Un mondo a misura d'uomo
Immaginiamo di vivere per qualche istante all’interno di un mondo che va a rallentatore. Nella normalissima passeggiata quotidiana, che ci porta da casa alle attività di ogni giorno, calati in una tediosa, soporifera routine di movimenti, orari e scorci, all’improvviso ci accorgiamo che i nostri arti assumono un ritmo diverso. Come se il trantran sinfonico che cadenza il nostro quotidiano andasse ritardando da un presto a un adagio. In questa inflessione innaturale, scopriamo gli imprevisti spasmi della carne e le pieghe che la pelle assume, la sua reazione al contatto con il mondo esterno, i riverberi della luce su di essa.
I nostri occhi gradualmente si muovono da noi stessi verso la strada, da terra con estrema calma si perdono lungo il marciapiede. Uno scontrino stropicciato, gli aloni della pioggia della sera prima sul cemento rotto, una sigaretta buttata a metà, sporca di un rosso sbiadito sul filtro. In fondo alla strada la solita signora che porta il cane a passeggio ci svela, nascosti da un taglio scompigliato dal sonno, appesi ai piccoli lobi, orecchini di una pietra antica. Il capo si solleva impercettibilmente e l’attenzione si sposta al grande edificio alla nostra destra, da una finestra al quarto piano ci appare il viso di un uomo, mutilato dalla persiana abbassata a metà. Scorrendo lungo la grondaia ossidata, verso l’alto, arrivando al tetto – gli stormi a riposo appaiono quasi immobili, mossi solo da impercettibili contrazioni nervose che smuovono le piume – saliamo fino al cielo velato di un bianco giallo e grigio che ricorda i pavimenti di certi palazzi signorili. Persi in questo cielo di marmo non sappiamo più che ore sono; il ritmo ci è sfuggito di mano sommerso da una serie di informazioni che fino a quel momento erano rimaste latenti.
Rallentando l’osservazione, diventa per noi possibile trasformare gli attimi di tempo che ci vengono dati in incredibili architetture.
In uno scenario di efficienza e dinamismo dato da tecnologie, alle quali sempre più deleghiamo le azioni del nostro quotidiano, quello della lentezza sembra essere un vezzo che non ci può più essere concesso.
Ciò che però sfugge è che questa velocità che ci inebria e sempre più si impone su noi, non presenta nessun aspetto di corporeità; cadiamo dentro un vortice di esperienze immateriali che danneggiano inevitabilmente la qualità dei momenti che viviamo, forse li fa passare inosservati.
Milan Kundera ne La lentezza, romanzo del 1995, racconta la prima notte d’amore di Madame de T. e il cavaliere, protagonisti di un racconto di Vivant Denon, una notte fatta di attese, di pause, di esitazioni. E dice:
«Dar forma a una durata è l’esigenza della bellezza, ma è anche quella della memoria. Ciò che è informe è inafferrabile, non memorizzabile. Concepire l’incontro come una forma è stato per loro tanto più prezioso perché quella notte era destinata a rimanere senza domani e non avrebbe potuto ripetersi che nel ricordo.
– C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio.-
Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.
Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio
».
In questi ultimi anni la necessità di ridare spazio a un approccio lento si è espressa attraverso azioni che coinvolgono spesso anche il mondo dell’arte.
Un mondo a misura d’uomo, lo sviluppo sostenibile, utilizzare le nuove tecnologie per ridurre l’inquinamento, una nuova definizione dei bisogni rispetto l’inutilità è produzione dei beni effimeri, utilizzare la creatività umana per il rispetto della natura, la comprensione che il futuro della terra e dell’uomo non può che determinare un cambiamento di rotta a centottanta gradi appaiono solo poche indicazioni per assicurare un futuro felice, impostato, su nuovi valori per le nuove generazioni. Possono apparire utopie e forse lo sono. Ricordiamoci, però, che solo i visionari hanno contribuito, in modo determinante, a realizzare una nuova umanità.

Crediti
 • Milan Kundera •
 • SchieleArt •   •  •

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