Un istintivo odio contro lo Stato in cui vivo
Da cosa è stata caratterizzata tutta questa mia produzione in maniera assolutamente schematica e semplicistica? È stata caratterizzata prima di tutto da un istintivo, profondo odio contro lo stato in cui vivo. Dico proprio stato: e intendo dire stato di cose e stato nel senso politico della parola. Lo Stato capitalistico e piccolo-borghese che io ho cominciato ad odiare fin dall’infanzia. Naturalmente con l’odio non si fa nulla. Infatti non sono mai riuscito a scrivere una sola parola che descrivesse, si occupasse, denunciasse il tipo umano piccolo-borghese italiano. Il mio senso di repulsione è così forte che non riesco a scriverne. Quindi ho scritto nei miei romanzi soltanto di personaggi appartenenti al popolo. Io vivo, cioè, senza rapporto con la piccola borghesia italiana. Ho rapporti o con il popolo, o con gli intellettuali. La piccola borghesia sì, però, è riuscita ad avere rapporti con me. E li ha avuti attraverso i mezzi che ha in mano – cioè la magistratura e la polizia – e ha intentato una serie di processi alla mia opera, caratterizzata non solo dall’odio verso la borghesia, ma da una visione marxista delle cose, da un’analisi marxista della società.

Crediti
 Pier Paolo Pasolini
 Cultura e società
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Quotes per Pier Paolo Pasolini

Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio.  Pi

Negli insegnamenti che ti impartirò io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti dei «goal». Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. Il calcio che esprime più goal è il calcio più poetico.

Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente.  Sono contro l'aborto