⋯ Cari compagni,
vi ho detto la volta scorsa che due grandi avvenimenti storici avevano fondato la potenza della borghesia: la rivoluzione religiosa del sedicesimo secolo, conosciuta col nome di Riforma, e la grande Rivoluzione politica del secolo scorso. Ho aggiunto che, quest’ultima, compiuta certamente tramite la potenza del braccio popolare, era stata iniziata e diretta esclusivamente dalla classe media. Devo dimostrare, adesso, che è stata la classe media che ne ha profittato esclusivamente.
Eppure il programma di questa Rivoluzione pareva, dapprima, immenso. Non si è infatti compiuta in nome della Libertà, dell’Uguaglianza e della Fraternità del genere umano, tre parole che sembrano abbracciare tutto quello che l’umanità può solamente volere e realizzare nel presente e nell’avvenire? Com’è avvenuto che una Rivoluzione che si annunciava così ampia sia miseramente sboccata nell’esclusiva, ristretta e privilegiata emancipazione di una sola classe, a danno di milioni di lavoratori che si vedono oggi schiacciati dalla sua prosperità insolente e iniqua?
Ah! Il fatto è che questa Rivoluzione non fu che una rivoluzione politica. Aveva audacemente rovesciato le barriere le tirannie politiche, ma aveva lasciato intatte – le aveva perfino dichiarate sacre e inviolabili – le basi economiche della società, che sono state l’eterna sorgente, il fondamento principale delle iniquità politiche e sociali, delle assurdità religiose passate e presenti. Aveva proclamato la libertà di ognuno e di tutti, o meglio aveva proclamato il diritto di essere libero per ognuno e per tutti, ma non aveva dato realmente i mezzi. per realizzare questa libertà e per goderne che ai proprietari, ai capitalisti, ai ricchi.

La povertà è la schiavitù!

Ecco le terribili parole che più volte ci ha ripetuto con la sua simpatica voce, che parte dall’esperienza e dal cuore, il nostro amico Cléments, in questi pochi giorni che ho la fortuna di passare fra voi, cari compagni e amici.
Sì, la povertà è la schiavitù, è la necessità di vendere il proprio lavoro, la propria persona al capitalista che dà i mezzi per non morire di fame. Occorre veramente lo spirito interessato alla menzogna dei signori borghesi per osare parlare della libertà politica delle masse operaie! Bella libertà quella che le assoggetta ai capricci del capitale e le incatena per fame alla volontà del capitalista.
Cari amici! non ho certo bisogno di provare – a voi che avete imparato a conoscere nella lunga e dura esperienza le miserie del lavoro – che fin quando il capitale resterà da una parte e il lavoro dall’altra, il lavoro sarà schiavo del capitale e i lavoratori sudditi dei signori borghesi i quali danno per derisione i diritti politici, le apparenze di libertà, per conservare la realtà esclusivamente per loro stessi.
Il diritto alla libertà, senza i mezzi per realizzarlo, non è che un fantasma. E noi amiamo troppo la libertà, non è vero?, per contentarci del suo fantasma. Noi ne vogliamo la realtà. Ma [cos’è] che costituisce il fondo reale e la condizione positiva della libertà? è lo sviluppo integrale e il pieno godimento di tutte le facoltà fisiche, intellettuali e morali di ognuno. è, di conseguenza, ogni mezzo materiale necessario alla esistenza umana di ognuno; è, inoltre, l’educazione e l’istruzione. Un uomo che muore di inazione, che è schiacciato dalla miseria, che muore ogni giorno di freddo e di fame, e che, vedendo soffrire tutti quelli che ama, non può venire in loro soccorso, non è un uomo libero, è uno schiavo. Un uomo condannato a restare tutta la vita un essere brutale per mancanza di educazione umana, un uomo privo d’istruzione, un ignorante, è necessariamente uno schiavo; e se esercita dei diritti politici, potete essere certi che, in un modo o nell’altro, li eserciterà sempre contro se stesso, a vantaggio dei suoi sfruttatori, dei suoi padroni.
La condizione negativa della libertà è questa: Nessun uomo deve obbedienza a un altro; è libero solo alla condizione che tutti i suoi atti siano determinati, non dalla volontà di altri uomini, ma dalla propria volontà e delle proprie convinzioni. Ma un uomo che la fame obbliga a vendere il suo lavoro, e, col lavoro, la sua persona, al prezzo più basso possibile al capitalista che si degna di sfruttarlo: un uomo che la propria brutalità e la propria ignoranza consegnano alla mercé dei suoi sapienti sfruttatori, sarà necessariamente e sempre schiavo.
E non è tutto. La libertà degli individui non è un fatto individuale, è un fatto, un prodotto collettivo. Nessun uomo potrebbe essere libero fuori e senza il concorso di tutta l’umana società.
Gli individualisti, o i falsi fratelli socialisti, che abbiamo combattuto in tutti i congressi di lavoratori, hanno preteso, con i moralisti e con gli economisti borghesi, che l’uomo poteva essere libero, che poteva essere uomo, fuori della società, dicendo che la società venne fondata da un libero contratto di uomini anteriormente liberi.
Questa teoria, proclamata da Jean-Jacques Rousseau, lo scrittore più malefico del secolo passato, il sofista che ha ispirato tutti i rivoluzionari borghesi, questa teoria denota una ignoranza completa sia della natura che della storia. Non è nel passato, nemmeno nel presente, che noi dobbiamo cercare la libertà delle masse, è nell’avvenire, in un prossimo avvenire: è questo domani che dobbiamo creare noi stessi, con la potenza del nostro pensiero, della nostra volontà, ma anche con quella delle nostre braccia. Dietro di noi, non c’è mai stato libero contratto, non c’è stato che brutalità, stupidità, iniquità e violenza – e ancora oggi, voi lo sapete fin troppo bene, questo sedicente libero contratto si chiama il patto della fame, la schiavitù della fame per le masse e lo sfruttamento della fame da parte delle minoranze che ci divorano e ci opprimono.
La teoria del libero contratto è altrettanto falsa dal punto di vista della natura. L’uomo non crea volontariamente la società: vi nasce involontariamente. è per eccellenza un animale sociale.
Non può divenire un uomo, ossia un animale che pensa, parla, ama e vuole, se non in società. Immaginatevi un uomo dotato dalla natura delle facoltà più geniali, gettato fin dalla giovane età fuori di ogni società umana, in un deserto. Se non perisce miseramente, il che è più probabile, non sarà altro che un bruto, una scimmia, privo della parola e del pensiero, – perché il pensiero è inseparabile dalla parola: nessuno può pensare senza parole. Anche quando, perfettamente isolati, vi trovate soli con voi stessi, per pensare dovete fare uso di parole; potete avere delle immagini rappresentative delle cose, ma appena volete pensare una cosa dovete servirvi di parole, perché soltanto le parole determinano il pensiero, e danno alle rappresentazioni fuggitive, agli istinti, il carattere del pensiero. Il pensiero non precede affatto la parola, né la parola il pensiero; queste due forme di uno stesso atto del cervello umano nascono insieme.
Dunque, nessun pensiero senza parola. Ma cos’è la parola? è la comunicazione, è la conversazione di un individuo umano con molti altri individui. L’uomo animale non si trasforma in essere umano, vale a dire pensante, che per mezzo di questa conversazione, che in questa conversazione. La sua individualità, in quanto umana, la sua libertà è dunque il prodotto della collettività.
L’uomo si emancipa dalla pressione tirannica, che la natura esterna esercita su ognuno, solo in virtù del lavoro collettivo; perché il lavoro individuale, impotente e sterile, non potrebbe mai vincere la natura. Il lavoro produttivo, quello che ha creato tutte le ricchezze e tutta la nostra civiltà, è stato sempre un lavoro sociale, collettivo; solamente, fino a oggi, è stato iniquamente sfruttato da individui a spese delle masse operaie.
Allo stesso modo, l’educazione e l’istruzione che sviluppano l’uomo, questa educazione e questa istruzione di cui i signori borghesi sono così fieri, e che distribuiscono tanto parsimoniosamente alle masse popolari, sono egualmente prodotti dell’intera società. Il lavoro e, dirò di più, il pensiero istintivo del popolo le creano, ma finora le hanno create solo a profitto degli individui borghesi.
È dunque ancora uno sfruttamento di un lavoro collettivo da parte di individui che non ne hanno alcun diritto.
Tutto ciò che è umano nell’uomo, e più di ogni altra cosa la libertà, è il prodotto di un lavoro sociale, collettivo. Essere libero nell’isolamento assoluto è una assurdità inventata dai teologi e dai metafisici, che hanno sostituito la società degli uomini con quella del loro fantasma, di Dio. Ognuno, dicono, si sente libero in presenza di Dio, vale a dire del vuoto assoluto, del nulla; è quindi la libertà del nulla, o meglio il nulla della libertà, la schiavitù. Dio, la finzione di Dio, è stata storicamente la causa morale, o piuttosto immorale, di tutti gli asservimenti.
Quanto a noi, che non vogliamo né fantasmi né il nulla, bensì la realtà umana vivente, riconosciamo che l’uomo non può sentirsi e sapersi libero – e, di conseguenza, non può realizzare la sua libertà – che in mezzo agli uomini. Per essere libero, io ho bisogno di vedermi circondato, e riconosciuto come tale, da uomini liberi. Non sono libero che quando la mia personalità, riflettendosi, come in tanti specchi, nella coscienza egualmente libera di tutti gli uomini che mi circondano, mi viene rafforzata dal riconoscimento di tutti. La libertà di tutti, lungi dall’essere un limite della mia, come lo pretendono gli individualisti, ne è al contrario la conferma, la realizzazione e l’estensione infinita. Volere la libertà e la dignità umana di tutti gli uomini, vedere e sentire la mia libertà confermata, sanzionata, infinitamente estesa dal consenso di tutti, ecco la felicità, il paradiso umano sulla Terra.
Ma questa libertà non è possibile che nell’eguaglianza. Se c’è un essere umano più libero di me, io divengo forzatamente il suo schiavo; se io lo sono più di lui, egli sarà il mio. Dunque, l’eguaglianza è una condizione assolutamente necessaria della libertà. I borghesi rivoluzionari del 1793 hanno compreso molto bene questa logica necessità. Così la parola Eguaglianza figura come il secondo termine nella loro formula rivoluzionaria: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Ma quale eguaglianza? L’eguaglianza davanti alla legge, l’eguaglianza dei diritti politici, l’eguaglianza dei cittadini nello Stato. Notate bene questo termine, l’eguaglianza dei cittadini, non quella degli uomini; perché lo Stato non riconosce affatto gli uomini, conosce solo i cittadini. Per esso, l’uomo non esiste se non in quanto esercita – o in quanto, per una pura finzione, è autorizzato a esercitare – i diritti politici.
L’uomo che è schiacciato dal lavoro forzato, dalla miseria, dalla fame, l’uomo che è socialmente oppresso, economicamente sfruttato, schiacciato, e che soffre, non esiste affatto per lo Stato, che ignora le sue sofferenze e la sua schiavitù economica e sociale, la sua reale servitù che si nasconde sotto le apparenze di una libertà politica menzognera. è dunque l’eguaglianza politica, non l’eguaglianza sociale.
Cari amici, voi tutti sapete per esperienza quanto questa pretesa eguaglianza politica non fondata sull’eguaglianza economica e sociale è ingannevole.
Dopo il 1830, il principio borghese ha avuto piena libertà di manifestarsi nella letteratura, nella politica e nella economia sociale. Lo si può riassumere in una sola parola: l’individualismo.
Per individualismo intendo quella tendenza che – considerando tutta la società, la massa degli individui, come degli indifferenti, dei rivali, dei concorrenti, in una parola, come dei nemici naturali, coi quali ognuno è obbligato di vivere, ma che ostruiscono la via a ognuno – spinge l’individuo a conquistare e a creare il proprio benessere, la propria prosperità, la propria felicità malgrado tutti, a detrimento e a spese di tutti gli altri. è una corsa al palio, un si-salvi-chi-può generale in cui ognuno cerca di arrivare primo. Guai ai deboli che si arrestano, sono superati. Guai a coloro che, esausti dalla fatica, cadono lungo la via, sono immediatamente schiacciati. La concorrenza non ha cuore, non conosce pietà. Guai ai vinti! In questa lotta, necessariamente, molti delitti devono essere commessi; d’altronde tutta questa lotta fratricida non è che un continuo delitto contro la solidarietà umana, che è la base unica di ogni morale. Lo Stato, che, si dice, è il rappresentante e il vendicatore della giustizia, non impedisce il perpetrarsi di questi delitti, al contrario li perpetua e li legalizza. Ciò che rappresenta, ciò che difende, non è la giustizia umana, è la giustizia giuridica, che altro non è che la consacrazione del trionfo dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri. Lo Stato non esige che una cosa: che tutti questi delitti siano compiuti legalmente. Io posso rovinarvi, schiacciarvi, uccidervi, ma devo farlo osservando le leggi. Altrimenti sono dichiarato criminale e trattato come tale. Questo è il significato di questo principio, di questa della parola, l’individualismo.
Vediamo ora come questo principio si è manifestato nella letteratura, in quella letteratura creata dai Victor Hugo, dai Dumas, dai Balzac, dai Jules Janin e da tanti altri autori di libri e di articoli di giornali borghesi che dal 1830 hanno inondato l’Europa, portando la depravazione e risvegliando l’egoismo nel cuore dei giovani dei due sessi, e sfortunatamente anche del popolo. Prendete un qualunque romanzo: accanto ai grandi e falsi sentimenti, alle belle frasi, cosa trovate? Sempre la stessa cosa. Un giovane è povero, misconosciuto, ignoto; è divorato da ogni sorta di ambizioni e di appetiti. Vorrebbe abitare un palazzo, mangiare tartufi, bere champagne, girare in carrozza e dormire con qualche bella marchesa. Vi perviene per mezzo di sforzi eroici e di avventure straordinarie, mentre tutti gli altri soccombono. Ecco l’eroe; questo è individualismo puro.
Vediamo la politica. Come vi si manifesta il principio? Le masse, si dice, hanno bisogno di essere guidate, governate; sono incapaci di fare a meno del governo, come pure sono incapaci di governarsi da loro stesse. Chi le governerà? Il privilegio di classe non esiste più. Tutti hanno il diritto di salire alle posizioni e alle funzioni sociali più alte. Ma per raggiungerle occorre essere intelligenti e abili, occorre essere forti e fortunati: occorre sapere e potere averla vinta su tutti i rivali. Ecco ancora una volta la corsa al palio: saranno gli individui abili e forti che governeranno, che toseranno le masse.
Consideriamo ora questo stesso principio nella questione economica che, in fondo, è la principale, si potrebbe dire l’unica questione. Gli economisti borghesi ci dicono di essere i partigiani di una libertà illimitata degli individui e che la concorrenza è la condizione di questa libertà. Ma vediamo: qual è questa libertà? In primo luogo una domanda: è il lavoro separato, isolato, che ha prodotto e continua a produrre tutte quelle meravigliose ricchezze di cui si gloria il nostro secolo? Sappiamo bene di no. Il lavoro isolato degli individui sarebbe appena capace di nutrire e vestire un piccolo popolo di selvaggi; una grande nazione non diventa ricca e non può sopravvivere che grazie al lavoro collettivo, solidalmente organizzato. Siccome il lavoro [per] la produzione delle ricchezze è collettivo, non sarebbe logico che anche il godimento di queste ricchezze lo debba essere? Ebbene, ecco ciò che non vuole, che respinge con astio l’economia borghese. Essa vuole il godimento isolato degli individui. Ma di quali individui? Forse di tutti? Oh, no, affatto! essa vuole il godimento dei forti, degli intelligenti, degli abili, dei fortunati. Ah, sì! dei fortunati soprattutto. Perché nella sua organizzazione sociale, conformemente alla legge di eredità che ne è il fondamento principale, nascono una minoranza di individui più o meno ricchi, fortunati, e milioni di esseri umani diseredati, sfortunati. Poi, la società borghese dice a tutti questi individui: Lottate, disputatevi il premio, il benessere, la ricchezza, la potenza politica. I vincitori saranno felici. Ma c’è almeno eguaglianza in questa lotta fratricida? No, affatto.
Gli uni, la minoranza, sono armati da capo a piedi, forti della loro istruzione e delle loro ricchezze ereditate, e i milioni di uomini del popolo si presentano nell’arena quasi nudi, con la loro ignoranza e la loro miseria egualmente ereditate. Qual è il risultato necessario di questa concorrenza cosiddetta libera? Il popolo soccombe, la borghesia trionfa, e il proletario incatenato è obbligato a lavorare come un forzato per il suo eterno vincitore, il borghese.
Il borghese è munito principalmente di un’arma contro la quale il proletariato resterà sempre senza possibilità di difesa, finché quest’arma, il capitale, – che è divenuto ormai, in tutte le nazioni civili, l’agente principale della produzione industriale, – finché questo produttore di lavoro sarà volto contro di lui. Il capitale, come è costituito e distribuito oggi, non schiaccia solamente il proletariato: esso colpisce, espropria e riduce [in miseria] una immensa quantità di borghesi. La causa di questo fenomeno, che la media e piccola borghesia non comprendono abbastanza, che ignorano, pertanto è molto semplice. Grazie alla concorrenza, grazie a questa lotta all’ultimo sangue che, per merito della libertà conquistata dal popolo a profitto dei borghesi, regna oggi nel commercio e nell’industria, tutti i fabbricanti sono forzati a vendere i loro prodotti, o piuttosto i prodotti dei lavoratori che impiegano e sfruttano, al più basso prezzo possibile. Voi lo sapete per esperienza, oggi i prodotti costosi si vedono sempre più esclusi dal mercato dai prodotti a buon mercato, anche se questi ultimi sono molto meno perfetti dei primi. Ecco dunque una prima conseguenza funesta di questa concorrenza, di questa lotta intestina nella produzione borghese. Essa tende necessariamente a sostituire i prodotti buoni con prodotti mediocri, i lavoratori abili coi lavoratori mediocri. Diminuisce nello stesso tempo la qualità dei prodotti e quella dei produttori.
In questa concorrenza, in questa lotta al prezzo più basso, i grandi capitali devono forzatamente schiacciare i piccoli capitali, i grandi borghesi devono rovinare i piccoli borghesi. Perché una grande fabbrica può naturalmente confezionare i suoi prodotti e venderli a miglior mercato di una fabbrica piccola o media. L’impianto di una gran- de azienda esige naturalmente un grande capitale, ma, proporzionalmente a ciò che può produrre, essa costa meno di un’azienda piccola o media (…)
È così che i grandi capitali uccidono i piccoli capitali, e, se i grandi capitali ne incontrano di maggiori, a loro volta sono schiacciati.
Questo è tanto vero che vi è oggi nei grandi capitali una tendenza marcata ad associarsi per costituire dei capitali mostruosamente formidabili. Lo sfruttamento del commercio e dell’industria da parte delle società anonime comincia a soppiantare nelle nazioni più industriali, in Inghilterra, nel Belgio e in Francia, lo sfruttamento dei grandi capitalisti isolati. E man mano che la civiltà e la ricchezza nazionale dei paesi più avanzati si accrescono, la ricchezza dei grandi capitalisti aumenta; ma il numero dei capitalisti diminuisce.
Una massa di borghesi medi si vede ricacciata nella piccola borghesia, e una massa ancora più grande di piccoli borghesi si vede inesorabilmente spinta nel proletariato, nella miseria.
è un fatto incontestabile, così ben constatato dalla statistica di tutte le nazioni, come dalla dimostrazione più esattamente matematica. Nell’organizzazione economica della società attuale, questo impoverimento graduale della grande massa della borghesia a profitto di un ristretto numero di mostruosi capitalisti è una legge inesorabile, contro la quale non vi è altro rimedio che la rivoluzione sociale. Se la piccola borghesia avesse abbastanza intelligenza e buon senso per comprenderlo, da molto tempo si sarebbe alleata al proletariato per compiere questa rivoluzione. Ma la piccola borghesia è generalmente molto stupida; la sua sciocca vanità e il suo egoismo le chiudono lo spirito. Non vede niente, non comprende niente, e schiacciata da un lato dalla grande borghesia, minacciata dall’altro da quel proletariato che essa disprezza tanto quanto lo detesta e lo teme, si lascia scioccamente trascinare nell’abisso.
Le conseguenze di questa concorrenza borghese sono disastrose per il proletariato. Forzati a vendere i loro prodotti – o meglio i prodotti degli operai che essi sfruttano – al prezzo più basso possibile, i fabbricanti devono necessariamente pagare i loro operai il meno possibile. Di conseguenza, non possono più pagare l’abilità e l’ingegno dei loro operai. Devono cercare il lavoro che si vende, che è forzato a vendersi, alla tariffa più bassa. Le donne e i ragazzi si accontentano di un salario minimo, essi fanno in modo di impiegare i ragazzi e le donne a preferenza degli uomini, e i lavoratori mediocri a preferenza di quelli abili, a meno che questi ultimi non s’accontentino del salario dei lavoratori scadenti, dei ragazzi e delle donne. è stato provato e riconosciuto da tutti gli economisti borghesi che la misura del salario dell’operaio è sempre determinata dal costo del suo mantenimento quotidiano; così, se un operaio potesse alloggiare, vestirsi, nutrirsi con un franco al giorno, il suo salario scenderebbe subito a un franco. E questo per una ragione molto semplice: che gli operai, spinti dalla fame, sono obbligati a farsi concorrenza fra di loro, e che il fabbricante, impaziente di arricchirsi al più presto con lo sfruttamento del loro lavoro, e obbligato d’altro canto, dalla concorrenza borghese, a vendere i suoi prodotti al prezzo più basso possibile, prenderà naturalmente gli operai che, per il minor salario, gli offriranno il maggior numero di ore di lavoro.
Questa non è soltanto una deduzione logica, è un fatto che giornalmente si verifica in Inghilterra, in Francia, nel Belgio, in Germania e nelle parti della Svizzera dove è stabilita la grande industria, l’industria esercitata nelle grandi fabbriche dai grandi capitali. Nella mia ultima conferenza, vi ho detto che voi eravate degli operai privilegiati. Sebbene voi siate ancora ben lontani dal percepire integralmente in salario tutto il valore della vostra produzione giornaliera, sebbene voi siate incontestabilmente sfruttati dai vostri padroni, [tuttavia] comparativamente agli operai dei grandi stabilimenti industriali, voi siete abbastanza ben pagati, avete del tempo libero, siete liberi, siete fortunati. E io mi affretto a riconoscere che vi è tanto più merito in voi di essere entrati nell’Internazionale e di essere diventati dei membri devoti e zelanti di questa immensa associazione del lavoro che deve emancipare i lavoratori del mondo intero. è nobile e generoso da parte vostra. Voi dimostrate con questo che non pensate solamente a voi stessi, ma anche a quei milioni di fratelli che sono molto più oppressi e molto più sfortunati di voi. Sono felice di potervi testimoniare questo merito. Ma nello stesso tempo che voi fate atto di generosa e fraterna solidarietà, lasciatemi dire che voi fate anche atto di previdenza e di prudenza; voi non lo fate solamente per i vostri fratelli sfortunati delle altre industrie e delle altre nazioni, voi lo fate anche, se non proprio per voi stessi, almeno per i vostri figli. Voi siete, non in assoluto, ma relativamente ben retribuiti, liberi, soddisfatti. Perché lo siete? Per la semplice ragione che il grande capitale non ha ancora invaso la vostra industria. Ma voi di certo non credete che sarà sempre così. Il grande [capitale], per una legge che gli è inerente, è fatalmente spinto a invadere tutto.
Ha cominciato naturalmente a sfruttare i rami del commercio e dell’industria che gli promettevano i maggiori vantaggi, quelli il cui sfruttamento era più facile, e finirà necessariamente, dopo di averli sufficientemente sfruttati, e per la concorrenza che fa [a se stesso] in tale sfruttamento, per ripiegare su quei rami che finora non ha ancora toccato. Non si fanno forse già ora abiti, scarpe, pizzi a macchina? Credetelo, presto o tardi, e più presto che tardi, si faranno anche gli orologi a macchina. Le molle, gli scappamenti, le scatole, la calotta, la lucidatura, la decorazione, l’incisione si faranno a macchina. I prodotti non saranno così perfetti come quelli che escono dalle vostre abili mani, ma costeranno molto meno, e si venderanno molto meglio dei vostri prodotti più perfetti, i quali finiranno per essere esclusi dal mercato. E allora, voi o almeno i vostri figli si troveranno altrettanto schiavi, altrettanto miserabili quanto lo sono oggi gli operai dei grandi stabilimenti industriali. Vedete dunque che lavorando per i vostri fratelli, gli sfortunati operai delle altre industrie e delle altre nazioni, voi lavorate anche per voi stessi, o almeno per i vostri figli.
Voi lavorate per l’umanità. La classe operaia è divenuta oggi l’unico rappresentante della grande, della santa causa dell’umanità.
L’avvenire appartiene oggi ai lavoratori; ai lavoratori dei campi, ai lavoratori delle fabbriche e delle città. Tutte le classi che sono al disopra, gli eterni sfruttatori del lavoro delle masse popolari: la nobiltà, il clero, la borghesia e tutta quella miriade di funzionari militari e civili che rappresentano l’iniquità e la potenza malefica dello Stato, sono delle classi corrotte, impotenti, incapaci ormai di comprendere e di volere il bene, e potenti solo per il male.


Crediti
 • Michail Bakunin •
 • Traduzione dal francese a cura di Edy Zarro •
  • Conferenze fatte da Michail Bakunin agli operai della valle di St-Imier •
 • egon pin •  •  •  •
Similari
Il caso Nietzsche
917% ArticoliFilosofiaGianni Vattimo
Nietzsche, accompagnato dalla sua cattiva reputazione di pensatore dei nazisti, fu poi riconsiderato, agli inizi degli anni ’60 del ventesimo secolo, da quel movimento che prese il nome: Nietzsche-Renaissance o il rinascimento nietzscheano, e soprattutto ⋯
Dall’autorganizzazione alla comunizzazione
846% ArticoliPolitica
Designare la rivoluzione come comunizzazione è dire questa cosa abbastanza banale, che l’abolizione del capitale è l’abolizione di tutte le classi, compreso il proletariato, e non la sua liberazione, il suo ergersi a classe dominante che organizza la soci⋯
Sapere di non essere
299% IneditiSergio Parilli
Ho rivisto finalmente a Julián. Veniva da altri mondi non sconosciuti per lui, visto che è riuscito a tornare senza bussola. Non era tenuto a tornare, anche perché se stava bene dove era arrivato poteva restarci in eterno, visto che era previsto un viaggi⋯
La violenza nella storia
296% FilosofiaGérard Wormser
Queste genti si percoteano a vicenda non solo con le mani, ma con la testa, col petto, e coi piedi, troncandosi reciprocamente coi denti le membra a brano a brano. • Dante Alighieri • La violenza si presenta come una relazione e non come un oggetto, una c⋯
La scrittura delle donne
277% ArticoliCixous HélèneSocietà
Héléne Cixous rilegge il saggio di Freud sulla Testa di Medusa per rivendicare il potere dell’écriture feminine, della scrittura femminile. Da terrificante e mostruosa, Medusa si trasforma in una figura sorridente e sovversiva in grado di destabilizzare l⋯