C’è un malinteso spaventoso che regna sovrano nella nostra percezione del mondo naturale, una sorta di sordità ontologica che l’uomo civilizzato ha coltivato con cura maniacale per proteggere la propria coscienza dall’orrore su cui fonda il suo benessere quotidiano. Questo malinteso riguarda il silenzio degli animali. Noi crediamo, o fingiamo di credere, che poiché la bestia non articola parole umane, non possieda logos, e dunque non possieda diritti, né anima, né una reale capacità di soffrire che sia paragonabile alla nostra augusta sensibilità. Cartesio, con il suo mostruoso automatismo, ha fornito l’alibi perfetto per secoli di macelleria e di vivisezione: l’animale come orologio, come meccanismo che stride se rotto ma non sente. Ma basta osservare un occhio bovino mentre viene trascinato verso il mattatoio, o il tremore di un cane legato sul tavolo anatomico, per capire che quel silenzio non è assenza di discorso, ma un discorso represso, soffocato, inascoltato. È un silenzio che pesa come una condanna universale, un’accusa muta rivolta al cielo vuoto e alla terra indifferente. La civiltà umana, nelle sue magnifiche sorti e progressive, cammina sopra un tappeto sterminato di cadaveri invisibili, nutrendosi di agonie che vengono nascoste dietro le mura asettiche dei laboratori o quelle luride dei macelli industriali. Non vogliamo vedere, non vogliamo sentire. Se potessimo udire l’insieme delle grida di dolore che salgono in ogni istante dalla crosta terrestre a causa della mano dell’uomo, impazziremmo all’istante, colpiti da un tuono di sofferenza tale da spezzare i timpani dell’anima. Ma noi filtriamo, dimentichiamo, mangiamo, usiamo. E in questo oblio colpevole, l’animale diventa solo materia prima, oggetto di consumo o di studio, privato della sua sacralità di essere vivente.
L’animale torturato, straziato e svaginato del proprio essere naturale, in ogni momento di tutti i secoli del predominio umano. Il suo grande urlo dal neolitico attraversa tutto l’arco sgocciolante sangue e lacrime della nostra maledizione in terra… Per chi abbia un cuore che abbia orecchi non è un silenzio, è veramente un urlo spaventoso, che si avvinghia ai lobi, che ci preme il petto con ginocchio di ferro… Ogni atto di tenerezza e di pietà, anche minimissimo, è infinitamente prezioso nella straziante giostra cosmica perché la storia non dà primati che alla martellante brutalità della Tenebra, non ha da esibire che strepiti e cori di vigliaccherie di forti calpestanti le debolezze… Chi tirerà fuori anche un solo topo da una gabbia sperimentale sarà scritto nei libri delle Sibille angeliche.
E non si creda che questo gesto di liberazione sia cosa da poco, un atto di sentimentalismo per vecchie signore o per animi deboli incapaci di comprendere le dure necessità della Scienza e del Progresso. Al contrario, colui che spezza la catena della necessità crudele, che sottrae una vita, anche la più infima, alla logica dello sterminio, compie un atto di ribellione metafisica assoluta. In un universo che sembra strutturato sulla predazione e sul dolore, la pietà è l’unica vera trasgressione, l’unico miracolo possibile. Il topo salvato dalla gabbia, il cane sottratto al bisturi, l’agnello risparmiato dal coltello pasquale, non sono numeri statistici, sono fiammille di essere che vengono restituite alla loro dignità. Coloro che operano nel buio dei laboratori, sacerdoti di una religione senza Dio che richiede sacrifici di sangue continui per garantire la salute e la longevità di una specie umana sempre più malata e arrogante, guardano con disprezzo a questa pietà, definendola oscurantismo o emotività irrazionale. Ma quale razionalità può giustificare l’inferno in terra creato per le creature innocenti? Quale salute può nascere da un crimine così vasto e sistematico? La vera malattia dell’uomo è la sua durezza di cuore, la sua incapacità di percepire l’unità del vivente. Finché i nostri tavoli saranno imbanditi di cadaveri smembrati, finché la nostra medicina cercherà le sue verità frugando nelle viscere palpitanti di esseri terrorizzati, non ci sarà pace possibile, né salvezza. La violenza che esercitiamo sugli animali è la palestra dove ci alleniamo alla violenza contro i nostri simili; i campi di sterminio, le guerre, le torture politiche non sono che l’estensione logica, su scala umana, di ciò che facciamo quotidianamente alle altre specie. L’uomo che non trema di fronte allo sguardo di un animale che muore ha già ucciso qualcosa dentro di sé, ha già spento quella luce che lo rendeva umano. Per questo, il gesto del liberatore, di colui che apre la gabbia, è un gesto profetico: annuncia un tempo, forse impossibile ma necessario da sperare, in cui il regno della necessità lascerà il posto al regno della libertà, e in cui l’urlo del neolitico si placherà finalmente in una convivenza non più fondata sul sangue. Fino ad allora, saremo tutti complici, tutti carnefici, seduti al banchetto della morte, sordi all’urlo che ci circonda e che, se avessimo orecchie, non ci lascerebbe dormire mai più.
Sordità Ontologica: L’incapacità dell’uomo di percepire l’essere e la soggettività degli altri viventi, considerandoli solo come oggetti o funzioni.
Automatismo Cartesiano: Teoria filosofica di René Descartes che paragonava gli animali a macchine prive di anima e coscienza, rendendo la loro sofferenza un semplice rumore meccanico.
Vivisezione: Pratica di operare o eseguire esperimenti su animali vivi per scopi di ricerca scientifica, spesso senza anestesia efficace, qui descritta come religione senza Dio.
Antispecismo: Movimento filosofico e politico che si oppone alla discriminazione basata sulla specie, sostenendo che l’appartenenza alla specie umana non giustifichi lo sfruttamento degli altri animali.
La pazienza dell'arrostito
Capitolo: Il silenzio del corpo vivente
Pubblicazione in Italia: Ottobre 1990
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Liberazione animale di Peter Singer
Il testo sacro del movimento antispecista moderno. Singer demolisce il concetto di specismo, sostenendo che la capacità di soffrire (e non l’intelligenza o il linguaggio) sia il criterio fondamentale per l’uguaglianza morale. Dialoga con il testo proposto denunciando la cecità della scienza che ignora il dolore degli esseri senzienti.
Sulla sofferenza degli animali di Plutarco
Un’opera dell’antichità che dimostra come la sensibilità verso le creature non umane non sia un’invenzione moderna. Plutarco contesta l’idea che gli animali siano privi di ragione e descrive con orrore il banchetto a base di carne, anticipando di secoli la denuncia del tappeto di cadaveri invisibili su cui cammina la civiltà.
Un’eterna Treblinka di Charles Patterson
Un saggio crudo che traccia un parallelo storico e psicologico tra lo sfruttamento animale e i genocidi umani. Patterson sostiene, in linea con il testo, che la violenza sistematica nei macelli industriali e nei laboratori sia stata la palestra tecnologica e morale per le atrocità del XX secolo.






















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