlin dice che cessa di rimare, poiché si distribuisce in modo ineguale da una parte e dall’altra di una cesura rispetto alla quale principio e fine non coincidono più. Possiamo definire l’ordine del tempo come la distribuzione puramente formale del disuguale in funzione di una cesura. Si distingue allora un passato più o meno lungo, un futuro in proporzione inversa, ma il futuro e il passato non sono qui determinazioni empiriche e dinamiche del tempo: sono caratteri formali e fissi che derivano dall’ordine a priori, come una sintesi statica del tempo: necessariamente statica, in quanto il tempo non è più subordinato al movimento; forma del mutamento più radicale, anche se l’aspetto del mutamento non cambia. La cesura, e il prima e il dopo che essa ordina una volta per tutte, costituiscono l’incrinatura dell’Io.
Per inciso, forse qualcuno gradirà che si rammenti se Edipo riuscì a superare l’impasse, dato che la sua storia ha avuto un seguito. Non per niente essa ha affascinato personalità varie quali Aristotele, Hölderlin, Heidegger e Freud, sebbene questi abbia nutrito interesse anche per Amleto come attesta il quinto capitolo di L’interpretazione dei sogni. In breve, l’empio che pur aveva risolto l’oscuro enigma sopravviverà all’incrinatura del suo io, errando per la Grecia finché non troverà accoglienza e pace a Colono in Simboli della trasformazione, Jung suggerirà un accostamento alla figura dell’Ebreo errante. Ivi morrà in circostanze numinose – altra tradizione lo vuole suicida -, avendo espiato le sue colpe reali o presunte ed estinto la propria maledizione. Egli avrebbe avuto quindi agio di sanare le ferite prodottesi nel sentimento del tempo, cessando magari di sentirsi corresponsabile della peste o della guerra dei Sette contro Tebe. Nella sua linea di fuga, divenuto impercettibile, identico al grande segreto vivente, dice di lui Deleuze, in Conversazioni con Claire Parnet ombre corte, Verona 1998. Torna in mente un quasi processo di beatificazione aperto da Schelling, in Lettere filosofiche su dommatismo e criticismo: Un mortale, destinato dal fato a diventare un criminale, in lotta lui stesso contro questo fato, eppure terribilmente punito per un crimine che era opera del destino. Insomma un Edipo vittimistico, avviato a diventare campione della temporalità estatica cara all’ultimo Schelling. Se si abbraccia la trilogia sofoclea, da Edipo re a Edipo a Colono e ad Antigone, le cose assumono un altro aspetto.
Edipo in fondo sarebbe stato un estemporaneo ad oltranza, almeno da quando aveva smesso di essere lui stesso un despota, per assurgere a simbolo di una nomade trasgressione degli umani limiti. Niccianamente, l’eternità del divenire non implica tanto un atteggiamento contemplativo, quanto l’ardire di essere inattuali. Solo così, l’evento è suscettibile di farsi irruzione di un senso significativo in seno alla finitudine. Dopo la morte di Edipo, tale tensione morale sarà dirottata contro lo Stato etico dalla fedele figlia-sorella, la ribelle Antigone. Grazie al sacrificio di quest’ultima tornata in patria, l’ordine di un potere temporale imposto con fanatismo dal nuovo re Creonte avrebbe retto poco. Invocato dal coro delle Baccanti, il corifeo che guida la danza delle stelle si distrarrà dal ritmo della danza cosmica, degnandosi di influire sulle infelici vicende della città diletta. Complice il dio Eros, Dioniso ribalta la situazione. Una raffica di atroci contraccolpi dei suoi intransigenti decreti riduce il tiranno alla demenza. Mentre egli vaneggia Sgomberate questo niente che son io.
[…] Portate via questo povero folle!, la chiusa edificante suona beffardo contrappunto: Possedere un equilibrio razionale è di gran lunga il primo requisito per vivere felici, da parte degli umani. In Fenomenologia dello spirito, Hegel giustificherà la condotta di Creonte in nome di un’idealistica conciliazione degli opposti. Forma piena e sana di un tempo territorializzato e irregimentato, a prevenire ogni brusco rivolgimento o horror vacui. Se non fosse per lutti e distruzioni, verrebbe piuttosto da esultare con Eraclito: Di un fanciullo è il regno.


Crediti
 Pino Blasone
 Gilles Deleuze e il tempo
  L'ultimo degli Stoici
 SchieleArt •   • 




Quotes casuali

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