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A volte impiego anni e anni prima di liberare un’immagine… prima di liberarmi di un’immagine che mi ha colpito e fatto soffrire, cioè riflettere su di me tramite essa. Se ci si pensa bene, quando crediamo di soffrire  per lo stato di abbandono e di infelicità e di imbarbarimento di qualcuno – per il quale non facciamo né faremo mai niente per cambiarlo -, stiamo in verità soffrendo al pensiero che un giorno tocchi la stessa sorte anche a noi; ci serviamo di questo qualcuno non per avvicinarci a lui ma quale ponte per arrivare a una nostra ipotetica riva e gettarci però su tutt’altra sponda e evitare l’attracco a quella stessa rovina; rendiamo questo qualcuno ancora più misero e impoverito di come lo abbiamo trovato, portiamo via, grazie a lui o a lei, un bene da stivare nella nostra scorta preventiva contro i rigori del freddo, della fame, l’isolamento, l’emarginazione sociale, i parassiti che lo perseguitano, la malattia della sua pelle e la demenza che lo rende stranamente serafico, celestiale nel suo inferno. Lo ringraziamo tutt’al più con un sospiro e tiriamo dritto per la nostra strada lasciandocelo alle spalle per sempre. Per sempre?

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L’immagine mi si para davanti a Fez… capitai sotto un tunnel poco illuminato dove erano accampati  verdurai e mi apparve lei. Stava rannicchiata dentro una finestra murata, con la testa appoggiata sulle ginocchia che abbracciava e nel primo abbaglio – che la individuò subito di sesso femminile malgrado non ci fossero segni esteriori, anzi, femminile forse proprio per questa totale mancanza di indizi in un nugolo di mosche – mi sembrò un grosso istrice per via della zazzera corta e ispida, e poi un feto cresciuto a dismisura in una placenta pubblica; aveva indosso…addosso… una specie di tunica di juta tutta a brandelli, piedi nudi e lerci che affondavano nella melma degli ortaggi marci, occhi cisposi come quelli di un gatto ammalato, una grossa piaga infetta sulla guancia sinistra, quella che vedevo meglio, e gli occhi erano aperti, ma non sbarrati, e fissi. Sembrava tumulata lì dalla nascita, e colpiva la sua immobilità di terracotta, rotta solo dalla mano che andava a grattarsi forsennatamente lo scalpo, in tutto quel bailamme di carriole e carretti e secchi d’acqua buttati sul passaggio, e gli spruzzi sollevati dalle ramazze che la colpivano; i verdurai, che stavano sbaraccando, non le prestavano alcuna attenzione, né per scacciarla né per canzonarla né per porgerle, che ne so, un frutto o una mano per farla scendere dalla rientranza nel muro; non era solo indifferenza verso un essere umano, era deferenza per una specie di totem che, nella sua edicola, faceva parte del luogo: la deferenza consisteva nell’ignorarla completamente, come se non ci fosse, come se non avesse passato, presente, altro destino che stare lì, in vita, grazie a chissà quali poteri soprannaturali e autonomi che non contemplavano il bere, il mangiare, il curarsi, e l’affetto. La cosa… la donna… mi apparve quale punto di non ritorno della disperazione di essere nati per niente, neppure per riconoscere che il peso di cui ti sgravi improvvisamente è un figlio che ti cade a terra fuori dall’utero e quel budello viscido e sanguinolento in cui inciampi sei ancora tu. Tutto ciò non impiegò più di un attimo a attraversare la mia mente; adesso non ricordo se mi sono arrestato, fosse solo un istante, per guardarla meglio, non credo o forse mi sbaglio, sono però sicuro di non essere entrato nella sua visuale e sono altrettanto sicuro di averlo profondamente desiderato; non mi si è bloccato il passo, ma il cervello sì, perché quella frase che mi è uscita dentro… e che a distanza ormai di cinque anni ricordo alla perfezione come se mi fosse stata scolpita nella retina…ogni tanto viene a farsi ricordare perché la lasci uscire fuori, ma ogni volta invento una scusa per non ricordare quella ragazza senza età e senza sesso e senza sguardo… no, gli occhi erano luminosi pur dietro quella cortina di cispa, senza traiettoria perché non guardavano fuori, non vedevano niente fuori, guardavano dentro, come incantati da una visione che solo la pazzia può tessere all’infinito infinitamente nuova per chi acceca con il suo arcano splendore senza lasciare mai la presa con le sue pupille… sì, era tutto ciò che era fuori di lei a essere come accecato da lei, non lei… e comunque la frase che non voglio mai liberare, che sorse spontanea nell’istante in cui io vedo la figura della reietta… la figura più umana di tutte, il prototipo della donna e dell’uomo insieme, il calco in quella nicchia della mente umana e del corpo umano sperduti sulla faccia della Terra e costretti a convivere nello stupore, nel vaneggiamento di una solitudine assoluta e perciò impossibile tanto mi parve eppure raggiunta… la frase è “Non ti ha amato nessuno, non ti amerà più nessuno”. E subito dopo, lasciandomi indietro quell’apparizione di dolore e allo stesso tempo di cancellazione di ogni dolore, senza formulare frasi, mi  sono chiesto se quel mucchietto di vita umana che pareva un’escrescenza degli ortaggi marci della giornata aveva mai in vita sua, magari da piccola, magari una sola volta, ricevuto una carezza da qualcuno. Siccome io sono…sono stato, adesso non più…il deficiente che si permette tutti gli slanci che gli trasaliscono e formicolano negli arti, e siccome consegnarsi anima e corpo a uno slancio è come dare, il più delle volte, un non richiesto, è un gesto di egoismo mascherato di bontà, e siccome qualche mese prima a San Francisco quasi finisco per essere malmenato per strada… bè, pensare la frase sull’amore mai ricevuto e che mai questa ragazza riceverà e subito dopo “La carezza te la darò io” e restare bloccato un attimo… sì, mi sono fermato un mezzo secondo, dunque…a un metro da quella zazzera infestata, da quella guancia infetta, con quella carezza che mi infuocava le dita è stato tutt’uno. Questa frase che si rivolge, ne sono sicuro, direttamente a lei, alla creatura abbracciata a se stessa come un naufrago che costituisce anche tutta la propria zattera di salvataggio, si è disfatta nel tempo, un altro è diventato colui al quale mi rivolgo, è ovvio che ho finito per rivolgermi a me, sfidando ogni senso del ridicolo e della decenza e dell’amor proprio che rampogna. Memore dell’inconveniente schivato per un pelo a San Francisco, non ho voluto rischiare…avrei dovuto assolvere il mio slancio, osare, ma non ce l’ho fatta, e quell’immagine… di me che me la batto, che me la batto anche stavolta… quella carezza non data mi si è ritorta contro per anni e adesso non so, dopo aver confessato questa omissione di un gesto di fratellanza, cosa mi capiterà. È giusto che chi non corre il pericolo di dare una carezza rischiosa tanto è pure non ne riceva mai più una. Anzi, è giusto che non l’abbia mai ricevuta. Ma poi bisogna sdrammatizzare… ecco quello che ti capita, che anche l’infelicità è, come la disperazione a cui ti aggrappi, un’apparenza che non dura in eterno… e la frase alla ragazza di Fez adesso si riplasma, la carezza non data e non ricevuta si fa allegro sberleffo di ogni compiacente elegia della memoria puttana, diventa già più letteraria, ma non meno palpitante di sangue, e neppur tanto rappreso, la frase da un colpo di reni e batte ogni vento contrario al suo riassetto, si smantella dalla retina lasciandomi mondo da ogni rimpianto e però anche da ogni senso di colpa, la frase si china sull’orecchio della ragazza di Fez in quella sua nicchia di tufo… e ormai botte di ferro… bè, non solo sul suo di orecchio… e si sussurra fuori: “Ehi, Single, dico a te, svegliati! Se anche è vero che non sei stata amata come un giorno forse sognavi, tranquilla, il peggio è passato: d’ora in poi non ti amerà più nessuno”.

Crediti
 • Anna Maria Tocchetto •
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