Il postulato della 'dissoluzione dello Stato'
XX/XX Tesi di politica
Si è posto in maniera inesatta il tema si può cambiare il mondo senza prendere il potere. In primo luogo, il potere non si prende – come se fosse una cosa, un oggetto a portata di mano, un pacchetto ben legato. Il potere è una facoltà della comunità politica, del popolo. Il potere che sembrerebbe che si prenda è solamente quello delle mediazioni o istituzioni dell’esercizio delegato dell’indicato potere fondamentale. Se l’esercizio delegato del potere si realizza in forma obbedenziale questo potere come servizio è giusto, adeguato, necessario. Si dovranno prendere le istituzioni già corrotte, strutturate a partire dal potere feticizizzato, questo esercizio non potrebbe essere a beneficio della comunità, del popolo. Pertanto non si potrebbe cambiare il mondo con questo esercizio corrotto, come è ovvio. Il tema è stato confusamente posto. Semplificando, sarebbe la posizione di M. Bakunin, dell’anarchia, per la quale ogni istituzione è repressiva.
Quando un rappresentante onesto della comunità politica, del popolo, è delegato per l’esercizio del potere istituzionale deve, in primo luogo, non compiere le funzioni già definite e strutturate istituzionalmente dal potere (potestas). È sempre necessario considerare se le istituzioni servono in verità a soddisfare le rivendicazioni della comunità, del popolo, dei movimenti sociali. Se non servono si devono trasformare. H. Chávez cambia la Costituzione all’inizio del suo esercizio delegato del potere; anche Evo Morales; cioè il pacchetto delle istituzioni statali (potestas) bisogna scioglierlo, cambiargli la struttura globale, conservare il sostenibile, eliminare l’ingiusto, creare il nuovo. Non si prende il potere (potestas) in blocco. Lo si ricostituisce e lo si esercita criticamente in vista del soddisfacimento materiale dei bisogni, del compimento delle esigenze normative della legittimità democratica, dentro delle possibilità politiche empiriche. Ma, diciamolo chiaramente, in definitiva, senza l’esercizio delegato obbedenziale del potere istituzionalmente non si può cambiare fattibillnente il mondo. Tentarlo è moralismo, idealismo, apoliticismo astratto, che in definitiva deriva dalle confusioni pratiche e teoriche. Tuttavia, ci ricordano (questi quasi anarchici) che le istituzioni si feticizzano e che bisogna trasformarle (come ci indica K. Marx).
Al livello della fattibilità strategica, per cambiare il mondo, si deve contare su un postulato politico sommamente salutare, quello della dissoluzione dello Stato. Il postulato si enuncerebbe approssimativamente così: Opera in modo tale da tendere all’identità (impossibile empiricamente) della rappresentanza con il rappresentato, in maniera che le istituzioni dello Stato diventino sempre più trasparenti possibili, più efficaci, più semplici, ecc. Non sarebbe, tuttavia, uno Stato minimo (di destra come R. Nozick, o di sinistra come quello di M. Bakunin), bensì uno Stato soggettivato, dove le istituzioni diminuirebbero a seguito della responsabilità ogni volta più condivisa di tutti i cittadini (Lo Stato siamo tutti noi!) Passando dalla polestas alla potentia, e dal singolare al plurale, dello L’État c’estmoi. (Lo Stato sono io! del re di Francia). insieme all’applicazione della rivoluzione tecnologica elettronica che diminuisce quasi a zero il tempo e lo spazio per la partecipazione civica Nel prossimo futuro si potranno avere in secondi l’opinione della totalità della cittadinanza su alcune questioni urgenti (grazie ai cellulari o ai computer, che potrebbero esprimere la posizione di tutti i membri della comunità, del popolo). La rivoluzione elettronica è equivalente alla rivoluzione industriale del XVIII secolo! Ma quella influì principalmente sui processi di produzione industriale, questa interviene anche sul processo di presa di decisioni politiche e di informazione dei cittaclini di tutti gli atti del governo, in parte come comunità di reti. Per M. Hardt ­ A. Negri (cfr. Hardt-Negri, 2004) la moltitudine informata elettronicamente si oppone al popolo. Tuttavia, benché non siamo d’accordo con questi autori, è evidente che il popolo deve egualmente costituirsi (per aumentare la sua fattibilità strategica, accelerare il suo coordinamento nell’azione e difendersi dalla repressione) in una comunità di reti (come accade con il Foro Sociale Mondiale o con il movimento zapatista). Ogni volta più poveri si potenzieranno grazie ai mezzi elettronici (che permettono una solidarietà ampliata, dal locale al nazionale e al globale). per domandare l’opinione della cittadinanza per costituire il consenso o realizzare rapporti burocratici. Sarà uno Stato virtuale con uffici decentralizzati, gestiti con pagine elettroniche. Lo Stato del futuro sarà tanto differente dall’attuale che spariranno molte delle istituzioni più burocratiche, opache, pesanti, ecc. Sembrerà che non ci sarà più Stato, ma sarà più presente che mai come normativa responsabilità di ciascun cittadino per gli altri cittadini. Questo è il criterio di orientamento che si deduce dal postulato.
La trasformazione dello Stato. Il potere civico, il potere elettorale e la società civile. L'esercito difensivo
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A fondamento della trasformazione dello Stato si trova il problema, che deve essere risolto, di costruire una democrazia partecipativa sotto il controllo del popolo sull’esercizio del potere rappresentativo, delegato, amministrativo, legislativo, esecutivo o giudiziario, affinché si soddisfacciano le rivendicazioni dei cittadini, dei movimenti sociali, del popolo. La difficoltà di questa fiscalizzazione si fonda sulla creazione di istituzioni specializzate per esercitare efficacemente l’indicata fiscalizzazione e sui mezzi che le permettano di realizzare questi fini. Ma per questo devono godere di autonomia e autorità concessa per la partecipazione civica.
Davanti alle democrazie formali di transizione, che si organizzarono dal 1983 in America Latina in seguito alla caduta dei governi totalitari imposti dal Dipartimento di Stato statunitense, la classe politica ha esercitato un crescente monopolio nell’esercizio del potere delegato dello Stato (la potestas o Stato in senso stretto, secondo A. Gramsci) per mezzo dei partiti. È necessario aprire politicamente il gioco permettendo la prassi permanente della società civile e dei movimenti sociali con la creazione di istituzioni parallele da sotto a sopra, come democrazia partecipativa (che partirebbero da gruppi di democrazia diretta al di sotto dei municipi: gruppi di quartiere, consigli comunali aperti, ecc.). I loro delegati si organizzerebbero a livello municipale, regionale o statale, ed eleggerebbero, tra di essi, i membri del potere civico – che potrebbe avere un altro tipo di delegazioni.
Il potere civico, che già esiste nella Costituzione bolivariana – ma lì ancora senza forte organizzazione dal basso – sarebbe come il potere fiscalizzatore (una procura politica con massime facoltà) che potrebbe anche convocare una consultazione di tutti i cittadini per revocare il mandato di qualche membro dei quattro poteri (incluso il potere elettorale), o convocare un referendum popolare per qualche questione grave (stipulandosi strettamente le condizioni della possibilità di una tale attuazione). Dovrebbe essere molto più che un semplice Consiglio Morale Repubblicano.
È evidente che quanto maggiore è la complessità delle strutture dello Stato, la governabilità diventa più difficile, specialmente in epoche di crisi. Per questo ci dovrà avere una chiara conoscenza istituzionale per effettuare il controllo o la fiscalizzazione senza cadere nel caos o nell’anomia. In tutti i modi, se c’è informazione elettronica di tutte le azioni dei rappresentanti (stipendi, spese, riunioni, ordini del giorno, pubblicazioni, progetti, consulenze, ecc.), e questi hanno un’assidua intenzione di contatto con i loro rappresentanti, il potere civico ricorderà loro l’esigenza della trasparenza e della responsabilità dei rappresentanti per mezzo dei diritti e del soddisfacimento delle rivendicazioni dei loro rappresentati.
Alla stessa maniera il potere elettorale, eletto con votazione popolare o con intervento del potere civico, non solo forma i criteri per tutte le scelte dei candidati, fiscalizza le spese, dirime i conflitti delle sezioni durante le elezioni, e giudica i risultati, ma anche può essere richiesto ad intervenire per qualsiasi istituzione pubblica o privata in questioni di assemblee o elezioni di queste organizzazioni. Crea, quindi, una cultura democratica di trasparenza in ogni esercizio elettorale nella comunità politica, il popolo, la società civile, ecc.
Da parte sua le associazioni della società civile, e dell’ambito propriamente sociale, assumono, allora, grande importanza, e per questo devono anche essere regolate con le loro costituzioni, nelle procedure democratiche delle loro assemblee, nelle elezioni legittime delle loro autorità, ecc. La società civile organizzata dovrebbe partecipare nella formazione del potere civico e del potere elettorale e, per mezzo delle loro associazioni professionali specifiche, nell’elezione dei membri del Potere giudiziario. Potrebbe anche integrarsi come parte della giuria, in tutti i processi, come accade in Norvegia (in questo paese insieme ai giudici, c’è sempre un semplice cittadino della società civile, che fiscalizza lo stesso giudice in nome della società civile).
A tutto questo si dovrebbe aggiungere che dovendosi concedere alle comunità indigene l’autonomia, almeno al livello municipale, si dovrebbe egualmente organizzare in maniera autonoma e comunitaria, e con sovranità condivisa, come abbiamo detto sopra, l’educazione, la salute, le opere pubbliche, il sistema economico della proprietà, la difesa poliziesca, e finanche la vigenza di un sistema giuridico ancestrale (se lo avessero, con la possibilità di mettere in atto un codice di pene proprio e finanche la nomina di giudici secondo i loro costumi). Lo Stato regionale o particolare dovrebbe richiedere imposte e assegnare risorse specifiche per l’autogestione delle comunità municipali che opererebbero con autorità costituzionale. Il riconoscimento del pluriculturalismo, della piena libertà religiosa in un mondo postsecolare, della diversità delle lingue ufficiali, dei sistemi economico, politico ed educativo, devono affermarsi chiaramente.
Un’ultima istanza di fattibilità critica è l’esercito popolare difensivo. Gli imperi hanno eserciti offensivi con armi offensive (aerei da combattimento, carri armati, ecc.) e finanche equipaggiamenti per la guerra preventiva contro altri popoli. L’unico esercito legittimo è quello che è strategicamente preparato per la difesa. In questo caso la comunità politica è armata o preparata ad usare le armi difensive (come il popolo svizzero), e le sue armi (missili terra-aria contro aerei invasori e missile terra-aria contro carri armati) rispondono alle esigenze di una guerra popolare (come quella del popolo della Spagna contro l’invasione di Napoleone all’inizio del XIX secolo o dell’Iraq ai nostri giorni).
Governabilità e liberazione. Qualcosa di più sulla pretesa critico-politica di giustizia
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La nuova politica non si basa soltanto e principalmente in un cambio del sistema della proprietà, ma soprattutto sui modi di appropriazione delle eccedenze economiche e culturali, regolati da nuove istituzioni politiche di partecipazione La partecipazione deve generalizzarsi in tutte le istituzioni: partecipazione studentesca nelle università e istituzioni educative, degli operai nelle fabbriche; partecipazione dei soci o degli spettatori e giocatori nei club sportivi (anche del grande spettacolo), dei comunicatori nella televisione, nei giornali, nelle radio, ecc. Una società partecipativa, dove i suoi cittadini siano attori, può essere politicamente democratica e autogestita.. E questo grazie all’aumento del tempo libero del cittadino per la cultura, diminuendo il consumo (per motivi ecologici, che aumentino le risorse della Terra e diminuiscano gli scarti della produzione e del consumo), e diminuendo evidentemente le ore di lavoro (come una strada verso il Regno della libertà). Il progresso non si misura quantitativamente con il PIL (con unità mercantili in dollari), bensì con il soddisfacimento soggettivo delle capacità (Amartya Sen le chiamacapabilities ) . Amartya Sen, 1998., il che esige un nuovo paradigma civilizzatore, retto politicamente dalle esigenze della produzione, riproduzione e sviluppo della vita umana, cioè ecologici e culturali.
Benché più complesso, il sistema politico che conta un’ampia partecipazione aumenta la sua legittimità. Si ottiene un costo minimo (anche economico dei servizi) quando c’è un consenso sociale massimo. Il buon governante non teme la partecipazione, ma vigila la governabilità. Spesso si parla della contraddizione tra democrazia, anche quando è partecipativa, e governabilità. Una dittatura, la mano dura, appare superficialmente come forte presenza di un governante che impone governabilità. Tuttavia, la repressione, la dominazione, la mancanza di libertà e di partecipazione indeboliscono il potere (la potentia) e pertanto il governante perde spazio, non ha appoggio, deve obbligare all’obbedienza contro le rivendicazioni popolari. Aumentano le spese dell’esercito, della polizia, della burocrazia. Al contrario, il governante che sa risvegliare la solidarietà, la responsabilità, la partecipazione simmetrica degli oppressi e degli esclusi, oltre a tutti coloro già integrati nella comunità politica, rende più governabile la sua azione. Governabilità e partecipazione simmetrica degli interessati, a tutti i livelli, sono a portata di mano.
Nella misura in cui le esigenze materiali indicate si compiono, insieme a una partecipazione simmetrica crescente (ciò che dà più legittimità, ma allo stesso tempo maggiore complessità al sistema politico), e un’intelligente fattibilità tecnica (ciò che ci apre a una nuova età della politica a tutti i livelli delle mediazioni statali, potendosi usare la comunicazione satellitare e l’informatica da parte dei movimenti popolari e i cittadini) si crea una cultura politica dove i rappresentanti possono proclamare una certa pretesa politica critica di giustizia.
Chiamo pretesa politica critica di giustizia ciò che nell’etica denominiamo pretesa critica di bontà Cfr. Dussel, 2001, pp. 145 e segg.. Il soggetto pratico (etico, politico, economico pedagogico, sessuale, ecc.) per potere avere pretesa, significa che è capace di difendere in pubblico le ragioni che si sono formulate per realizzare un’azione. Queste ragioni devono realizzare le condizioni materiali (della vita), formali (di validità o legittimità) e di fattibilità (che siano possibili fisicamente, tecnicamente, economicamente, ecc.). Se si realizzano queste condizioni si può dire che l’atto è buono. Ma tra buono e pretesa di bontà c’è molta distanza. Essere buono – in senso pieno – è impossibile a causa della finitezza umana. Per questo, ciò che si può enunciare al massimo è: Credo che onestamente ho realizzato le condizioni (le tre indicate) etiche e pertanto ho una pretesa di bontà. Avere pretesa non è essere (buono). Colui che ha onesta pretesa di bontà sa che il suo atto imperfetto inevitabilmente avrà effetti negativi. Ma come ha onesta pretesa non avrà difficoltà ad accettare la responsabilità dell’effetto negativo (un errore pratico, d’altra parte sempre possibile tenendo in conto la finitezza umana), e sarà preparato per correggerlo immediatamente (avendo come criterio correttivo gli stessi principi che fissano le condizioni indicate).
Per questo il cittadino, il rappresentante politico, può avere, nel migliore dei casi davanti alle proprie azioni e nel compimento dell’esercizio delegato del potere, pretesa criticoIl ‘critico‘ è proprio del momento nel quale il politico ha perso l’ingenuità di pensare che il sistema vigente, è già giusto. Visto il sistema dalla parte degli oppressi ed esclusi, il politico consegue coscienza ‘critica‘ decostruttiva e si presta a trasformare ciò che sia necessario. È una ‘pretesa critica e politica di giustizia‘. Giustizia materiale, formale e di fattibilità (in un senso più ampio che quello indicato anche da Maclntyre, 1988).-politica di giustizia. Colui che realizza la nobile funzione della politica deve preoccuparsi di potere avere sempre questa onesta pretesa. Il che non significa, perché è impossibile empiricamente, di non commettere errori, di non avere effetti negativi, ma questi dovrebbero essere non-intenzionali; e, inoltre, immediatamente scoperti (quasi sempre grazie ai nemici), deve intraprendere il compito normativo (etica direbbero altri) di correggere l’errore.
Il giusto, il politico onesto, che ha seriamente e continuamente pretesa critico-politica di giustizia, che intende realizzare ciò che deve normativamente come abitudine politica, sa perfettamente riconoscere l’effetto negativo non-intenzionale dei suoi atti. Si potrebbe dire: Al mio posto chi potrebbe non commettere mai nessun errore?; cioè, colui che non ha peccato scagli la prima pietra. Ma questo errore concreto, non-intenzionale, che ha commesso, se lo riconosce e lo corregge immediatamente, si mostra in questa stessa correzione che l’attore è giusto e che rimane in una non interrotta pretesa critico-politica di giustizia.
In questa Tesi XX sulla fattibilità, vogliamo indicare che questa sfera di trasformazioni possibili (includendo rivoluzioni) si trova dentro l’ambito stretto dell’ottenere la liberazione da uno stato di cose oppressivo o escludente. Per questo sono trasformazioni nella linea di una prassi di liberazione. È vero che la Rivoluzione borghese parlava di libertà. È necessario, adesso, sussumendola, riferirsi alla liberazione (come nel pragmatismo nordamericano che non parla di verità, bensì di verifica-zione); così adesso non ci riferiamo alla libertà, bensì alla libera-zione come processo, come negazione di un punto di partenza, come una tensione verso il punto di arrivo. Unito agli altri postulati della Rivoluzione borghese che si enunciavano con la proclamazione di Eguaglianza, Fraternità, Libertà!, dobbiamo trasformarli nella ribellione dei popoli oppressi ed esclusi della periferia nelle loro lotte per la Seconda Emancipazione, nel nuovo postulato: Alterità, Solidarietà, Liberazione!.
Quanto detto si dovrebbe racchiudere dentro uno spirito di unità latinoamericana (che supererà per sempre l’OSA Organizzazione degli Stati americani [N. d. T.]., organizzazione geopolitica di dominazione nordamericana), integrazione che è iniziata con la firma del Trattato della Comunità dei popoli latinoamericani dell’8 dicembre 2004 a Cuzco. Il destino degli Stati nazionali deve essere oggi integrato a organismi confederati come quello raggiunto dal Trattato costituzionale dell’Unità europea Cfr. la pubblicazione del Tratado por el se establece una Constitución para Europa, Madrid, Biblioteca Nueva, Real Instituo Escano, 2004. Non mi sto rìferendo all’uso che le transnazionali fanno di questa confederazione contro i successi ottenuti dalle lotte sociali da più di due secoli.. L’Europa è un esempio politico su questo piano per il nostro continente culturale e politico, il quale avanza mediante l’esistenza del Mercosur Il Mercato comune economico tra Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, al quale si è aggiunto il Venezuela. e dei movimenti di integrazione in Sudamerica, ai quali dovrebbero prossimamente unirsi il Messico, il Centroamerica e i Caraibi, dando le spalle ai trattati con l’impero del Nord, il quale pensa soltanto ai suoi interessi e affatto a quelli degli altri partecipanti.

Crediti
 • Enrique Dussel •
 • Venti tesi di politica •
 • trad. Antonino Infranca •
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