Un'inquietudine sempre crescente

La fiamma divampò e ne approfittai per prepararmi un caffè, bollendolo nel gavettino, gliene diedi una parte, che bevve. Ormai dovevo rassegnarmi e aggiungerò che questa rassegnazione cominciava a piacermi troppo: dai modi della donna capivo infatti che sarebbe restata a tenermi compagnia. Si allontanava a raccogliere rami secchi e, ogni volta che lasciava cadere a terra il suo carico, mi sorrideva.
Tuttavia non riuscivo a liberarmi da un’inquietudine sempre crescente, ma poiché tanti elementi in sé trascurabili vi concorrevano (la notte, il dente, i rumori sgradevoli della boscaglia e il disagio di quell’avventura che si prolungava oltre i limiti stabiliti), ben presto decisi di mettermi l’animo in pace. Dopotutto, dormire al cantiere o dormire all’aperto, non c’era grande differenza. Forse al fiume le zanzare mi avrebbero divorato. Invece, qui, il vantaggio di sentirsi in una terra non contaminata: idea che ha pure il suo fascino sugli uomini costretti nella loro terra a servirsi del tram quattro volte al giorno. Qui sei un uomo, ti accorgi cosa significa essere un uomo, un erede del vincitore del dinosauro. Pensi, ti muovi, uccidi, mangi l’animale che un’ora prima hai sorpreso vivo, fai un breve segno e sei obbedito. Passi inerme e la natura stessa ti teme. Tutto è chiaro, e non hai altri spettatori che te stesso. La vanità ne esce lusingata.
Ti approvi, ti guardi vivere e ti vedi immenso, tuo padrone: faresti di tutto pur di non deluderti. Gli altri annoiano, obbligano a dividere una gloria che vorresti indivisa, sei felice nella solitudine. E si finisce col restare.
Forse mi avrebbero accusato di eccessiva fantasia. Mi proponevo di raccontare l’avventura agli amici della mensa. E loro avrebbero riso. Il dottore del battaglione avrebbe riso più di tutti, rideva sempre più di tutti quando qualcuno raccontava storie che superassero la sua modesta immaginazione.