Fotografia in bianco e nero di Einstein e Bohr al Congresso Solvay del 1927, lavagna con diagrammi, atmosfera intellettuale.È il 1927, e la fisica è un campo di battaglia. Da un lato, le equazioni, precise e deterministiche, che da secoli raccontano un universo di palle da biliardo e pianeti; dall’altro, una nuova e inquietante grammatica del reale, fatta di salti quantici e funzioni d’onda che descrivono solo probabilità. Non è un caso che si scelga Bruxelles, città di compromessi e crocevia d’Europa, per ospitare l’atto finale di questa transizione. L’Istituto Solvay, voluto da un industriale visionario, diventa per sei giorni l’ombelico del mondo. Il V Congresso Solvay di Fisica resterà senza dubbio la più celebre di queste riunioni. Lorentz, l’ultimo grande rappresentante della fisica classica, presiedeva i dibattiti di una brillante pleiade di scienziati, dove, al fianco di Einstein, sedevano tutti gli altri creatori della teoria dei quanti: Planck, Bohr, de Broglie, Schrödinger, Heisenberg, Born, Dirac e molti altri fisici illustri, come madame Curie, Bragg, Ehrenfest, Langevin, Compton, Debye, Brillouin e altri. Per sei giorni, dal 24 al 29 ottobre 1927, questi uomini, avendo come tema Elettroni e Fotoni, fecero il bilancio delle loro più recenti scoperte. Discussero sul significato della nuova meccanica e tentarono di dare, al di là delle formule, una visione del mondo conforme a quella proposta dalla microfisica. Bel problema per una tale assemblea!

L’aria stessa dell’Istituto Solvay pareva satura di elettricità intellettuale. Al centro dell’arena, due giganti. Einstein, con il suo istinto cosmico che aveva smontato il tempo e lo spazio, guardava ai quanti come a un edificio provvisorio, elegante ma privo di fondamenta. Dio non gioca a dadi con l’universo, mormorava, e la sua voce aveva il peso dell’Antico Testamento. Di fronte, Niels Bohr, taciturno e tenace, procedeva per tentativi, costruendo con parole incerte una filosofia della complementarità: un’onda e una particella non si escludono, coesistono come due volti della stessa realtà, mai visibili insieme. Heisenberg, appena ventiseienne, ascoltava tormentandosi le mani, difendendo il suo principio di indeterminazione dagli assalti dell’uomo che era stato il suo eroe. Schrödinger, che con la sua equazione aveva sognato di tornare a un mondo continuo e liscio, era sconfitto e affascinato dalla bestia matematica che aveva generato. De Broglie, aristocratico e schivo, proponeva la sua onda pilota, una via di mezzo che non convinceva nessuno, e che lui stesso avrebbe abbandonato di lì a poco per ritornarci solo decenni dopo. Madame Curie, la sola donna in quella selva di cravatte e code di frac, seguiva le discussioni con lo sguardo asciutto di chi aveva dissolto la materia nelle sue mani, osservando i nuovi sacerdoti litigare sulla natura della luce che lei stessa aveva usato per irradiare il mondo.

Il momento cruciale giunse il terzo giorno, durante la relazione di Born e Heisenberg. Einstein intervenne, cortese e implacabile. Propose un esperimento mentale: un fascio di elettroni che attraversa una fenditura. Dove cade l’elettrone? La funzione d’onda dice dove potrebbe cadere, ma non dove cade. Esiste davvero quella traiettoria, chiese Einstein, o è solo la nostra ignoranza a disegnarla? Bohr si alzò, prese un pezzo di gesso e si avvicinò alla lavagna. Non rispose con una formula, ma con un disegno: il bordo della fenditura, l’urto tra l’elettrone e il diaframma. Per sapere da dove viene l’elettrone, spiegò, devi immobilizzarlo, e immobilizzandolo ne alteri la velocità. Non è la natura ad essere imprecisa, signor Einstein, è la nostra domanda ad essere mal posta. Non possiamo chiedere all’universo dove è andato e con che velocità, perché l’universo stesso non lo conserva nel registro. Fu un pugno nello stomaco per il determinismo. Paul Ehrenfest, olandese dal cuore tenero e dall’umore tempestoso, scrisse una cartolina a Bohr: Non stare a preoccuparti, vincerai tu. Ma Einstein non riusciranno a farlo cambiare idea nemmeno gli angeli. La conferenza volgeva al termine. Non ci fu un verdetto, nessuna stretta di mano risolutiva. Le fotografie, immortali, mostrano due file di uomini in nero, l’ultima generazione di scienziati che si vestiva come banchieri. Sembrano una giuria, ma sono loro gli imputati. Sono chiamati a rispondere di un crimine inaudito: hanno ucciso la certezza. E mentre il treno riportava Einstein a Berlino, e Bohr a Copenaghen, il mondo della fisica rimase sospeso. Non era stato vinto né perso un dibattito: era stata aperta una ferita che ancora oggi non si è rimarginata, la cicatrice luminosa tra ciò che è e ciò che possiamo sapere. Bel problema, davvero.

Glossario
Crediti
 João Andrade e Silva
 I quanti
  Capitolo IV, intitolato 'La conferenza Solvay del 1927 e le interpretazioni della meccanica quantistica'
  Pubblicato in Italia nel marzo 1981
 SchieleArt •   • 

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