È necessario quindi spingersi oltre la superficie del fenomeno morale per interrogarci sul fondamento di ciò che chiamiamo bene. Per secoli, la teologia e la filosofia hanno dibattuto se un’azione sia buona perché Dio la comanda (e allora il bene dipende da un volere esterno, potenzialmente arbitrario), oppure se Dio stesso, in quanto bene supremo, comandi ciò che è intrinsecamente buono. Questa seconda prospettiva, che qui si intende seguire e approfondire, postula l’esistenza di una struttura razionale e ordinata del reale, un logos che precede e fonda ogni volontà, divina e umana. È a questa logica oggettiva che dobbiamo guardare se vogliamo comprendere la natura autentica dell’amore e della morale. Non si tratta di eseguire ordini, ma di conformarsi all’ordine profondo dell’essere, un ordine che non è imposizione ma armonia, non è costrizione ma relazione. È in questo contesto che la nozione di ordine cessa di essere un concetto freddo e geometrico per rivelarsi come la condizione stessa della vita e della sua fioritura.
Il concetto decisivo è quello di ordine. L’amore che è l’essenza di ciò che la croce esprime, non solo non è contrario al concetto di ordine, ma si può dire che ne sia il compimento. Il Figlio muore in obbedienza al Padre, accetta la croce in fedeltà al volere del Padre. Ma chi è il Padre? Il Padre è il Creatore, colui che pone l’ordine del mondo in base al quale le cose poi si fanno da sé, colui che pone quale legge suprema del cosmo la simmetria della relazione ordinata, la stessa simmetria che regola le sue relazioni col Figlio e lo Spirito. Il volere del Padre è sempre e solo il medesimo, è il bene in quanto relazione ordinata. Il bene non si spiega anzitutto in base alla volontà, ma è tale solo in quanto, primariamente, è adeguazione della volontà alla struttura oggettiva dell’essere. Il bene non viene creato dal nulla da chi lo pone; ma, trovandosi già inscritto nella logica dell’essere, consiste nell’adeguazione del soggetto alla logica oggettiva dell’essere.
Si compie un atto di bene nella misura in cui si serve la logica oggettiva dell’essere. Il bene per una pianta è la luce e l’acqua, e se io voglio farle del bene devo esporla alla luce e versarle dell’acqua esattamente nella misura da essa richiesta, né di più né di meno. Non devo inventare nulla, devo capire e obbedire. Lo stesso vale con gli animali. Lo stesso vale con gli esseri umani con cui vengo a contatto. Lo stesso vale con la mia famiglia. Lo stesso vale con Dio. C’è una logica delle cose che a me compete solo capire e servire. Attenzione e umiltà: due concetti dal valore spirituale immenso. Questa logica, questo ordine, non è un meccanismo impersonale e impassibile, ma è la trama stessa della relazione, il respiro dell’amore che tiene in vita il creato. Ignorarla, o peggio, violentarla con atti che nascono solo dal nostro arbitrio e dai nostri desideri disordinati, significa introdurre nel mondo una forza di distruzione. Significa agire contro la vita, contro la sua crescita armoniosa. Per questo, il peccato originale non è tanto la trasgressione di un comando, quanto la rottura di questa relazione fondamentale, la pretesa di stabilire noi la misura del bene e del male, prescindendo dall’ordine che ci costituisce.
L’amore è autentico solo se serve l’essere, altrimenti è un’illusione soggettiva, un capriccio, una forma di egoismo. L’amore non è innanzitutto un sentimento, un’emozione piacevole che proviamo verso qualcuno. Il sentimento può accompagnarlo, ma non lo costituisce. L’amore è la decisione profonda di volere il bene dell’altro, e volere il bene dell’altro significa volere che egli sia pienamente se stesso, che realizzi la propria forma, che fiorisca secondo la propria natura. Per questo, amare richiede conoscenza: devo conoscere l’altro, devo conoscere la sua storia, i suoi bisogni, le sue potenzialità, per poterlo aiutare a diventare ciò che è chiamato a essere. Un amore che non conosce è cieco e rischia di trasformarsi nel suo contrario, in un possesso che soffoca, in una proiezione dei propri desideri che non lascia spazio all’altro. Solo nell’umile ascolto dell’essere, solo nell’attenzione alla sua voce silenziosa, possiamo imparare l’arte difficile e meravigliosa di amare veramente, diventando collaboratori di quell’ordine d’amore che tiene insieme il cielo e la terra.
Logos: La struttura razionale e ordinata del reale che precede ogni atto di volontà. Nel testo, è il fondamento oggettivo a cui la morale deve conformarsi.
Adeguazione (Adaequatio): L’atto con cui il soggetto allinea la propria volontà alla logica delle cose. Non è un’invenzione soggettiva, ma un capire e obbedire alla realtà.
Relazione Ordinata: La legge suprema del cosmo, modellata sulla simmetria trinitaria, che vede il bene non come possesso, ma come armonia tra le parti di un tutto.
Attenzione (Attention): Virtù spirituale che consiste nello svuotarsi di sé per accogliere l’essere dell’altro nella sua verità, senza imporre i propri desideri o pregiudizi.
Peccato Originale (Rilettura): Non la semplice rottura di un divieto, ma la pretesa egoistica di stabilire autonomamente la misura del bene, spezzando il legame con l’ordine oggettivo del mondo.
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Pubblicato in Italia per la prima volta nel marzo 2007
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In contrasto dialettico con il brano, Schopenhauer vede l’amore come un inganno della volontà di vivere. Leggerlo aiuta a comprendere la forza della tesi opposta presentata nel testo: l’amore non come cieco impulso biologico, ma come riconoscimento razionale e spirituale di un ordine oggettivo preesistente.

























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