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La Sfinge non è un enigma. Inutile interrogarla. È una risposta. Eccomi dice Custodisco le tombe piene e custodisco le tombe vuote.
• Jean Cocteau •

Il peccato di Edipo, ci ha fatto intendere Hölderlin, non è l’assassinio del padre, né l’incesto. Il vero nefas, nella sua vita, egli lo evoca nell’interrogare Tiresia. Edipo pecca perché “interpreta troppo infinitamente”, come se egli per primo avesse sentito l’esaltazione provata da Nietzsche di fronte allo spalancarsi, da lui stesso provocato, di un mondo possibile di interpretazioni infinite. Anche per questo Edipo è diventato uno degli emblemi primordiali dell’occidente. La interpretazione infinita è la potenza selvaggia, brutale, che irrompe occultamente nella storia con l’età classica della Grecia. Edipo, per primo, non ha discrezione davanti all’oracolo: perciò troverà la seduzione doppia che designa una volta per sempre la nostra ultima ambivalenza. Prima, la soluzione che gli permette di evitare la morte, di fronte alla Sfinge; poi, la soluzione che lo condannerà alla morte, strappata all’indovino. Solo Edipo riesce a evitare la morte dall’oracolo, solo Edipo si trova a poter essere condannato a morte dal’oracolo. Il nesso inscindibile delle soluzioni regge lo spazio intero del pensiero come soluzione, entro cui ancora ci troviamo. Hölderlin, scrive che Edipo avrebbe dovuto interpretare l’oracolo in questo modo: “Stabilite, nella generalità, un giudizio rigoroso e puro, tenete un buon ordine civile”. Edipo si rifiuta alla generalità: vuole il particolare, la persona. Ma qual è la vera differenza fra le due interpretazioni? Che la prima rinuncia a una soluzione particolare e si ferma alla prima derivazione dall’oracolo, mentre la seconda si abbandona a un processo indefinito, che si arresterà solo quando il particolare, irrimediabilmente, sarà svelato? Certamente – ma c’è anche un’altra differenza, più celata. L’interpretazione offerta da Hölderlin è una risposta che obbedisce alla tradizione, a un’ ortodossia esegetica, per la quale ogni interpretazione è lettura di un segno che rappresenta lo stato del mondo, un processo che coinvolge sempre e solamente immagini del tutto. L’interpretazione di Edipo, invece, ricerca una catena di frammenti. Anche una esegesi ortodossa può ammettere una serie indefinita di piani di lettura sovrapposti. Ma fra di essi deve sussistere sempre una omologia, senza lacune. Edipo caccia una serie di frammenti,che hanno un solo legame, il più particolare, il più cieco: ognuno indica l’altro, senza fine.
⋯  ⋯E questo è il punto decisivo: Edipo sceglie la via, blasfema e al tempo stesso sacerdotale – “Ma Edipo subito in risposta, da sacerdote” – , della interpretazione infinita, ma ne rifiuta la legge interna: il senza fine, il senza termine, la inarrestabile moltiplicazione dei segni, non più soggetti ormai a un giudizio – l’ortodossia – che possa fermarne la proliferazione. Così per Edipo non è il suo interpretare ma il suo peccato che diviene veramente infinito. Edipo sceglie la via senza appello perché senza giudizio, ma vuole pur sempre, vuole violentemente il giudizio, così il suo giudizio non ha appello, così è condannato, egli stesso, ad eseguirlo nel proprio corpo. Con il giudizio di Edipo su se stesso nasce una figura nuova della rovina, per riprodursi fino a noi, attraverso metamorfosi, fino alla più sprovveduta, più ignara “presa di coscienza” – una ultima, modesta eco di quell’originario “sforzo quasi svergognato di impadronirsi di se stesso, la caccia selvaggia folle di una coscienza” Roberto Calasso da un saggio all’interno di:

Crediti
 • Roberto Calasso •
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