L'azione strategica
VI/XX Tesi di politica
L’azione politica, alla quale N. Machiavelli dedica un libretto Il principe, è l’attualità dell’attore politico nel campo politico. Con l’azione il cittadino si rende pubblicamente presente nell’esercizio di qualche momento del potere. Questa azione è il contingente e incerto per eccellenza. La fortuna (per Machiavelli) esprimeva l’imprevedibile di ciò che accade in questo ambito. È come l’acqua torrenziale che può distruggere tutto; per questo è necessario fabbricare dighe per guidarla (che lui denominava virtù). Il problema da risolvere è allora trovare qualche logica all’azione, qualche maniera di poterla portare a buon termine, e in maniera empiricamente efficace e possibile (il logicamente e idealmente possibile può essere empiricamente impossibile, ciò che è fuori dall’orizzonte del campo politico, benché alcuni lo provino caparbiamente).
L’azione politica è strategica, non semplicemente strumentale (come l’azione tecnica che trasforma la natura), poiché si dirige agli altri soggetti umani che come attori occupano spazi pratici, si gerarchizzano, offrono resistenza o coadiuvano nell’azione degli uni e degli altri, in un campo di forze che costituiscono ciò che abbiamo denominato potere. Per questo, la volontà consensuale dà all’azione collettiva forza, unità, potere di raggiungere i propositi.
Esige la partecipazione della ragione pratica, che i classici denominavano prudenza (fronesis). Il vecchio trattato della guerra dei cinesi, lo Sunzi, spiega: «Perciò chi eccelle nella guerra cerca la vittoria attraverso la configurazione strategica della potenza militare (shi) [...] La natura del tronco e della pietra è quella di starsene fermi quando si trovano su un terreno piano; sono tuttavia mobili quando si trovano su un terreno inclinato [...] Perciò la potenza strategica (shi) di colui che eccelle nel comando degli uomini in battaglia è paragonabile a quella dei massi di forma circolare che rotolano da una montagna».
La potenza strategica è la struttura pratica che si organizza di fatto davanti all’attore politico. È la situazione congiunturale complessa di tutte le forze dei loro alleati e antagonisti che si devono saper ponderare per saperle utilizzare verso gli obiettivi proposti. Spesso non fare nulla è più efficace.
Per Max Weber l’azione politica è in ultimo termine dominazione: «Per potere (Herrschaft) si deve intendere la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, che abbia un determinato contenuto [...] Un determinato minimo di volontà di obbedienza, ossia di interesse (esterno o interno) nell'obbedire, è essenziale in ogni relazione autentica di autorità».
Come abbiamo mostrato, il potere è volontà consensuale della comunità o del popolo, che esige obbedienza dall’autorità (in primo luogo). Weber ha rovesciato la questione. È l’istituzione la sede del potere come dominazione che esige l’obbedienza della società.
Da parte sua Carl Schmitt, lottando contro lo svuotamento formale o legalista dell’individualismo liberale, propone che l’essenza dell’azione politica si gioca nella dialettica amico-nemico. Con abilità distingue tra a] un nemico privato o il rivale (in greco εχθρός) b] dal nemico pubblico o l’antagonista (in latino hostis), e c] dal nemico totale, al quale si dà la morte in guerra (nemico in senso ampio; πόλεμος in greco). Determinante è che il criterio della differenza tra il nemico b] e c] consista, in definitiva, in una certa fraternità (come pensa J. Derrida) che riunisce amici e antagonisti politici (alla fine sono tutti membri di una stessa comunità o popolo) e li separa dagli altri (al di là dell’organizzazione nazionale). Tuttavia, di nuovo, se ci poniamo nell’orizzonte dell’umanità (che Schmitt tenta di negare a partire da un nazionalismo eurocentrico), ci sarebbe una fraternità universale che è quella che Kant postula (per raggiungere un giorno la pace perpetua). Ciò mostrerebbe che l’azione politica si fonda più sulla fraternità (un valore positivo) che sull’inimicizia, che benché esista deve disciplinarsi per arrivare ad essere una relazione politica (il politico dell’azione giustamente promuove l’amicizia cittadina e non l’opposizione distruttiva).
L'azione egemonica
 ⋯
L’azione propriamente politica, che non è per sua natura violenta o dominatrice (perché distruggerebbe nella sua essenza il potere politico e indebolirebbe la potestas lasciandola senza fondamento), non può neanche cercare una democrazia diretta seppure all’unanimità, ed è nel migliore dei casi egemonica (per il consenso della maggioranza determinante). Il consenso che unisce le volontà e lega il potere come forza congiunta, si può raggiungere, ma mai in maniera perfetta (perfezione di accordi sarebbe, nuovamente, unanimità). La domanda è allora: come una comunità politica, o il popolo, raggiunge un consenso sufficiente per rendere governabile l’esercizio del potere e la partecipazione cittadina?
L’azione di ciascun settore sociale, della società civile o anche dell’ambito puramente sociale, ha rivendicazioni particolari. Il femminismo lotta per il rispetto dei diritti femminili contro il patriarcalismo maschilista; i movimenti antirazzisti si sforzano di eliminare la discriminazione delle razze non-bianche; il movimento dei vecchi o degli anziani si mobilita egualmente per le sue rivendicazioni; così come i marginali e i venditori ambulanti, la classe operaia classica, la contadina, gli indigeni, gli ecologisti, ecc. Tutti questi movimenti differenti nell’ambito di un paese, che si riuniscono nel Foro Mondiale Sociale di Porto Alegre, non possono rimanere nella pura opposizione delle loro rivendicazioni contraddittorie o incomunicabili.
Egemonica sarebbe una richiesta (o la struttura coerente di un gruppo di richieste) che riesce ad unificare in una proposta più globale tutte le rivendicazioni, o almeno le più urgenti per tutti. Le lotte rivendicative sono azioni politiche. Se le azioni raggiungono questo livello di unità, possiamo dire che l’azione diviene egemonica. Questo non significa che non ci siano gruppi antagonisti, minoranze opposte, le cui rivendicazioni molto probabilmente dovranno essere soddisfatte in futuro. È certo che l’azione politica dovrà essere molto attenta nell’osservare, rispettare e includere, se è possibile, l’interesse di ciascuno dei gruppi, settori, movimenti. Quando un’azione diventa egemonica causa la mobilitazione del potere della comunità, o del popolo (della potentia), e le azioni dei rappresentanti fluiscono verso i loro obiettivi, appoggiate dalla forza e motivazione di tutti, o almeno delle maggioranze significative. L’azione egemonica è l’esercizio delegato pieno del potere (potestas), e conta sul consenso, sulla fraternità e sul fondamento del potere del popolo. Nel xx secolo in America Latina, governanti come G. Vargas in Brasile (1930-1954), L. Cardenas in Messico (1934-1940), J. D. Perón in Argentina (1946-1955), e molti altri leader chiamati populisti (finanche Jacobo Arbenz, il cui abbattimento perpetrato nel 1954 dal Dipartimento di Stato nordamericano con la dittatura di Castello Armas ha significato la fine di questa tappa storica, coincidente con il golpe contro Sukarno in Indonesia e la successiva caduta di G. A. Nasser in Egitto), furono esempi di questo tipo di azione egemonica.
In armonia con questa concezione dell’egemonia, Hannah Arendt ricorda che: «Il potere è sempre, vorremmo dire, un potere potenziale e non un’entità immutabile, misurabile e indubbia come la forza – fisica – o la potenza materiale. Mentre la forza è la qualità naturale di un individuo separatamente preso, il potere scaturisce fra gli uomini quando agiscono assieme, e svanisce appena si disperdono».
Solo l’azione egemonica, tra la violenza e l’unanimità politicamente impossibile (benché fattibile tecnicamente nei totalitarismi), permette che appaia fenomenicamente nel campo politico l’essenza del potere politico. Gli altri tipi di azioni sono la sua negazione.
L'azione collettiva: il 'blocco storico al potere'
Tullio Pericoli ⋯ Antonio Gramsci ⋯ 1990
L’azione collettiva: il blocco storico al potere.
Antonio Gramsci, scriveva in carcere, con estrema chiarezza: «Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più dirigente, ma unicamente dominante, detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano».
Il grande pensatore italiano esprime in queste brevi linee tutto il problema che desideriamo suggerire. In un momento storico c’è una certa organizzazione sociale di settori, di classi, di gruppi che in alleanza si trasformano in un blocco storico al potere. Riflettiamo su ciascuna espressione.
In primo luogo, è un blocco, ciò che indica una unità instabile, che può rapidamente dissolversi e ricomporsi.
In secondo luogo, è storico, congiunturale, eventuale nel tempo: oggi può darsi e domani dissolversi. Il blocco dei gruppi che realizzarono l’Emancipazione latinoamericana intorno al 1810 contro la Spagna, fu guidata da creoli bianchi, in unità strategica ed egemonica con alcuni spagnoli impoveriti, i meticci, gli indigeni, gli schiavi e altri, sotto il progetto egemonico della libertà (ciascuno dava una sfumatura particolare a questo valore: lo schiavo come liberazione dalla schiavitù, l’indigeno come recupero della sua terra e dei diritti comunitari, i meticci come piena partecipazione sociale, i creoli come separazione dalla dipendenza coloniale dalla Spagna). Una volta conclusa la lotta di liberazione (approssimativamente nel decennio 1820-1830), il blocco storico si dissolse, e i creoli passarono ad occupare approssimativamente il luogo delle burocrazie ispaniche in America. Il blocco si costruisce congiunturalmente e alla stesso modo si dissolve.
In terzo luogo, è nel potere. Si trova, quindi, nel luogo del potere istituzionalizzato (potestas), e pertanto è il gruppo di governanti o rappresentanti, la cui azione politica può essere esercizio del potere obbedienziale o feticizzato. Se la classe dominante (o il blocco storico al potere), dice Gramsci, ha perso il consenso (cioè ha perso l’egemonia, perché le rivendicazioni che propone non includono quelle delle maggioranze e per questo perde il consenso), quindi non è più dirigente; cioè, non dirige o non conduce, con la virtù, richiesta da Machiavelli, il torrente della fortuna. E questo perché ha perso l’appoggio del potere dal basso (la potentia): il potere istituzionle è stato de-fondato. La potestas o il potere istituzionale non conta più sulla potenza del popolo, sul suo entusiasmo, sulla sua benevolenza. Al contrario, non partecipando al consenso, il popolo si è spostato verso il dissenso dalla ideologia tradizionale (ideologia che fondava l’obbedienza del popolo al potere dirigente e per questo consensuale, nel senso weberiano).
Al blocco storico al potere non rimane, quando ha perso il consenso, che l’azione politica come forza coercitiva, e per questo da egemonica (con il consentimento del popolo) diventa dominante. La dominazione come azione politica, che si esprime come la mera forza esterna, violenta, monopolista (militare o poliziesca), manifesta la crisi del blocco storico e l’inizio della sua fine. La repressione antipopolare è un segno della perdita di potere dell’istituzione oppressiva.

Crediti
 • Enrique Dussel •
 • Venti tesi di politica •
 • trad. Antonino Infranca •
 • Pinterest •   •  •

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