Un manager e un esteta

Svela le sue opere in giacca e cravatta, come un impiegato modello. Ha l’aria da bravo ragazzo, non certo da artista tormentato. Eppure è uno tra i protagonisti più celebri e controversi dell’arte dei nostri tempi: è Jeff Koons. Un manager e un esteta, una figura che abbandona il modello dell’artista ereditato dal Rinascimento. Dopo gli studi d’arte a Baltimora e Chicago, Koons lavora come operatore di borsa a Wall Street e come impiegato al Moma di New York. Coltiva una spiccata attenzione al ruolo del mercato nell’arte, in cui l’idea sostituisce la pratica artistica, l’ironia subentra al piacere estetico. L’equazione è studiata a priori, come un piano di marketing. È l’idea che costituisce il momento fondante dell’opera. L’esecuzione è affidata a specialisti esterni, quello che conta è il concetto, la coerenza del discorso. Se l’opera concretizza l’idea attraverso la materia, l’ironia rappresenta la modalità di creazione e di fruizione. Il lavoro di Koons intende stupire, provocare, senza la volontà di denunciare o contestare. Allo spettatore non è richiesta empatia o ricerca introspettiva, ma di accennare un sorrisetto ironico osservando l’arguzia dell’artista. Dalle prime opere della fine degli anni ‘70, gli Inflatables, a quelle degli anni ‘90 e 2000 in cui l’artista si confronta con lo spazio pubblico, da Puppy a Balloon Dog, l’artista recupera oggetti di uso quotidiano per creare composizioni da appendere come quadri tradizionali o da esporre come sculture. La poetica di Jeff Koons è il punto d’incontro tra i ready-made di Marcel Duchamp, la pop art di Andy Warhol e gli oggetti smisurati di Claes Oldenburg. È neo-pop perché mostra l’ossessione contemporanea per l’oggetto attraverso un vocabolario visivo estrapolato dalla pubblicità e dall’industria dell’intrattenimento. Le opere di Koons non accusano la commercializzazione dell’arte, ne sono il manifesto. Sono la rappresentazione del sogno americano, divenuto oggi sogno globale. Le altissime quotazioni dei suoi lavori sono il riflesso di un sistema dove i grandi collezionisti e le case d’asta decretano il valore di un’artista. E l’uomo che è stato operatore di borsa a Wall Street lo sa: è il potere del denaro che decide cos’è l’arte.

Crediti
 • Paolo Magri •
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