Entropia e trasformazione istituzionale
XVII/XX Tesi di politica
Le istituzioni sono necessarie per la riproduzione materiale della vita, per la possibilità di azioni legittime democratiche, per ottenere efficacia strumentale, tecnica, amministrativa. Che siano necessarie non significa che siano eterne, perenni, non trasformabili. Al contrario, ogni istituzione che nasce per esigenze proprie di un tempo politico determinato, che struttura funzioni burocratiche o amministrative, che definisce mezzi e fini, è inevitabilmente rosa dal trascorrere del tempo; soffre un processo entropico. All’inizio è il momento disciplinare creativo a dare risposta alle nuove rivendicazioni. Nel suo momento classico l’istituzione compie efficacemente il suo compito. Ma lentamente decade, comincia la crisi: gli sforzi per mantenerla sono maggiori che i suoi benefici; la burocrazia creata inizialmente diventa autoreferente, difende i suoi interessi più che quelli dei cittadini che dice di servire. L’istituzione creata per la vita comincia ad essere motivo di dominazione, esclusione e finanche di morte. È tempo di modificarla, migliorarla, sopprimerla o sostituirla con un’altra che i nuovi tempi obbligano ad organizzare.
Tutte le istituzioni, tutti i sistemi istituzionali, a breve, medio o lungo termine dovranno essere trasformate. Non c’è sistema istituzionale imperituro. Tutta la questione è sapere quando si deve continuare un’istituzione, quando è obbligatoria una trasformazione parziale, superficiale, profonda, o, semplicemente, una modificazione totale, dell’istituzione particolare o di tutto il sistema istituzionale.
Il politico non si afferra alle istituzioni, benché le abbia create con grandi risultati; neanche cambiare le istituzioni per moda, per l’affanno delle novità o per il volere lasciare opere che ricordano la sua gestione.
La vita, nel suo processo evolutivo, ha prodotto trasformazioni genetiche che permisero l’apparizione di nuove specie, più adatte alle condizioni del pianeta Terra. Alla stessa maniera, la vita politica sussume istituzioni che hanno millenni (leadership di re, presidenti, capi militari; come la costituzione di assemblee discorsive, con la votazione dei loro membri, con legislazione delle decisioni di carattere coattivo e con mezzi per fare compiere le loro disposizioni, tra loro i giudici, ecc.), che va realizzando continuamente come una storia dei sistemi e delle istituzioni politiche, che seguite da grandi scoperte tecniche (come la scrittura, la carta, la stampa, la radio, la televisione, il computer e internet, ecc.) possono superare in efficacia l’esercizio delegato del potere di tappe precedenti.
Se si accettasse l’ipotesi dell’economista russo N. D. Kondratieff dei cicli dell’economia, l’ultimo ciclo discendente dell’automobile e del petrolio (a partire approssimativamente nel 1940) si sarebbe esaurito a meta degli anni Novanta. Con la rivoluzione tecnologica delle comunicazioni via satellite articolato all’informatica, che permette a ciascun cittadino di usare un computer e collegarsi a reti mondiali, sarebbe cominciato un nuovo ciclo ascendente (fino al 2020 approssimativamente). Le trasformazioni effettuate in questo ciclo propizio hanno maggiori possibilità di stabilizzarsi che quelle effettuate, anche rivoluzionariamente, nel ciclo discendente precedente (1973-1995).
Riforma, trasformazione, rivoluzione
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Un grande libro di Rosa Luxemburg si chiama Rifonna o rivoluzione. Sembrerebbe che i due concetti siano opposti. Ma in realtà la questione è più complessa. L’opposizione si trova tra riforma (A) e trasformazione (B), essendo la rivoluzione (B.b) un modo radicale di trasformazione. La questione è di maggiore importanza strategica.
In effetti, in certi gruppi di sinistra si pensa che colui che non afferma la possibilità empirica e attuale della rivoluzione è un riformista. Ciò che accade è che i processi rivoluzionari nella storia umana durano secoli per manifestarsi. È vero che li si può preparare, anticipare, ma entro limiti di tempi limitati. Pensare di trovare oggi l’America latina entro una congiuntura rivoluzionaria, come accadde con la Rivoluzione cubana (perché le rivoluzioni di Cile con Allende o del sandinismo in Nicaragua, per esempio, fallirono per un cambio della situazione geopolitica), è confondere politicamente le cose, producendo errori lamentabili.
Marx scrive testi da essere meditati al riguardo: «L’articolazione del cambio delle circostanze con quello dell’attività umana […] si può soltanto concepire ed intendere razionalmente come prassi trasformatrice Tesi su Feuerbach, 3 (Marx, 1856, MEW, 3, p. 534). Qui Marx usa le parole umwälzende Praxis. I filosofi si sono limitati a interpretare il mondo in modi distinti; ciò di cui si tratta è di trasformarlo (verändern) Ibidem, 11 (p. 535). Si rifletti su questo altro testo: «Egli [Feuerbach] non comprende, perciò, il significato dell’attività rivoluzionaria (revolutionäre Tätigkeit) pratico-critica» (Ibidem, 1; p. 533) [tr. it., p. 82].
Nella tradizione di sinistra del xx secolo si intese che un’attività che non era rivoluzionaria era riformista. Se la situazione non era oggettivamente rivoluzionaria si doveva creare, per mezzo di un certo volontarismo, le condizioni affinché assumesse la sua fisionomia rivoluzionaria. Era un idealismo politico sotto il nome di rivoluzione, che alcune volte produsse compromessi estremi in giovani che immolarono le loro vite irresponsabilmente.
D’altra parte, il rivoluzionario doveva usare mezzi violenti, produrre con un salto nel tempo e in maniera immediata la trasformazione di un sistema economico-politico in un altro. La social­democrazia era l’esempio opposto, riformista Le prime opere di E. Laclau si occupano di mostrare l’errore di queste diagnosi che soppressero il campo politico con l’esistenza di leggi necessarie dell’economia. Era un economicismo antipolitico rivoluzionario utopico, nel senso di tentare di effettuare empiricamente ciò che è impossibile., pacifista, istituzionalista, eccetera.
Ebbene, è tempo di ripensare radicalmente la questione. Denomineremo riformista l’azione che sembra cambiare qualcosa, ma fondamentalmente l’istituzione e il sistema rimangono identici a se stessi. La totalità del sistema istituzionale riceve un miglioramento accidentale senza rispondere alle nuove rivendicazioni popolari.
La trasformazione politica significa, al contrario, un cambio in vista dell’innovazione di un’istituzione o che produca una trasmutazione radicale del sistema politico, come risposta alle nuove interpellazioni degli oppressi o degli esclusi. La trasformazione si effettua, benché sia parziale, tenendo come orizzonte una nuova maniera di esercitare in forma delegata il potere (la potestas). Le istituzioni cambiano di forma (si tras-formano) quando esiste un progetto differente che rinnovi il potere del popolo. Nel caso di una trasformazione di tutto il sistema istituzionale (la Rivoluzione borghese inglese nel XVII secolo, la socialista in Cina a metà del xx secolo o la cubana del 1959) possiamo parlare di rivoluzione, che a priori è sempre possibile (perché non c’è un sistema perpetuo), ma la cui empirica fattibilità accade alcune volte nel corso di secoli. Credere che la rivoluzione sia possibile prima del tempo è tanto ingenuo come non avvertire, quando comincia il processo rivoluzionario, la sua empirica possibilità. La storia matura con un ritmo oggettivo che non entra necessariamente nelle biografie personali per quanto volontariamente lo si desideri.

I postulati politici come criteri di orientamento nella trasformazione
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Il tema dei postulati politici assume maggiore importanza nel nostro tempo, poiché molti confondono possibilità logiche (ciò che può essere pensato senza contraddizione) con le possibilità empiriche (ciò che effettivamente può essere realizzato). Ma, inoltre, sono necessarie idee regolative, che operano come criteri di orientamento per l’azione. I naviganti cinesi si orientavano nella notte grazie alla Stella Polare. Era un criterio di orientamento, ma nessun navigante tentava di arrivare alla stella, perché era empiricamente impossibile. In politica i postulati politici – che Kant sviluppò nelle sue opere successive alla Critica del giudizio – possono illuminarci sulle questioni mal poste da una sinistra estrema, un po’ anarchica.
Un postulato politico, ripetendo, è un enunciato logicamente pensabile (possibile) ma impossibile empiricamente, che serve di orientamento per l’azione. In ciascuna delle sfere istituzionali mostreremo l’esistenza e la convenienza di proporre certi postulati, ma non c’è da confonderli con i fini per l’azione, perché sono impossibili empiricamente. Si ricordi quello di postulare una società senza classi. È un postulato: una tale società è impossibile, ma tentando di superare le classi attuali si scopre la possibilità di un progresso sociale che, almeno, nega la dominazione del sistema presente (sotto la forma di classe borghese o operaia) e dà un senso critico alle dominazioni delle classi nel presente storico. La formulazione del postulato aiuta a tentare di dissolvere le attuali classi, avviciniamoci così alla società senza classi (che come la coincidenza delle linee asintotiche è impossibile per definizione).
I principi normativi obbligano la soggettività del politico a risolvere le esigenze dei momenti costitutivi del potere politico, della prassi di liberazione, delle trasformazioni delle istituzioni a favore del popolo. I postulati, che non sono principi normativi, aiutano a orientare la prassi ai suoi fini, a trasformare le istituzioni, fissando un orizzonte di impossibile realizzazione empirica che aprono uno spazio di possibilità pratiche al di là del sistema vigente, che tende ad essere interpretato come naturale e non storico. I postulati svolgono una funzione strategica di apertura a nuove possibilità.
D’altra parte, si devono distinguere i postulati dai paradigmi dei sistemi politici Il paradigma, o modello di un sistema politico, non è un progetto politico concreto, a breve termine.. Il paradigma liberale non è quello dello Stato benefattore; il paradigma neoliberale dovrà, da parte sua, essere rimpiazzato nel presente da un nuovo paradigma alternativo, che si dovrà distinguere nel medio termine (i prossimi venticinque anni) dal paradigma a lungo termine (un nuovo sistema politico in una nuova civilizzazione ecologicamente sostenibile, transcapitalista e transmoderna; ma stiamo parlando di più di cinquanta anni, forse un secolo). Il postulato permette di aprire il paradigma di breve termine a quello di lungo termine.

Crediti
 • Enrique Dussel •
 • Venti tesi di politica •
 • trad. Antonino Infranca •
 • Pinterest •   •  •

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