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In quel 24 febbraio del 1919, quando sono entrata, ancora infreddolita, alla galleria parigina Durand-Ruel, da sola, come mi era capitato spesso, negli ultimi anni alle inaugurazioni delle esposizioni a cui venivo invitata, ho notato che diverse persone si sono voltate verso di me, come se avessero visto un fantasma, ma io non ero un fantasma, ero soltanto una donna che aveva amato e sofferto con la medesima intensità e che ora desiderava soltanto ricominciare a vivere dopo sei anni di internamento… Ero e sono ancora, anche se qualcuno  ha cercato di cancellarmi come donna e come artista, la scultrice.

Camille Claudel

 ⋯ « … alza la testa, guarda il visitatore con i suoi grandi occhi chiari la cui luce è così interrogativa e … così persistente ».

Così la descrive Mathias Morhardt nel 1898 rimanendone colpito soprattutto dagli occhi. Stiamo parlando di Camille Claudel, artista geniale e appassionata,  che nacque a Villeneuve sur Fere l’8 dicembre 1864, e che fin da bambina  comincia a modellare con accanimento. Decisa a diventare un’artista, visse un’infanzia in un clima familiare difficile e  austero. La famiglia Claudel certo era per quell’epoca una famiglia un po’ particolare: come scrive Reine-Marie Paris, nipote di Paul Claudel, nel libro “Camille Claudel-Frammenti di un destino d’artista”, riportando un frammento di uno scritto precedente di Henry Guillemin: « I Claudel vivevano nell’indiscutibile e tranquilla coscienza di una specie di superiorità mistica, intoccabile, sicuri della loro differenza ». Una differenza che si manifestò in quel padre « … autoritario ma non tiranno che non si oppose mai alle eretiche vocazioni dei figli … ». Anzi il padre, funzionario delle imposte, accetterà e ammirerà questa figlia dalle doti artistiche tanto da trasferire la famiglia a Parigi nel 1881 e a non contrariarla quando, appena ventenne, decise di andare nell’atelier di Rodin, che aveva ventiquattro anni più di lei, con le funzioni di modella e sbozzatrice, la prima donna discepolo tra i suoi allievi. Lo stesso non si può dire della madre, che chiusa nei suoi rigidi principi morali, non riuscì mai a capire il forte temperamento della figlia, le sue “scelte” di vita, e men che meno la sua genialità, tant’ è  che  a distanza di soli otto giorni dalla morte del padre,  fu lei a firmare la carta per farla interdire, e non dette mai ascolto sia alle richieste scritte della figlia che a quelle dei medici, rimanendo sempre chiusa, ferrea nella sua irremovibile decisione di lasciarla rinchiusa e di vietare a chiunque ogni visita.

… un romanzo… un’epopea come l’Iliade e l’Odissea. Ci vorrebbe Omero per raccontarla, sono caduta dentro un baratro, vivo in uno strano mondo… dal sogno che è stata la mia vita, ora è rimasto solo l’incubo…” – “… da cosa deriva tanta ferocia umana… prometto che mai più recherò scandalo a voi, perché sono troppo desiderosa di riprendere una vita normale… non farei più nulla di disdicevole perché ho troppo sofferto.

 ⋯ Amante di letture, appassionatissima degli antichi, Camille  aveva una cultura notevole per una donna di quell’epoca. A Parigi frequenta l’Académie Colarossi, affitta uno studio insieme a tre amiche inglesi e sia lo scultore Alfred Boucher che il suo maestro Paul Dubois rimasero colpiti dalle sue doti; e non poteva non essere così, poiché, il suo modo di scolpire e di tagliare personalmente il marmo, oltre a dimostrare una tecnica perfetta, era ricco di forza, energia, movimento,  capace di trasmettere i più reconditi sentimenti, dal dolore, alla sofferenza, allo straniamento: era un’innovatrice che seppe dare alla scultura una vitalità non indifferente.

La scultura è il bisogno di toccare …, la gioia quasi materna di possedere della terra da plasmare tra le mani, l’arte di modellare, di possedere quelle forme tondeggianti … Camille Claudel è la prima a operare questa scultura interiore … è meravigliosamente percorsa dalla fantasia più intensa e primordiale che costituisce in sé il dono vero e proprio dell’invenzione.

Paul Claudel

Camille arrivò all’atelier di Rodin, che non era ancora così famoso, portando già con sé una serie di esperienze artistiche maturate nel corso degli anni.Si butta a capofitto nei duri e faticosi compiti riservati all’apprendista scultore, senza mai un lamento, né una sosta, avida di imparare e nello stesso tempo cosciente di possedere uno slancio creativo senza pari. È una ribelle ma sa stare al suo posto quando si trova nell’atelier fra la polvere e l’argilla, brandendo mazze e scalpelli meglio di un uomo e ottenendo di entrare nello studio privato di Rodin come modella e sbozzatrice. È l’inizio della loro storia d’amore e di una collaborazione intensa, durante la quale Camille si fa musa e compagna, immagine ideale e fucina d’idee e di azioni, per due anni che sembrano dover durare tutta una vita, durante i quali la sua umanità unica emerge con forza e la sua vitalità si sprigiona fra il desiderio per quell’uomo, che sembra capace di recepirla, e l’enorme spazio che sembra aprirsi alla sua personale realizzazione.

Le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo.

Auguste Rodin

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Nel 1886 la fama di Rodin è conclamata. Ormai espone regolarmente; fra le tante opere, “Je suis belle”, una composizione nata dall’assemblaggio di due figure già esistenti in formato ridotto nella celebre Porte de l’Enfer e su cui vengono incisi i versi di una poesia di Baudelaire, nei quali Rodin identifica se stesso e la donna amata:
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Sono bella mortali! come un sogno di pietra, e il mio seno, cui volta a volta ciascuno s’è scontrato, è fatto per ispirare al poeta un amore eterno e silenzioso come la materia.
Troneggio nell’azzurro come una Sfinge incompresa; unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni, odio il movimento che scompone le linee, e mai piango, mai rido.
I poeti di fronte alle mie grandi pose, che ho l’aria di imitare dai più fieri monumenti, consumeranno i giorni in studi severi; perché, per affascinare questi docili amanti ho degli specchi puri che fanno più bella ogni cosa: i miei occhi, questi larghi occhi dalle luci eterne!

Un’opera che invece, ben rappresenta il sentire di Camille rispetto al rapporto con Rodin è “L’età di mezzo”,  1899 – 1913. Un primo progetto del 1895 presenta questo gruppo di tre figure – vecchiaia, età di mezzo, giovinezza- come fosse fisso e immobile. La versione definitiva, del 1898, qui ripresa, ha, al contrario, un effetto di movimento che coinvolge tutta la composizione, amplificandosi lungo una diagonale che accentua la plasticità delle figure e la loro drammaticità.  Tra il 1887 e il 1894 i rapporti con Rodin si fecero burrascosi. La giovane donna inginocchiata, figura realizzata anteriormente al gruppo e conosciuta come L’implorante (1894), immagine di Camille al momento della sua rottura con Rodin, è integrata qui in una composizione più vasta e drammatica: è isolata e le sue mani non riescono più a trattenere quelle dell’uomo, come nel primo progetto. Il contrasto tra le figure, lisce e nude, realizzate con naturalismo esacerbato e le pieghe tormentate dei drappi, che avvicinano la Vecchiaia all’immagine delle tre Parche, fanno di questo gruppo un’allegoria del tempo e della morte.
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Nel 1932 Eùgene Blot, in una lettera inviata a Camille, scrive di lei e di quest’opera: “… Nel mondo di volpi che è la scultura, Rodin, voi e forse tre o quattro altri, avevate introdotto l’autenticità, e questo non si dimentica. X conserva un ricordo ancora pieno di meraviglia del vostro marmo L’implorante (fuso da me in bronzo per il Salone del 1904), che egli considera il manifesto della scultura moderna. In quest’opera siete finalmente voi stessa, liberata completamente dall’influenza di Rodin, grande tanto per l’ispirazione che per il mestiere. La copia della prima tiratura arricchita dalla vostra firma è uno dei pezzi salienti della mia galleria. Io non la guardo mai senza provarne un’emozione indicibile. Mi sembra di rivedervi, queste labbra semiaperte, queste narici palpitanti, questa luce nello sguardo, tutto grida alla vita in ciò che ha di più misterioso. Con voi si lasciava il mondo delle false apparenze per quello del pensiero. Quale genio!…”

Fu in  quegli anni  che Camille conobbe  Claude Debussy, il quale si innamorò perdutamente dell’artista:

Ah! La amavo veramente, e in più con un ardore triste, poiché sentivo, da segni evidenti, che mai lei avrebbe fatto certi passi che  impegnano tutta un’ anima e che sempre si manteneva inviolabile in ogni sondaggio sulla solidità del suo cuore! Ora resta da sapere se lei contenesse tutto ciò che io cercavo! E se ciò non fosse il nulla. Nonostante tutto, piango sulla scomparsa del Sogno di questo Sogno.

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Debussy, tenne a lungo nel suo studio, una delle sue sculture: La Valse, di cui  il giornalista e critico d’arte francese d’Octave Mirbeau, ha scritto, riguardo  le forti emozioni che permeava quest’opera: La carne è giovane, pulsa con la vita, ma il drappeggio che li circonda, che li segue, che turbina con loro, combatte come un sudario. Dove vanno così smarriti nell’ ebbrezza dell’ anima e della carne, così strettamente uniti? Verso l’amore o verso la morte? Quel che so, è che c’è una tristezza struggente in questi due, così struggente che può venire solo dalla morte, o forse per amore ancor più triste della morte.
Negli anni Ottanta la sua figura, ormai dimenticata, a parte l’attenzione di qualche raro studioso, fu riportata alla luce dalle attente e appassionate ricerche di una pronipote ventenne, Reine-Marie Paris. Catturata dal fascino di alcune sculture, che quasi distrattamente adornavano il salotto del nonno Paul Claudel, la nipote divenne ed è tuttora la sua biografa, ricercatrice e curatrice di tutte le iniziative che la riguardano. Raccontò in seguito: “cercando per la mia tesi di laurea dettagli su mia zia, si scatenò un silenzio imbarazzante… Camille mi apparve come un personaggio “maledetto” all’interno della famiglia, che volle per decenni cadesse un oblio totale e una censura vera e propria”. Scopo della vita di Reine divenne da allora l’impegno di riabilitare agli occhi del mondo il genio della zia, dichiarando: “… il mio sogno, il mio progetto futuro sono quelli di creare un museo autonomo di Camille Claudel… perché questo lei merita”.
Numerose opere di Camille sono esposte nel Museo Rodin di Parigi, in una sala a lei dedicata, voluta da Rodin per riconoscere l’opera dell’allieva, collaboratrice, ispiratrice, compagna, collega. Nella sala Camille Claudel sono esposte opere di Camille ed alcune sculture di Rodin da lei ispirate.
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Crediti
 • Anna Maria Tocchetto •
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