Walter Scott – La novella di Willie il vagabondo
In questo racconto storico di Walter Scott sulla Scozia del Seicento, l’aldilà somiglia tal quale alla vita che le anime dannate facevano in vita: è un inferno feudale in cui si mangia e si beve e si balla. Ma il vivente che per un’intercessione autorevole (il diavolo sotto forma di gentiluomo a cavallo) vi potesse mettere piede, deve guardarsi dagli inviti che gli vengon fatti. Guai se accostasse alle labbra la zampogna scozzese che gli viene chiesto di suonare: è rovente del fuoco infernale! E se accettasse di portare alle labbra cibo o bevanda, non potrebbe tornare più indietro. L’interdizione di mangiare il cibo del paese dei morti è una vecchia credenza di cui troviamo tracce in Omero (Ulisse e i Lotofagi) come nelle religioni orientali.
Le leggende e tradizioni locali sono una delle inesauribili fonti del fantastico letterario. Qui il soprannaturale delle leggende religiose si mescola con l’arte del romanzo storico di cui Walter Scott (1771-1832) può ben dirsi l’iniziatore; e vi si aggiunge una spigliatezza da novella raccontata a viva voce e un preannuncio di storia poliziesca. Altro elemento inatteso: vi ha un ruolo importante una scimmia, apparizione che fin dal Rinascimento del Bandello serve gli effetti del fantastico.
Avrete forse sentito parlare di Sir Robert Redgauntlet, di quella razza che viveva da queste parti prima dei nostri tempi. Il paese se lo ricorderà a lungo; e i nostri padri trattenevano il respiro quando capitava loro di sentirlo nominare. Andava in giro con gli uomini delle Highland ai tempi di Montrose James Montrose (1612-1650) era un generale scozzese schieratosi dalla parte degli Stuart durante la guerra civile e ancora nell’epoca del Commonwealth con un fallito tentativo di suscitare in Scozia una rivolta, che pagò con la vita (N.d.T.).; era sulle colline con Glencairn Famiglia di conti scozzesi: il personaggio cui si allude è William, che nel 1653 promosse in Scozia una rivolta finita male per ristabilire con qualche anno d’anticipo la monarchia degli Stuart (N.d.T.). nel milleseicento e cinquantadue; e quando arrivò re Carlo secondo, chi è che godeva del suo favore come laird 6 Laird (una variante di lord) è la denominazione dei proprietari terrieri scozzesi (N.d.T.). di Redgauntlet? Lo fecero cavaliere alla corte di Londra, con la spada personale del re; ed essendo un prelatista Prelatisti (prelatists) venivano chiamati i fautori della Chiesa Alta (N.d.T.). fanatico, arrivò qui smaniando come un leone, con un incarico di luogotenente (e di fanatico, per quel che mi par di poter dire) per soggiogare gli Whig e i Covenanter Covenanters erano gli aderenti al National Covenant scozzese del 1638, che difendeva i principi del presbiterianesimo contro i tentativi della corona di imporre un episcopato, e per questo furono poi oggetto di sanguinose persecuzioni (N.d.T.). della zona. Feroce fu il loro operare; perché gli Whig erano ostinati quanto i Cavalieri Cavalieri (Cavaliers) erano chiamati durante la guerra civile inglese i partigiani del re, contrapposti alle Teste Tonde (Roundheads) di Cromwell (N.d.T.). erano focosi, e facevano a gara a chi avrebbe stancato per primo l’altro. Redgauntlet era decisamente per le maniere forti; e il suo nome è famoso nella regione come quelli di Claverhouse o di Tom Dalyell. Non c’era né valle né valletta né montagna né grotta che valesse a nascondere la povera gente delle colline, quando Redgauntlet correva loro dietro con trombe e bracchi come se fossero stati dei cervi. E quando li scovava faceva ancor meno cerimonie di quelle che fa uno delle Highland con un daino – diceva solo: «Sei pronto a giurar fedeltà?» – e se quello rispondeva di no: «Caricate, puntate, fuoco!» – e per il dissenziente era la fine.
Ovunque Sir Robert era temuto e odiato. La gente pensava che avesse fatto un patto con Satana – che fosse invulnerabile e che le pallottole schizzassero dalla sua giubba scamosciata come chicchi di grandine da un caminetto – che aveva un cavallo capace di rimanere impassibile sul bordo di Carrifra-gawns Parete a precipizio di un monte nel Moffatdale (N.d.A.). – e altre cose dello stesso genere di cui dirò tra poco. L’augurio più gentile che gli rivolgevano era Che il diavolo si pigli Redgauntlet!. Ma per la sua gente, non era un cattivo padrone, e i fittavoli gli volevano abbastanza bene; e per quanto riguarda i servi e i soldati che partecipavano con lui alle persecuzioni, come gli Whig chiamarono quel tempo di massacri, erano pronti a sbronzarsi come spugne alla sua salute in qualunque momento.
Ora dovete sapere che mio nonno viveva nelle terre di Redgauntlet – in un posto che chiamavano Primrose Knowe. Avevamo vissuto in quelle terre e sotto i Redgauntlet dai tempi delle scorrerie e anche prima. Era un bel posto; e credo che qui l’aria sia più fresca e tonificante che in qualunque altro luogo della regione. Adesso è abbandonato; e tre giorni fa mi sono seduto sulla soglia della porta sfondata, e meno male che non potei vedere in quali condizioni era ridotta la casa; ma questo non c’entra. Ci abitava mio nonno, Steenie Steenson, che da giovane era stato un tipo errabondo e chiacchierone e che suonava benissimo la cornamusa; era famoso in Hoopers and Girders – neanche uno del Cumberland poteva reggere al confronto con il suo Jockie Lattin – e per il back-lilt aveva il dito migliore che ci fosse tra Berwick e Carlisle. Quelli come Steenie non erano della pasta con cui si facevano gli Whig. Divenne quindi un Tory, come li chiamavano allora – mentre noi ora li chiamiamo Giacobiti – perché in un certo senso uno era obbligato a schierarsi da una parte o dall’altra. Non aveva niente contro gli Whig e gli garbava poco veder scorrere il sangue ma, costretto a seguire Sir Robert nella caccia e nelle guerre, guardando e osservando, vide molte malefatte, e forse ne commise anche qualcuna quando non poteva evitarlo.
Ora, Steene era una specie di beniamino del suo padrone, e qualcosa di simile per la gente del castello, e spesso lo mandavano a chiamare perché suonasse la cornamusa quando avevano voglia di far festa. Il vecchio Dougal MacCallum, l’intendente, che aveva seguito Sir Robert nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, nelle pozze e nei ruscelli, aveva una particolare passione per le cornamuse e metteva sempre una buona parola per mio nonno con il padrone; perché Dougal se lo rigirava come voleva.
Poi scoppiò la rivoluzione, e mancò poco che spezzasse il cuore a Dougal e al suo padrone. Ma il cambiamento non fu grande come loro temevano e altri speravano. Gli Whig si riunirono per decidere cosa fare dei loro vecchi nemici, e in particolare di Sir Robert Redgauntlet. Ma erano troppi i grandi personaggi implicati in queste faccende perché fosse veramente possibile creare un mondo nuovo di zecca. Così il Parlamento lasciò perdere; e Sir Robert, pur dovendosi accontentare di dar la caccia alle volpi anziché ai Covenanter, rimase lo stesso uomo di prima. 11 La prudenza e la moderazione di re Guglielmo III, unite ai suoi principi di tolleranza illimitata, privarono i Covenanters dell’occasione ardentemente desiderata di ricambiare le offese ricevute nel regno dell’episcopato e di purificare il paese, come dicevano loro, dalla contaminazione del sangue. Consideravano quindi la rivoluzione solo una mezza misura, in quanto non implicava né il ristabilimento della Chiesa in tutto il suo splendore, né la vendetta per la morte dei santi sui loro persecutori (N.d.A.). Le sue baldorie erano altrettanto rumorose e il suo salone egualmente illuminato, anche se forse sentiva la mancanza dei tributi dei nonconformisti che venivano a riempirgli la dispensa e la cantina; fatto sta che cominciò a badare agli affitti assai più di quanto avesse mai fatto prima, e i fittavoli dovevano essere pronti a pagare il giorno della scadenza, altrimenti il laird non sarebbe stato contento. Ed era un uomo così terribile che nessuno voleva farlo arrabbiare; perché le imprecazioni che pronunciava, la collera in cui montava e l’aspetto che veniva ad assumere erano tali che a volte la gente lo considerava un diavolo incarnato.
Be’, mio nonno non era uno che sapesse amministrarsi – non che fosse un grande spendaccione, ma non aveva il dono del risparmio, e si trovò in arretrato di due trimestri. Ebbe i primi problemi a Pentecoste, e se la cavò con qualche bel discorso e suonando la cornamusa; ma quando venne il giorno di San Martino, l’amministratore gli mandò a dire di presentarsi con l’affitto il giorno fissato, altrimenti lo avrebbero invitato a sloggiare. Fu una gran fatica trovare il denaro; ma Steenie aveva ottimi amici, e alla fine riuscì a raccogliere la somma – un migliaio di marchi – grazie soprattutto a un vicino che chiamavano Laurie Lapraik – un tipo astuto. Laurie era uno che sapeva come muoversi – pronto a cacciare con i segugi o a correre con le lepri – e ad essere Whig o Tory, santo o peccatore, a seconda di come soffiava il vento. Era un esperto di questo mondo post-rivoluzionario, ma gli piaceva ogni tanto farsi una cantatina e soffiare un poco nella cornamusa; e soprattutto pensava di avere sufficienti garanzie per il denaro che aveva prestato a mio nonno nel bestiame di Primrose Knowe.
Mio nonno dunque corse al castello di Redgauntlet con la borsa pesante e il cuore leggero, felice d’essere ormai fuori pericolo. Ma la prima cosa che venne a sapere appena arrivato al castello fu che Sir Robert aveva avuto un attacco di gotta; e di fatto si fece vivo solo a mezzogiorno. Non era tanto per i soldi, secondo Dougal, ma perché non gli piaceva dover allontanare mio nonno dalle sue terre: comunque fu contento di vedere Steenie, e lo condusse nella grande sala di quercia, dove sedeva il laird, solo e simpaticamente disposto, non fosse stato per il fatto che aveva accanto un grosso e brutto scimmione, che era il suo animale preferito; una carogna di bestia, famosa per i suoi scherzi di cattivo genere – difficile da accontentare e facile ad arrabbiarsi – che girava per il castello squittendo e strillando, e pizzicando e morsicando la gente, specie quando s’annunciava maltempo o disordini nello stato. Sir Robert lo aveva chiamato maggiore Weir dopo la morte dello stregone sul rogo Famoso mago, giustiziato a Edimburgo per stregoneria e altri crimini (N.d.A.).; e pochi avevano simpatia per il nome o per l’aspetto della creatura – pensavano tutti che avesse qualcosa di anormale – e mio nonno non era per niente tranquillo quando si chiuse la porta alle sue spalle e si trovò nella stanza con la sola compagnia del laird, di Dougal MacCallum e del maggiore, cosa che prima non gli era mai capitata.
Sir Robert era seduto, o meglio sdraiato, su una grande poltrona, con la sua vestaglia di velluto e i piedi su uno sgabello; aveva infatti sia la gotta sia i calcoli; e la sua faccia era orrenda e tremenda come quella di Satana. Di fronte a lui sedeva il maggiore Weir con una giubba rossa di trine e la parrucca del laird sulla testa; e ogni volta che Sir Robert gemeva per il male, gemeva anche la scimmia, e pareva una testa di pecora infilata in un forcone – proprio una coppia antipatica e terrificante. La giubba di camoscio del laird era appesa a un chiodo alle sue spalle, e lo spadone e le pistole erano a portata di mano; perché era fedele alla vecchia usanza di tener sempre le armi a disposizione e un cavallo sellato giorno e notte, proprio come quando era in grado di saltare in sella e di correr dietro alla gente delle colline su cui aveva avuto informazioni. Alcuni dicevano che temeva la vendetta degli Whig, ma secondo me era soltanto una vecchia abitudine – non era certo uomo da aver paura di qualcosa. Accanto a lui c’era il registro degli affitti con la sua copertina nera e le sue borchie d’ottone; e tra un foglio e l’altro c’era un libro di canzoni oscene per segnare la pagina in cui si affermava che il Goodman di Primrose Knowe era rimasto in arretrato nei pagamenti e nelle corvée. Sir Robert rivolse a mio nonno un’occhiata tale da incenerirgli il cuore in petto. Dovete sapere che quando aggrottava la fronte vi si riconosceva ben visibile l’impronta di un ferro di cavallo, profondamente incavata come se vi fosse stata impressa.
«Sei venuto a mani vuote, figlio di un cane?» disse Sir Robert. «Perdinci, se sei venuto qui… Mio nonno, con l’espressione più sorridente di cui fosse capace, fece un passo avanti e posò il sacchetto dei soldi sulla tavola con il gran gesto di chi sta compiendo una bella impresa. Il laird s’affrettò a tirarlo verso di sé. «C’è tutto, Steenie?»
«Sua eccellenza può vedere coi suoi occhi» disse mio nonno.
«Ehi, Dougal» disse il laird «porta Steenie da basso e offrigli una tazza di brandy, mentre io conto i soldi e scrivo la ricevuta.»
Ma non erano ancora usciti del tutto dalla stanza, quando Sir Robert lanciò un urlo che fece tremare il castello. Dougal tornò indietro di corsa – e arrivarono volando servi in livrea, mentre il laird continuava a lanciare urli, uno più terribile dell’altro. Mio nonno non sapeva se restare o scappare, ma s’azzardò a tornare nella sala, dove regnava la più gran confusione – e non c’era nessuno che dicesse entra o vattene. Terribili erano le grida del laird che voleva acqua fredda sui piedi e vino per rinfrescarsi la gola; e inferno, inferno, inferno con tutte le sue fiamme erano le parole che gli uscivano di bocca. Gli portarono l’acqua, e quando gli immersero il piede gonfio nel catino, gridò che bruciava; e si dice che davvero gorgogliava e faceva fumo come una caldaia bollente. Scaraventò la coppa contro la testa di Dougal, dicendogli che gli aveva dato del sangue invece del Borgogna; e di fatto l’indomani la donna delle pulizie trovò sul tappeto macchie di sangue rappreso. La scimmia che chiamavano maggiore Weir farfugliava e strillava come se volesse prendere in giro il suo padrone – e a mio nonno cominciò a girare la testa – si scordò sia del denaro sia della ricevuta e si precipitò da basso. Mentre lui correva le urla diventavano sempre più deboli; dopo di che ci fu un profondo, raccapricciante gemito, e nel castello si sparse la notizia che il laird era morto.
Mio nonno comunque corse via senza perder tempo, sperando solo che Dougal avesse visto il sacchetto dei soldi e udito il laird impegnarsi a scrivere la ricevuta. Il giovane laird, divenuto ora Sir John, arrivò da Edimburgo per prendere in mano le cose. Sir John e suo padre non erano mai andati molto d’accordo. Sir John aveva studiato per diventare avvocato e aveva poi fatto parte dell’ultimo Parlamento scozzese, dove aveva votato a favore dell’unione con l’Inghilterra, ottenendone, si diceva, una lauta ricompensa – e se suo padre fosse potuto uscire dalla tomba gli avrebbe spaccato la testa sulla piastra del suo stesso focolare. Secondo alcuni era più facile trattare con il vecchio e collerico cavaliere che con il suo giovane e cortese successore – ma su questo tornerò tra poco.
Dougal MacCallum, poverino, non pianse e non si disperò, ma continuò a girare per casa con l’aria di un cadavere, dirigendo però, come era suo dovere, i preparativi del grande funerale. Ma Dougal pareva stare sempre peggio man mano che s’avvicinava la notte, ed era sempre l’ultimo ad andare a letto, e ora si trovava in una stanza rotonda esattamente di fronte alla camera col baldacchino, dove dormiva il suo padrone quando era vivo e dove era adesso esposto, come suol dirsi, da più di un giorno. La notte precedente il funerale Dougal non riuscì più a controllarsi; rinunciò alla solita fierezza e chiese cortesemente al vecchio Hutcheon di tenergli compagnia per un’ora nella sua stanza. Appena entrato, Dougal si riempì una tazza di brandy e ne diede un’altra a Hutcheon e brindò alla sua salute augurandogli lunga vita e disse che personalmente non sarebbe rimasto a lungo in questo mondo; perché ogni notte, da quando era morto Sir Robert, il suo corno d’argento aveva continuato a suonare dalla camera ardente, come accadeva spesso quando lui era in vita e chiamava Dougal perché lo aiutasse a voltarsi. Dougal disse che trovandosi solo con il morto a quel piano della torre (perché nessuno era disposto a vegliare Sir Robert Redgauntlet come un qualsiasi altro cadavere), non aveva mai osato rispondere a quella chiamata, ma che ora gli rimordeva la coscienza avendo egli trascurato di fare il suo dovere; perché, «anche se la morte interrompe il servizio» disse MacCallum «non interromperà mai il mio servizio a Sir Robert; risponderò quindi alla sua prossima chiamata, ed è per questo che ti prego di starmi vicino, Hutcheon».
Hutcheon non aveva nessuna voglia di vegliare, ma era stato accanto a Dougal in zuffe e battaglie, e non poteva certo abbandonarlo in questo frangente, così si sedettero davanti a una caraffa di brandy, e Hutcheon, che era una specie d’intellettuale, avrebbe volentieri letto un capitolo della Bibbia; ma Dougal non voleva ascoltare niente se non un brano di Davie Lindsay che parlava di preparativi di guerra.
Quando scoccò la mezzanotte e la casa era silenziosa come una tomba, il corno d’argento emise un suono secco e acuto come se vi avesse soffiato dentro Sir Robert, e i due vecchi servitori si alzarono ed entrarono barcollando nella camera dove giaceva il cadavere. A Hutcheon bastò un’occhiata per capire; perché c’erano torce nella stanza e gli mostrarono il diavolo, nella sua forma, seduto sulla bara del laird. Perse allora il controllo di sé come se fosse morto. Non avrebbe mai saputo dire quanto tempo fosse rimasto in trance sulla porta, ma quando si riprese, chiamò ad alta voce il suo amico, e non ottenendo risposta svegliò tutta la casa, e Dougal fu trovato morto a due passi dal letto su cui avevano sistemato la bara del suo padrone. In quanto al corno, lo si sentì ancora molte volte in cima alla casa sulla bertesca e tra i vecchi camini e le torrette dove i gufi fanno i loro nidi. Sir John mise la cosa a tacere e il funerale si svolse senza altre apparizioni diaboliche.
Ma una volta sbrigate queste cose, il laird cominciò a occuparsi dei suoi affari e convocò tutti i fittavoli per i loro arretrati, e mio nonno per l’intera somma segnata a suo carico sul registro degli affitti. Lui naturalmente corre subito al castello per raccontare la sua storia, e qui lo portano da Sir John, seduto sulla poltrona di suo padre, in lutto strettissimo, con nastri neri e cravatta sciolta, e con accanto un piccolo bastone da passeggio al posto del vecchio spadone d’acciaio che pesava almeno un quintale tra lama, coccia e elsa. Il loro dialogo l’ho sentito raccontare tante volte che mi sembra quasi di essere stato presente, anche se allora non ero neanche nato, (In effetti Alan, il mio compagno, imitò, con molto spirito, il tono adulatorio e conciliante del fittavolo e l’ipocrita malinconia della risposta del laird. Suo nonno, disse, mentre parlava, teneva gli occhi fissi sul registro degli affitti, come se fosse stato un mastino capace di saltargli addosso e di morderlo.) «Le auguro felicità, signore, e pane bianco e grande fortuna. Suo padre era un uomo gentile con gli amici e i servitori; molte grazie a lei, Sir John, di essersi messo nelle sue scarpe – o meglio dovrei dire nei suoi stivali, perché era raro che portasse scarpe, a parte le pantofole quando aveva la gotta.»
«Sì, Steenie» disse il laira, con un profondo sospiro e accostandosi un fazzoletto agli occhi «la sua è stata una morte improvvisa e nella regione si sentirà la sua mancanza; non ha avuto il tempo di mettere ordine nella sua casa – era certo preparato all’incontro con Dio, che è poi la cosa più importante – ma ci ha lasciato un’aggrovigliata matassa da dipanare, Steenie… Uhm! Passiamo agli affari, Steenie. C’è tanto da fare e così poco tempo per farlo.»
Aprì allora il fatale volume. Ho sentito parlare di una cosa che chiamano il Libro del catasto – e mi par di capire che dev’essere una specie di elenco degli affitti arretrati dei fittavoli.
«Stephen» disse Sir John, nello stesso tono sommesso e mellifluo «Stephen Stevenson o Steenson, tu sei segnato qui con un anno d’affitto in arretrato – che scadeva lo scorso trimestre.»
Stephen: «Mi scusi, eccellenza, Sir John, l’ho pagato a suo padre».
Sir John: «Allora ti avrà sicuramente dato una ricevuta, Stephen; puoi mostrarmela?».
Stephen: «A dire il vero non c’è stato il tempo, eccellenza; perché appena posai il denaro e proprio quando sua eccellenza, voglio dire Sir Robert, lo avvicinò a sé per contarlo e scrivere la ricevuta, cominciarono i dolori che lo avrebbero portato alla tomba».
«Una vera sfortuna» disse Sir John, dopo una pausa. «Ma forse avrai pagato alla presenza di qualcuno. Ho bisogno di un testimone oculare, Stephen. Non voglio assolutamente far torto a un povero uomo.»
Stephen: «Ma, Sir John, non c’era nessuno nella camera, se non Dougal MacCallum, il maggiordomo. Che, come Sua eccellenza sa benissimo, ha seguito il suo padrone».
«Anche questa è una vera sfortuna, Stephen» disse Sir John senza alterare minimamente la voce. «L’uomo al quale hai dato i soldi è morto – ed è morto anche l’uomo che ha assistito al pagamento – e il denaro, che avrebbe dovuto rimanere sul tavolo, è sparito senza che nessuno lo abbia visto o ne abbia sentito parlare. Come posso credere a tutto questo?»
Stephen: «Non lo so, eccellenza; ma io ho qui un biglietto con l’elenco delle monete; perché, Dio mi aiuti, avevo dovuto farmele prestare da venti borse; e sono sicuro che tutti quelli che li hanno sborsati sono pronti a giurare per quale scopo me li sono fatti prestare».
Sir John: «Io non dubito che ti sia fatto prestare dei soldi, Steenie. È del pagamento fatto a mio padre che mi occorre qualche prova».
Stephen: «Il denaro deve essere in questa casa, Sir John. E poiché l’eccellenza vostra non lo ha mai avuto e l’eccellenza che non c’è più non può esserselo portato dietro, potrebbe averlo visto qualcun altro della famiglia».
Sir John: «Interrogheremo i servi, Stephen; è una proposta ragionevole».
Ma lacchè e cameriera, paggio e palafreniere negarono tutti recisamente di aver visto un sacchetto di monete come quello descritto da mio nonno. Non solo, ma sfortunatamente lui non aveva accennato a nessuno della sua intenzione di pagare l’affitto. Una donna lo aveva visto con qualcosa sotto il braccio, ma aveva pensato che fosse la sua cornamusa.
Sir John Redgauntlet ordinò ai servi di lasciare la stanza e disse poi a mio nonno: «Come vedi, Steenie, sei stato trattato in modo corretto; e siccome sono praticamente sicuro che tu saresti in grado di trovare quel denaro meglio di chiunque altro, ti prego, in tutta onestà e per il tuo bene, di smetterla con questi discorsi; il fatto è, Stephen, che o paghi o te ne vai».
«Che Dio perdoni la sua opinione» disse Stephen, ormai al limite delle proprie risorse. «Io sono un uomo onesto.» «Anch’io, Stephen» disse sua eccellenza «e anche la gente di questa casa, spero. Ma se tra noi c’è un furfante, è sicuramente quello che racconta una storia che non può provare.» Fece una pausa, poi aggiunse in tono più severo: «Se ho capito bene il suo trucco, signore, lei vuole approfittare di certe voci maligne concernenti la mia famiglia, e in particolare la morte improvvisa di mio padre, per defraudarmi del mio denaro, e magari anche per danneggiare la mia reputazione insinuando che ho già riscosso l’affitto che ora le chiedo. Dove crede che sia finito quel denaro? Insisto per saperlo».
Mio nonno vedeva che tutto si stava mettendo contro di lui al punto da ridurlo quasi alla disperazione – spostava il suo peso da un piede all’altro, guardava verso ogni angolo della stanza e non sapeva cosa rispondere.
«Parli, messere» disse il laird, assumendo il particolarissimo aspetto che aveva suo padre quando si arrabbiava – pareva persino che le grinze del suo cipiglio formassero quello stesso terribile ferro di cavallo al centro della fronte. «Parli, signore! Voglio conoscere i suoi pensieri – crede che quei soldi li abbia io?»
«Mi guardo bene dal dire una cosa simile» disse Stephen. «Accusa qualcuno dei miei servi di averli presi?»
«Non vorrei mai accusare persone che possono essere innocenti» disse mio nonno «e se c’è qualcuno tra loro che è colpevole, io non ne ho le prove.»
«Ma da qualche parte il denaro deve pur essere, se c’è una briciola di verità nel suo racconto» disse Sir John. «Le domando dove crede che sia – ed esigo una risposta precisa.»
«All’inferno, se vuol sapere cosa ne penso io» disse mio nonno, messo alle strette «all’inferno! con suo padre, la sua scimmia e il suo corno d’argento.»
E corse giù per le scale (non potendo più stare in salotto dopo una frase simile) e udì il laird lanciargli dietro tuoni e fulmini e corrergli appresso rapido come lo era Sir Robert e chiamare a gran voce il balivo e il barone.
Si precipitò mio nonno dal suo maggior creditore (quello che chiamavano Laurie Lapraik) per vedere se poteva ricavarne qualcosa; ma quando gli raccontò la sua storia, si sentì rovesciare addosso le parole più offensive – ladro, pezzente e fallito erano i termini più gentili; e a questi insulti Laurie aggiunse la vecchia storia che lui aveva le mani macchiate dal sangue dei santi di Dio, come se un fittavolo avesse potuto esimersi dall’andare in guerra con il suo laird, e con un laird come Sir Robert Redgauntlet. Mio nonno a questo punto aveva perso da un pezzo tutta la sua pazienza, e mentre lui e Laurie erano al punto da darsi reciprocamente del bugiardo, lui fu talmente sventato da insultare la fede di Lapraik insieme all’uomo e da dire cose che fecero aggricciare la pelle a quelli che li ascoltavano – non era più in sé e aveva avuto una giornata terribile.
Alla fine si separarono e mio nonno per tornare a casa doveva percorrere a cavallo il bosco di Pitmurkie che è un mucchio d’abeti neri, dicono – io lo conosco quel bosco, ma per quel che ne so gli abeti potrebbero anche essere bianchi. All’ingresso del bosco c’è un terreno demaniale selvatico e sul limitare di questo terreno c’è una piccola e isolata stazione di posta, che era allora gestita da una locandiera, una certa Tibbie Faw, e lì il povero Steenie chiese a gran voce una pinta di brandy perché era tutto il giorno che non si rinfrescava la gola. Tibbie insistette perché prendesse anche un po’ di carne, ma lui non ci pensava neanche e non volle togliere il piede dalla staffa e tracannò tutto il brandy in due sorsate, facendo per ciascuna un brindisi – il primo alla memoria di Sir Robert Redgauntlet, e potesse non riposare mai in pace nella tomba finché non avesse reso giustizia al suo povero fittavolo; e il secondo alla salute del Nemico dell’uomo, perché gli restituisse la borsa con il denaro o gli dicesse cosa ne era stato, perché il mondo intero lo avrebbe presto considerato un bugiardo e un imbroglione, e questo per lui era ancora peggio della rovina della sua casa e della sua proprietà.
Riprese il cammino, poco importandogli di dove andasse.
Era una notte buia e gli alberi la rendevano ancora più buia e lui lasciò che la bestia imboccasse un qualsiasi sentiero nel bosco; quand’ecco che all’improvviso, da stanco e sfinito qual era poco prima, il cavallo cominciò a scattare, a galoppare e a impennarsi, tanto che mio nonno faceva fatica a restare in sella. Dopo un po’ un cavaliere, comparsogli accanto all’improvviso, disse: «È una bestia focosa la sua, amico; vuole vendermela?». Dicendo questo, toccò il collo del cavallo col suo frustino, e l’animale riprese il suo solito incespicante trotterellare. «Ma è una foga che sparisce in fretta, vedo» disse lo sconosciuto «assomiglia tanto al coraggio di certi uomini, convinti di poter fare grandi cose finché non vengono messi alla prova.»
Mio nonno lo ascoltava appena, ma spronò il cavallo dicendo: «Buona sera, amico».
Ma a quanto pareva lo sconosciuto non era di quelli che s’arrendono così facilmente; aveva un bel correre Steenie, quello gli rimaneva vicino procedendo allo stesso passo. Dopo un po’ mio nonno, Steenie Steenson, cominciò ad arrabbiarsi e, a dir la verità, aveva anche un po’ paura.
«Cosa vuole da me, amico?» disse. «Se è un brigante, io non ho denaro; se è un uomo dabbene in cerca di compagnia non ho né lo stato d’animo né l’allegria per chiacchierare; e se vuole informazioni sulla strada, io la conosco appena.»
«Se vuol dirmi cosa l’affligge» disse lo sconosciuto «io sono uno che, pur essendo stato molto calunniato nel mondo, sono sempre disposto a dare una mano ai miei amici.» Allora mio nonno, più per sfogarsi che perché sperasse in un aiuto, gli raccontò la sua storia dall’inizio alla fine.
«È una situazione difficile» disse lo sconosciuto «ma penso di poterla aiutare.»
«Se potesse prestarmi il denaro, signore, senza troppa fretta per la restituzione – io non ho nessun altro su questa terra che possa aiutarmi» disse mio nonno.
«Potrebbe esserci qualcuno sotto terra» disse lo sconosciuto. «Voglio essere franco con lei; potrei prestarle il denaro su garanzia, ma forse le mie condizioni non le piacerebbero. Posso solo dirle che il suo vecchio laird è disturbato nella tomba dalle sue maledizioni e dai gemiti dei suoi familiari e se lei avrà il coraggio di venire a vederlo le darà la ricevuta.»
A questa proposta mio nonno si sentì rizzare i capelli in testa, ma pensò che il suo compagno fosse un burlone che voleva spaventarlo e che alla fine gli avrebbe magari prestato i soldi. Inoltre era imbaldanzito dal brandy e disperato per la sua triste situazione; disse quindi che si sentiva abbastanza coraggio per andare sino alle porte dell’inferno, e anche oltre, pur di procurarsi quella ricevuta. Lo sconosciuto rise.
Continuarono a cavalcare nel folto del bosco, finché all’improvviso il cavallo non si fermò davanti alla porta di una grande casa; e se non avesse saputo di essere a dieci miglia di distanza mio nonno l’avrebbe creduta il castello di Redgauntlet. Entrarono nel cortile esterno passando sulle assi del ponte levatoio e sotto le antiche saracinesche; e tutta la facciata della casa era illuminata e c’erano cornamuse e violini e balli e confusione come a casa di Sir Robert a Pasqua, a Natale e nelle altre grandi feste. Scesero di sella, e mio nonno ebbe l’impressione di legare il cavallo a quello stesso anello cui l’aveva legato quel mattino quando era andato a trovare il giovane Sir John.
«Dio» disse mio nonno «se la morte di Sir Robert fosse stato solo un sogno!»
Bussò alla porta come faceva sempre, e venne ad aprirgli – altra cosa che avveniva sempre – il suo vecchio conoscente Dougal MacCallum, il quale disse: «Steenie, sei arrivato, figliolo. Sir Robert ti sta invocando!».
A mio nonno pareva di essere in un sogno – cercò lo sconosciuto, ma per il momento era scomparso. Dopo un po’ cercò di dire: «Ah, Dougal, sei ancora vivo? Credevo fossi morto».
«Non preoccuparti per me» disse Dougal «ma bada a te stesso, e non accettare niente da nessuno, né carne né brandy né soldi, se non la ricevuta che è il tuo obiettivo.»
Così dicendo gli fece strada attraverso saloni e corridoi, che mio nonno conosceva benissimo, sino al vecchio salotto di quercia; e lì c’erano canti di canzoni profane e barili di vino rosso e discorsi blasfemi e osceni, come al castello di Redgauntlet nei momenti di maggior gaiezza.
Ma che il cielo ci aiuti, quale congrega di orribili convitati era seduta intorno al tavolo! Mio nonno ne conosceva molti che avevano raggiunto da tempo la loro ultima destinazione, perché aveva spesso suonato la cornamusa per la maggior parte di loro nel salone di Redgauntlet. C’era il feroce Middleton e il dissoluto Rothes e l’astutissimo Lauderdale; e Dalyell con la testa calva e la barba lunga sino alla cintola; e Earlshall, con il sangue di Cameron sulla mano; e il crudele Bonshaw, che aveva legato gli arti del povero signor Cargill finché non ne era sgorgato sangue; e Dunbarton Douglas, due volte traditore del re e della patria. C’era il dannato avvocato MacKenye che, per il suo spirito e la sua saggezza, aveva avuto i funerali di un dio. E c’era Claverhouse, bello come quando era vivo, con i lunghi capelli scuri e ricciuti che ondeggiavano sulla giubba di camoscio orlata di pizzi e la mano sinistra sempre sulla scapola per nascondere la ferita infertagli dalla pallottola d’argento. Sedeva lontano dagli altri, e li guardava con aria malinconica e altera; mentre quelli urlavano e cantavano e ridevano, tanto che ne risonava l’intera stanza. Ma i loro sorrisi erano spesso orribilmente contorti; e le loro risate si dissolvevano in suoni talmente striduli che mio nonno si sentiva diventare blu le unghie e gelare il midollo nelle ossa.
Quelli che servivano a tavola erano gli stessi malvagi, servi e soldati, che avevano fatto sulla terra il loro lavoro e i loro atti di crudeltà. C’era il Lang Lad del Nethertown, che aveva contribuito alla presa di Argyle; e l’usciere del vescovo, quello che chiamavano il Serpente di Deil; e le perfide guardie nelle loro giubbe merlettate; e i feroci Amorites delle Highland che spargevano sangue come se fosse acqua; e molti fieri servitori, dal cuore altero e dalle mani insanguinate, che stavano aggrappati ai ricchi rendendoli più malvagi di quanto lo sarebbero stati senza di loro; e stritolavano i poveri polverizzandoli dopo che i ricchi li avevano ridotti a pezzetti. E molti, molti altri stavano arrivando e radunandosi, affaccendati nelle loro incombenze come lo erano stati da vivi.
In mezzo a questa terribile confusione, Sir Robert Redgauntlet urlava, con una voce simile a un tuono, a Steenie, il suonatore di cornamusa, di avvicinarsi al posto di capotavola dove lui era seduto; con le gambe distese davanti a sé e tutto fasciato di flanella, e le pistole accanto e lo spadone appoggiato alla sedia, proprio come lo aveva visto mio nonno l’ultima volta sulla terra – e c’era anche vicino a lui lo stesso cuscino per la scimmia, ma non la creatura – probabilmente non era ancora scoccata la sua ora, perché, venendo avanti, sentì qualcuno che diceva: «Non è ancora arrivato il maggiore?». E un altro rispose: «La scimmia sarà qui prima che sia mattina». E quando mio nonno si fece avanti, Sir Robert, o il suo fantasma, o il diavolo nelle sue sembianze, disse: «Be’, zampognaro, ti sei messo d’accordo con mio figlio per il tuo anno d’affitto?».
Con la massima calma mio nonno riuscì a dire che Sir John non avrebbe considerato chiusa la questione senza una ricevuta di sua eccellenza.
«Te la daremo se ci farai sentire qualcosa con la tua cornamusa, Steenie» disse la parvenza di Sir Robert. «Suonaci Well hoddled, Luckie
Ora questa era un’aria che mio nonno aveva imparato da un mago, il quale l’aveva udita mentre veneravano Satana a una delle loro riunioni, e mio nonno l’aveva a volte suonata durante le baldorie al castello di Redgauntlet, ma mai molto volentieri; e adesso gli venne freddo solo a sentirla nominare e prese a pretesto il fatto di non avere con sé lo strumento.
«MacCallum, braccio di Belzebù» disse il terribile Sir Robert «porta a Steenie al cornamusa che ho tenuto da parte di lui.»
MacCallum gli portò una cornamusa che sarebbe andata bene per lo zampognaro di Donald delle Isole. Ma, porgendogliela, diede a mio nonno una gomitata; e Steenie, guardandola bene e di nascosto, vide che il cannello era d’acciaio, e riscaldato al calor bianco; era stato quindi messo in guardia contro il rischio di accostare ad esso le dita. Perciò chiese ancora scusa e disse che era troppo debole e spaventato e che non aveva fiato a sufficienza per riempire l’otre.
«Allora puoi mangiare e bere, Steenie» disse la figura; «dato che qui non facciamo praticamente altro; ed è una conversazione scomoda quella tra un uomo con la pancia piena e uno che digiuna.»
Ora queste erano le stesse parole che il dannato conte di Douglas aveva detto per distrarre il messaggero del re mentre lui faceva tagliar la testa a MacLennan di Bombie al castello di Threave Il lettore può consultare in particolare l’History of Scotland di Pitscottie (N.d.A.)., per cui Steenie stava sempre più in guardia. Prese dunque energicamente la parola e disse che non era venuto né per bere, né per mangiare, né per fare il menestrello; ma per ragioni sue – per sapere che fine avevano fatto i soldi che aveva versato e per averne ricevuta; e a questo punto era talmente deciso che ordinò a Sir Robert, in nome della sua coscienza (non era autorizzato a pronunciare il santo nome) e della sua speranza d’aver pace e riposo, di non tendergli più tranelli, ma di dargli solo quel che gli era dovuto.
La figura digrignò i denti e rise, ma poi estrasse da un grosso portafoglio la ricevuta e la porse a Steenie. «Eccoti la tua ricevuta, villano; e per quanto riguarda il denaro, quel moccioso di mio figlio può cercarlo nella Cesta del Gatto.»
Mio nonno lo ringraziò moltissimo e stava già per andarsene quando Sir Robert ruggì: «Fermati un momento, figlio di puttana d’uno zampognaro! Non ho ancora finito. QUI noi non facciamo niente per niente. Devi quindi tornare tra dodici mesi in questo stesso giorno per rendere al tuo padrone l’omaggio che mi devi per la mia protezione».
Mio nonno, che ormai aveva la lingua sciolta, ribatté ad alta voce: «Io obbedisco alla volontà di Dio, non alla tua».
Aveva appena pronunciato queste parole che tutto intorno a lui s’abbuiò; e Steenie sprofondò sulla terra con uno choc talmente brusco da fargli perdere il fiato e i sensi.
Quanto tempo fosse rimasto lì, non lo sapeva neanche lui; ma quando rinvenne, si trovò sdraiato nel vecchio cimitero della parrocchia di Redgauntlet proprio davanti alla tomba della famiglia e con lo stemma del vecchio cavaliere, Sir Robert, che gli incombeva sopra la testa. C’era una fitta nebbia sull’erba e sulle tombe, e il suo cavallo stava brucando tranquillo accanto alle due vacche del parroco. Steenie avrebbe pensato che era stato soltanto un sogno, se non avesse avuto in mano la ricevuta, scritta e firmata dal vecchio laird; solo le ultime lettere del suo nome erano un po’ in disordine, come se scrivendole avesse sentito un dolore improvviso.
Profondamente turbato, lasciò quel luogo sinistro, cavalcò nella nebbia sino al castello di Redgauntlet e facendo un gran baccano riuscì a parlare con il laird.
«E allora, povero fallito» furono le sue prime parole «mi hai portato i soldi dell’affitto?»
«No» rispose mio nonno «quelli non ce li ho; ma ho portato all’eccellenza vostra la ricevuta di Sir Robert.»
«Cosa dici, marrano? La ricevuta di Sir Robert! Mi avevi detto che non te l’aveva data.»
«Vuole per favore l’eccellenza vostra vedere se quello che c’è scritto qui va bene?»
Sir John esaminò con attenzione ogni riga e ogni lettera; finendo con la data, che mio nonno non aveva neanche notato. «Dal luogo dove sono stato trasferito»
lesse «il venticinque novembre.» – «Come? Ma è la data di ieri! Furfante, devi essere andato all’inferno per procurartela!»
«L’ho avuto dal padre dell’eccellenza vostra – che poi sia stato in paradiso o all’inferno, proprio non lo so» disse Steenie.
«Ti denuncerò come mago al Consiglio privato» disse Sir John. «Ti manderò dal diavolo tuo padrone, con l’aiuto di un barile di pece e di una torcia.»
«È mia intenzione presentarmi personalmente al Presbiterio» disse Steenie «e raccontare quello che ho visto la notte scorsa, che sono cose più adatte a essere giudicate da loro che da uno zotico come me.»
Sir John fece una pausa, si calmò e volle ascoltare l’intera storia; e mio nonno gliela raccontò punto per punto, come io l’ho raccontata a voi – parola per parola, niente di più e niente di meno.
Sir John tacque di nuovo a lungo, e alla fine disse con voce molto pacata: «Steenie, questa tua storia mette in gioco l’onore di molte famiglie oltre alla mia; e se è una bugia che hai escogitato per sfuggire alle mie minacce, il meno che puoi aspettarti è che ti si pianti nella lingua un ferro rovente, che è come bruciarsi le dita su un cannello che scotta. Comunque potrebbe anche essere vera, Steenie; e se salterà fuori il denaro, non saprò più cosa pensare. Ma dove la troviamo la Cesta del Gatto? In questa vecchia casa di gatti ce n’è un’infinità, ma ho l’impressione che figlino senza bisogno di letti o di ceste».
«Ci converrebbe chiederlo a Hutcheon» disse mio nonno; «lui conosce la casa in tutti i suoi angoli quasi come… un altro servitore che adesso non c’è più e di cui preferirei non fare il nome.»
In effetti Hutcheon, quando glielo chiesero, disse che una torretta in rovina, da tempo non più utilizzata, vicina all’orologio e accessibile solo mediante una scala a pioli, perché aveva l’apertura sull’esterno e parecchio sopra gli spalti, veniva chiamata un tempo la Cesta del Gatto.
«Allora ci vado subito» disse Sir John; e prese (Dio sa perché) una delle pistole di suo padre dal tavolo del salone, dove erano rimaste dalla notte della sua morte, e s’affrettò a salire sugli spalti.
Era un posto pericoloso per arrampicarsi, perché la scala era vecchia e fragile, e mancavano un paio di pioli. Comunque Sir John vi salì e entrò dalla porta della torretta, dove il suo corpo bloccava quel poco di luce che c’era dentro. Poi qualcosa si scaglia contro di lui con violenza e si sente un gran rumore – bang, fece la pistola del cavaliere, e Hutcheon che teneva la scala e mio nonno che gli stava accanto sentono questo sparo fragoroso. Un minuto dopo, Sir John getta verso di loro il cadavere della scimmia, e grida che ha trovato il denaro e che loro devono venire su ad aiutarlo. Ed effettivamente il sacchetto dei soldi era lì, insieme a tante altre cose scomparse da parecchi giorni. E Sir John, dopo aver svuotato la torretta, condusse mio nonno nel tinello e lo prese per mano e gli parlò con gentilezza e disse che gli dispiaceva di aver dubitato della sua parola e che d’ora innanzi sarebbe stato per lui un buon padrone per farsi perdonare.
«E ora, Steenie» disse Sir John «anche se questa tua visione torna, tutto sommato, a onore di mio padre, uomo talmente onesto che anche dopo morto desidera che sia resa giustizia a un poveraccio come te, tu capisci bene che i male intenzionati potrebbero trarne interpretazioni molto negative sulla salute della sua anima. Penso dunque che sia meglio gettare tutta la colpa su quella perfida creatura del maggiore Weir e non dire niente del tuo sogno nella foresta di Pitmurkie. Tu avevi bevuto troppo brandy per poter essere sicuro di qualsiasi cosa; e poi, Steenie, questa ricevuta» – e mentre gliela mostrava gli tremava la mano – «è un documento molto strano, e penso che faremmo meglio a buttarla tranquillamente nel fuoco.»
«Sì, ma per quanto strana, è la sola cosa che attesti che io ho pagato l’affitto» disse mio nonno, che forse aveva paura di perdere i vantaggi della liberatoria di Sir Robert.
«Segnerò a tuo credito il contenuto nel registro degli affitti e ti rilascerò una ricevuta di mio pugno» disse Sir John «e lo farò subito. Inoltre, Steenie, se saprai tenere la bocca chiusa su questa faccenda, da questo trimestre in avanti potrai pagare un affitto più basso.»
«Tante grazie, eccellenza» disse Steenie, che aveva perfettamente capito da che parte soffiava il vento; «mi conformerò sicuramente agli ordini di vostra eccellenza. Solo che vorrei parlare della cosa con qualche autorevole sacerdote perché non mi piace quella specie d’appuntamento che il padre di vostra eccellenza…»
«Non parlare di quel fantasma come di mio padre!» lo interruppe Sir John.
«Be’, diciamo allora, la cosa che gli assomigliava tanto» disse mio nonno «ha detto che dovrò tornare da lui tra dodici mesi esatti, e questo è un peso per la mia coscienza.» «E va bene» disse Sir John «se sei così turbato, puoi parlare al nostro parroco; è un uomo gentile, rispetta l’onore della nostra famiglia e tiene molto alla mia protezione.» A questo punto, mio nonno accettò volentieri che si desse alle fiamme la ricevuta, e il laird la gettò nel fuoco di sua mano. Tuttavia non bruciò; ma volò su per il camino, con una lunga scia di scintille come strascico e un rumore sibilante che pareva un petardo.
Mio nonno andò alla casa parrocchiale e il parroco, udita la storia, disse che a suo avviso, anche se mio nonno aveva un po’ esagerato a immischiarsi in faccende pericolose, aveva però respinto le lusinghe del diavolo (tale era infatti l’offerta di cibi e bevande) e aveva rifiutato di rendergli omaggio suonando la cornamusa, e sperava quindi che, se lui d’ora innanzi si fosse comportato con circospezione, Satana avrebbe tratto ben poco profitto da quanto era successo. In effetti mio nonno, di propria iniziativa, rinunciò per molto tempo alle cornamuse e all’alcol – e fu solo quando trascorse l’anno e passò il giorno fatale, che osò riprendere in mano lo strumento o bere whisky o birra.
Sir John diffuse la storia della scimmia nei termini che meno potevano nuocergli; e ancora oggi c’è chi crede che era stata tutta colpa della cleptomania della bestia. In effetti non si può impedire a nessuno di sostenere che non era il Nemico quello che Dougal e mio nonno videro nella camera del laird, ma solo quella sciagurata creatura, il maggiore, che saltellava sulla bara; e che, per quanto riguarda i suoni di corno del laird che si sentirono dopo la sua morte, l’oscena bestia era in grado di produrli quanto il suo padrone, se non addirittura meglio. Ma il Cielo conosce la verità, che si venne a sapere per la prima volta dalla moglie del parroco, dopo che Sir John e il marito di lei erano scesi nella tomba. E allora mio nonno, indebolito negli arti ma non nel senno o nella memoria – almeno non in misura rilevante – fu costretto a raccontare ai suoi amici la vera storia, per non perdere il suo buon nome. Altrimenti avrebbero potuto accusarlo di stregoneria.


Crediti
 Italo Calvino
 Racconti fantastici dell'Ottocento
  Volume primo
  Il fantastico visionario
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