Dobbiamo chiederci, in questo tempo di crisi profonda delle istituzioni, che cosa sia rimasto di quell’antico ideale che vedeva nella scuola il luogo della libertas intellettuale, quella palestra dell’anima in cui i giovani venivano iniziati non a un mestiere, ma alla complessità del reale. La storia dell’educazione ci insegna che lo Stato, quando ha deciso di investire sulla formazione dei suoi cittadini, lo ha fatto partendo dal presupposto che una testa ben fatta fosse il bene più prezioso per la tenuta stessa della Repubblica. Un tempo si studiava per capire le radici del presente, per imparare a distinguere tra un argomento fondato e una manipolazione retorica, per abitare la propria lingua con sovranità. Ma negli ultimi decenni abbiamo assistito a una mutazione genetica del sistema scolastico, progressivamente piegato alle logiche del profitto e della misurazione immediata. Si è iniziato a parlare di competenze invece che di conoscenze, di crediti invece che di cultura, trasformando l’istituzione educativa in un fornitore di servizi per un mercato del lavoro che, nel frattempo, è diventato sempre più vorace e precario. Questa deriva non è solo un errore pedagogico, ma un tradimento del patto sociale, un modo per privare le nuove generazioni dell’unico strumento di difesa realmente efficace contro le derive dell’autoritarismo e della semplificazione del pensiero. Se l’università e il liceo cessano di essere spazi di riflessione disinteressata, allora l’intera architettura della democrazia inizia a scricchiolare sotto il peso di una tecnocrazia che non riconosce altro valore se non l’efficienza produttiva. La dignità dell’insegnamento risiedeva proprio nella sua capacità di astrarsi dalle necessità del mercato per puntare all’universale, ma oggi questa distanza è stata colmata da una burocrazia asfissiante che impone il linguaggio dell’azienda all’interno delle aule, riducendo la passione per il sapere a una mera transazione burocratica di punteggi e obiettivi raggiunti.
È un rischio che si è già materializzato: l’idea che l’unico scopo per cui si va a scuola è di trovare il proprio posto come produttori all’interno dell’economia. Il che, se lo aggiunge al fatto che poi, una volta che esci dalla scuola, scopri che nessuno ti vuole e il tuo posto non c’è per niente e si continua ad alimentare l’idea e se la scuola fosse più capace di stare dietro alle esigenze del mercato, allora magicamente tutti lavorerebbero – cosa che palesemente è falsa: il nostro sistema economico è fatto per avere una percentuale altissima di disoccupati – ecco, in questo modo crea un’ansia costante. Invece, forse, si dovrebbe essere di nuovo capaci di dire che ovviamente è importantissimo trovare un proprio spazio nel mondo della vita e del lavoro, ma che è anche importantissimo fare i conti con sé stessi e avere una testa aperta per capire come è fatto il mondo dentro cui si è nati; ecco, è questo che la scuola deve fare innanzitutto. Non è un compito secondario, ma il fondamento di ogni possibile liberazione individuale e collettiva. Se non comprendiamo il funzionamento dei meccanismi che ci circondano, se non abbiamo la memoria storica per confrontare la nostra epoca con quelle che l’hanno preceduta, rimarremo per sempre degli stranieri in un mondo che altri hanno progettato per noi, prigionieri di un presente che ci viene presentato come l’unico orizzonte possibile.
Questa emancipazione della mente dal giogo dell’utilità immediata è il compito più urgente che la cultura umanistica deve rivendicare oggi con forza. Non si tratta di negare l’importanza del lavoro, ma di rimetterlo al suo posto, come uno strumento al servizio della vita e non viceversa. Una scuola che funziona davvero è quella che insegna a dubitare, che offre gli strumenti per decodificare il linguaggio del potere e per smascherare le menzogne che ci circondano. Quando un ragazzo studia la storia, non dovrebbe farlo solo per superare un esame, ma per capire che nulla di ciò che vediamo oggi è inevitabile. Il mondo è stato diverso in passato e potrà esserlo di nuovo in futuro. È questa la lezione suprema dell’umanesimo: la consapevolezza che siamo noi i creatori della nostra realtà sociale. Se continuiamo a formare solo produttori, otterremo una società di sudditi efficienti; se torneremo a formare uomini, avremo una società di cittadini liberi. La cultura non è un accessorio decorativo, ma è l’unica difesa che abbiamo contro l’imbarbarimento e la triste scimmiottatura del genio che la massa propone. In conclusione, dobbiamo rivendicare il diritto alla testa aperta, il diritto a uno studio che non debba rendere conto a nessuno se non alla verità e alla bellezza. La scuola deve tornare a essere quel grembo oscuro e fecondo dove il pensiero sboccia nel silenzio della meditazione e nel calore del dialogo sincero, lontano dalle lusinghe del commercialismo e della rispettabilità borghese. Solo così potremo sperare di superare le catastrofi morali che minacciano il nostro avvenire, restituendo a ogni individuo la sovranità sul proprio destino e la gioia di partecipare alla grande avventura della conoscenza umana, in un cammino che non conosce confini nazionali né barriere di classe, ma solo la luce radiosa di una ragione finalmente consapevole della propria immensa forza trasformatrice.
La scuola non è un'azienda
Trascrizione di lezioni e interventi sull'educazione
Pubblicato in Italia: Maggio 2013
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Questo solenne e vibrante capitolo saggistico contemporaneo illustra la fiera resistenza della scuola contro l'oppressiva deriva aziendalistica del mercato. La lucida storia esige il rifiuto viscerale della tecnocrazia aziendale per ripristinare l'emancipazione culturale vera, sconfiggendo l'utilitarismo sterile per edificare una nuova, sovrana e indomita coscienza democratica per sconfiggere la permanente miseria ed evitare l'oppressione sociale diffusa e sterile, per liberare lo spirito umano sofferente dal terrore dogmatico assoluto e permanente della finta società capitalistica monopolistica ed egoistica odierna.
Il pensiero nel silenzio ⋯
La scuola deve ritornare a essere quel grembo oscuro e fecondo dove il pensiero libero sboccia nel calore del dialogo sincero, lontano dalle lusinghe del commercialismo borghese. La cultura non costituisce affatto un accessorio decorativo, ma rappresenta l'unica vera difesa che abbiamo per conquistare la nostra emancipazione mentale e la sovranità sul nostro destino.
Alessandro Barbero La scuola non è un'azienda
Saggistica e interventi sull'istruzione, Divulgazione storica
Prova generale della guerra ⋯
Mentre cercavamo quella negra tra i giunchi e le torce non potevo immaginare che quella era solo la prova generale di quello che avrei visto qualche anno dopo quando i campi di cotone sarebbero stati bruciati e il sangue sarebbe stato un fiume che avrebbe allagato tutto.
Alessandro Barbero Alabama
Storico, Narrativa storica
Conseguire la luce e la verità ⋯
Chi seriamente prende ad occuparsi di una cosa che non ha utilità materiale non può fare affidamento sulla partecipazione dei contemporanei. Si accorgerà anzi il più delle volte che si fa valere nel mondo una falsa immagine di quella cosa, che gode, com'è nell'ordine delle umane vicende, di una caduca notorietà.
La cosa stessa deve invero essere coltivata per sé medesima, ché altrimenti non può appieno venir conseguita, dato che ogni preoccupazione estranea altro non serve che a intorbidire il giudizio.
Il mondo non è pertanto costituto in maniera che possa prosperarvi indisturbato e procedervi di per sé solo un nobile e sublime sforzo, qual è quello che vuole conseguire la luce e la verità.
Arthur Schopenhauer Parerga e paralipomena
Pessimismo filosofico, Etica
La difesa dei deboli ⋯
L'arringa finale in difesa dei deboli non si fonda sulla pura tecnica legale, ma sull'onesta espressione della verità e sulla cura per la dignità umana delle persone indifese. Solo parlando con il linguaggio del cuore, il difensore può risvegliare la giustizia e la solidarietà all'interno della giuria intera della corte.
Clarence Darrow Le arringhe celebri
Diritto, Raccolta forense
La forza parassitaria del sistema creditizio ⋯
Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno ad essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale non solo da decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva – e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa (…) banditi ai quali si uniscono i finanzieri e gli speculatori.
Karl Marx Il capitale
Marxismo, Economia politica, Saggistica
Competenze: Questo termine aziendale speculativo definisce le abilità pratiche misurabili imposte dalla tecnocrazia scolastica moderna per preparare i giovani sottomessi al mercato monopolistico del lavoro precario e sterile dominante odierno ingiusto.
Dignità: Questo concetto filosofico definisce la capacità morale ed etica della scuola pubblica di formare uomini liberi dotandoli di una testa aperta sconfiggendo la sottomissione intellettuale permanente e sterile della tecnocrazia odierna oppressiva.
Emancipazione: Questo processo storico indica la liberazione reale della mente umana dal giogo opprimente dell’utilità immediata attraverso l’acquisizione di una cultura umanistica disinteressata per sconfiggere la miseria sociale e conquistare la libertà universale sovrana.
L’utilità dell’inutile di Nuccio Ordine
Questo celebre saggio filosofico contemporaneo esamina brillantemente l’assoluta importanza vitale dei saperi umanistici privi di immediata utilità pratica, dimostrando come lo studio disinteressato della bellezza e la cultura letteraria costituiscano le uniche salde fondamenta della vera dignità umana. L’opera critica aspramente il trionfo delle logiche speculative moderne che soffocano la libertà del pensiero critico per sconfiggere l’oppressione finanziaria.
Lettere a una professoressa di Scuola di Barbiana
Questo celebre manifesto pedagogico rivoluzionario analizza aspramente le gravi diseguaglianze di classe radicate nel sistema scolastico tradizionale, denunciando una selezione selettiva ingiusta che favorisce unicamente i ragazzi ricchi e fortunati. Il testo propone una scuola pubblica inclusiva e cooperativa, volta ad emancipare i figli poveri dei lavoratori dallo sfruttamento culturale e dall’emarginazione sociale devastante per sconfiggere la povertà materiale e tristezza comune.
La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire
Questo fondamentale trattato filosofico rivoluzionario esamina approfonditamente le dinamiche complesse dello sfruttamento sociale e il ruolo politico della formazione como strumento di liberazione delle classi subordinate. L’opera dimostra che l’educazione tradizionale impone un addomesticamento passivo oppressivo, proponendo una pedagogia dialogica basata sulla consapevolezza critica e sulla coscientizzazione delle masse lavoratrici sfruttate per sconfiggere la povertà materiale e permanente.
Premesse: L’antico ideale vedeva nella scuola il luogo della libertas e della formazione di una “testa ben fatta” come bene pubblico.
Argomentazioni di supporto: 1. Il passaggio dalle conoscenze alle competenze riduce l’istruzione a transazione burocratica; 2. Il mercato del lavoro è intrinsecamente precario, rendendo falsa la promessa che l’asservimento della scuola all’azienda garantisca l’impiego; 3. La cultura umanistica e la memoria storica sono gli unici strumenti per decodificare il potere e l’autoritarismo.
Conclusioni: È urgente rivendicare il diritto a una “testa aperta” e a uno studio disinteressato per formare cittadini liberi anziché sudditi efficienti.
Si apre con una prospettiva storica/ideale (la scuola come palestra dell’anima) per stabilire un termine di paragone.
Attraverso una transizione avversativa (“Ma negli ultimi decenni…”), introduce il fatto critico attuale: la deriva aziendalistica e burocratica.
Il flusso si sposta poi sull’analisi psicologico-sociale del fenomeno (l’ansia da disoccupazione e la falsità del dogma del mercato) per concludersi con un’esortazione programmatica e appassionata che riafferma il valore supremo dell’umanesimo come strumento di emancipazione.
- L’ideale perduto e il patto sociale: Il contrasto tra la scuola della libertas e l’attuale sottomissione alle logiche del profitto.
- L’illusione occupazionale e l’ansia sociale: La critica alla mistificazione secondo cui l’adeguamento al mercato risolverebbe la disoccupazione.
- La funzione dell’umanesimo e la conclusione: La rivendicazione del dubbio, della memoria storica e del diritto alla verità e alla bellezza come uniche difese contro l’imbarbarimento.
La scuola come “palestra dell’anima” e “grembo oscuro” evoca un luogo di gestazione e crescita spirituale protetto dalle intemperie del mondo esterno.
Al contrario, il sistema attuale subisce una “mutazione genetica” ed è schiacciato da una “burocrazia asfissiante”, immagini che suggeriscono patologia e soffocamento.
Il significato implicito profondo è che l’adozione del lessico aziendale non sia un’evoluzione tecnica innocua, ma una precisa operazione politica volta a neutralizzare il potenziale critico delle masse, trasformando potenziali ribelli in “sudditi efficienti”.
Si rileva un preciso scontro lessicale dicotomico che riflette l’opposizione ideologica dell’autore.
Da un lato, il lessico della tecnocrazia: competenze, crediti, transazione burocratica, efficienza produttiva, commercialismo.
Dall’altro, il lessico dell’umanesimo: libertas, cultura, dignità, liberatione, emancipazione, verità, bellezza.
L’uso del corsivo per termini come competenze evidenzia una distanza ironica e critica.
- Istruzione vs Formazione professionale: La tensione tra il coltivare il pensiero critico e l’addestramento specialistico a breve termine.
- Tecnocrazia e Democrazia: Come la riduzione dell’esistenza a parametri di efficienza economica logori i presupposti della libertà democratica.
- La storicità come difesa: La memoria storica intesa come antidoto al fatalismo del presente, che permette di concepire il cambiamento sociale.
Inoltre, si dà per scontato che esista una netta e insanabile incompatibilità tra l’acquisizione di competenze professionali spendibili e lo sviluppo di una coscienza critica profonda, escludendo a priori modelli pedagogici integrati.
Tuttavia, sul piano logico l’autore ricorre parzialmente a una fallacia di falsa dicotomia, polarizzando radicalmente il dibattito tra “sudditi efficienti” e “cittadini liberi”, senza esplorare sfumature intermedie.
L’argomentazione si affida più alla forza retorica e assiomatica delle affermazioni che a dati empirici quantificabili.
Il richiamo alla difesa della democrazia contro la tecnocrazia rimanda alle tesi della Scuola di Francoforte (Habermas, Adorno) sulla riduzione della ragione a mero calcolo utilitaristico all’interno della società di massa tardo-capitalistica.
1. “Si è iniziato a parlare di competenze invece che di conoscenze… trasformando l’istituzione educativa in un fornitore di servizi per un mercato del lavoro…”
2. “Se continueramo a formare solo produttori, otterremo una società di sudditi efficienti; se torneremo a formare uomini, avremo una società di cittadini liberi.”
Glossario dei termini significativi:
- Libertas: Libertà intellettuale intesa non come assenza di vincoli, ma come autonomia del pensiero critico e distacco dalle logiche utilitaristiche.
- Tecnocrazia: Sistema di potere basato sul dominio di tecnici e burocrati, che subordina le decisioni politiche e sociali a criteri puramente economici e di efficienza.
- Competenze: Nel linguaggio burocratico-scolastico criticato, l’insieme di abilità pratiche e immediatamente spendibili sul mercato, contrapposto al sapere teorico e disinteressato (cultura).

























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