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La storia dell’uomo non è mai stata così ricca di conversazioni come nell’era di Internet. Eppure nessuno dialoga veramente. Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha capitalizzato con la sua azienda 50 miliardi di dollari, puntando sulla nostra paura di essere soli. Crediamo di comunicare, invece diventiamo casse di risonanza delle nostre stesse parole.
Abbiamo raggiunto un punto nel quale, trascorriamo più tempo davanti agli schermi che di fronte agli altri, e ciò, ha effetti dirompenti che normalmente non percepiamo, dice quest’ intellettuale.

Con lo stesso tono di voce e lo stesso grado di espressività, Zygmunt Bauman, il sociologo più influente degli ultimi decenni, fa battute sulla sua sordità e riflette sulla doppia vita – online e offline – che secondo lui definisce la nostra modernità. “Venite da questa parte – e indica l’auricolare nascosto nel suo orecchio sinistro – in modo che possa sentire un po’ di quello che mi dite e conversiamo”, proferisce in una terrazza a Lignano Sabbiadoro, la raffinata spiaggia della costa friulana in provincia di Udine, dove Bauman è venuto a ricevere il premio Hemingway nella categoria: Adventure Thinking (Avventure del Pensiero). Ha appena messo apposto la pipa in tasca. Ha ancora in mano i due accendini e il pacchetto di tabacco Clan Aromatic, una miscela di quattordici differenti tabacchi prodotti in Olanda.

Quale aspetto della vita moderna le fa perdere il sonno ultimamente?

Zygmunt Bauman: Beh, cerco di semplificare e di trovare un denominatore comune in quello che penso e in quello che dico perché viviamo in un mondo inquieto e ciò che sta alla base comune in tutte le manifestazioni degli inconvenienti di questi tempi è la fluidità, la liquidità corrente che si riflette nei nostri sentimenti, nella conoscenza di noi stessi.

Bauman era già un famoso sociologo, quando lanciò il suo concetto liquido: l’inconsistenza, che per definire il mondo che ci circonda, applicò alla vita, all’amore e alla modernità e, che gli valse notorietà mediatica. Ho scelto di chiamare questo momento attuale, che stiamo vivendo, ‘modernità liquida’, per la crescente convinzione che il cambiamento è l’unica costante e l’incertezza l’unica certezza, ci dice; la vita moderna può acquisire molte forme, ma ciò che le unisce è proprio quella fragilità, temporaneità, vulnerabilità e costante inclinazione a cambiare.

Siamo ancora dominati dall’incertezza?

Zygmunt Bauman: L’incertezza è il nostro stato mentale che è governato da idee come “Io non so cosa succederà”, “Non posso progettare un futuro.” Il secondo sentimento è l’impotenza, perché anche se sappiamo quello che dobbiamo fare, non siamo sicuri se ciò sia efficace: “Non ho le risorse, non ho i mezzi”, “Non ho abbastanza potere da affrontare la sfida”. Il terzo elemento, che è psicologicamente più dannoso, è quello che colpisce l’autostima. Ci si sente un perdente: “Non posso rimanere a galla, sprofondo”, “Sono gli altri che hanno successo.” In questa instabilità, dettata dall’umore maniacale, schizofrenico, l’uomo è alla disperata ricerca di una soluzione magica. Si diventa aggressivi, brutali in relazione con gli altri. Usiamo i progressi tecnologici che teoricamente dovrebbero aiutarci a estendere i nostri confini, al contrario. Li usiamo per diventare ermetici, e ritirarci in quello che io chiamo “echo chambers”, camere da eco: uno spazio dove l’unica cosa che si sente è l’eco della nostra voce, come pure, rinchiuderci in una “sala degli specchi”, dove si riflette solo la nostra immagine e niente di più.

Dove viviamo meglio, online o offline?

Zygmunt Bauman: Oggi viviamo contemporaneamente in due mondi paralleli e diversi: uno, creato dalla tecnologia on-line che ci permette di trascorrere tante ore davanti a uno schermo, e l’altra diciamo, una vita normale, nel senso fuori dallo schermo, e che, in contrapposizione al mondo on-line, chiamo off-line. Secondo le ultime statistiche, in media, ognuno di noi trascorre sette ore e mezzo davanti allo schermo e, paradossalmente, il pericolo di quest’abitudine è la propensione, nella maggior parte degli utenti di Internet, di rendere il mondo on-line, una zona assente di conflitti. Quando camminiamo per una strada di Buenos Aires, Rio de Janeiro, Venezia o Roma, non si può evitare di incontrare la diversità in ogni sua forma, che sia per il diverso colore di pelle, religione e lingua, e con queste persone, dobbiamo negoziare la coesistenza, non è cosa che si possa evitare ma, lo si può su Internet; qui, è come ci fosse una soluzione magica ai nostri problemi, basta spingere un tasto “cancella” e le sensazioni sgradevoli scompaiono. Siamo quindi, in un processo di liquidità, favorito dallo sviluppo di questa tecnologia. Stiamo lentamente dimenticando o non abbiamo mai imparato l’arte del dialogo. Tra i danni più analizzati e teoricamente più nocivi della vita on-line ci sono: la dispersione dell’attenzione, la ridotta capacità di ascoltare e di comprendere, che portano di conseguenza, ad un impoverimento della capacità di dialogo, che è una forma di comunicazione di vitale importanza nel mondo off-line.

Se ci sentiamo a nostro agio in linea, perché dovremmo aver bisogno di recuperare un qualche dialogo?

Zygmunt Bauman: Il futuro della nostra coesistenza nella vita moderna si basa sullo sviluppo dell’arte del dialogo. Il dialogo comporta una reale intenzione di capirsi a vicenda per vivere insieme in pace, anche con le nostre differenze e non a dispetto di loro. Dobbiamo trasformare questa convivenza piena di problemi in cooperazione, che si rivelerà in un arricchimento reciproco, sfruttando l’altrui esperienza, che altrimenti potrebbe essermi inaccessibile, e viceversa. In un mondo di diaspora, globalizzato, l’arte del dialogo è fondamentale. E la diaspora, è un dato di fatto; a Buenos Aires, come altrove c’è una buona raccolta, a Londra, ad esempio, ci sono 70 diverse diaspore: etniche, ideologiche, religiose, che vivono l’una accanto all’altra. Trasformare questa coesistenza in cooperazione è la sfida più importante del nostro tempo. Dialogo significa esporre le proprie idee, anche assumendo il rischio che nel corso della conversazione potremmo avere sbagliato e che l’altro aveva ragione. Il miglior esempio l’ha dato il Papa Argentino: appena preso l’incarico, Francesco concesse la sua prima intervista a Eugenio Scalfari, decano dei giornalisti italiani e ateo dichiarato, e a un giornale anticlericale come La Repubblica.

La vita online è un rifugio o conforto per la mancanza di dialogo?

Zygmunt Bauman: Abbiamo trovato un sostituto al nostro vivere sociale in Internet, che ha facilitato i nostri rapporti nella diversità, schivandoli appunto. E un’altra cosa a vantaggio di tutto ciò, è il cambiamento nella regolamentazione del mercato del lavoro. Gli antichi luoghi di lavoro erano le aree che hanno promosso la solidarietà tra le persone. Erano stabili. Oggi tutto ciò è cambiato con contratti brevi e precari; le condizioni instabili, fluttuanti e senza prospettive di carriera non favoriscono la solidarietà ma la concorrenza. Questi fattori non incoraggiano le persone al dialogo. Sono una persona anziana e non penso che vedrò il problema risolto.

Sorgono in diverse parti del mondo, tuttavia, i processi di auto-organizzazione sociale dal basso. Vicini di casa che riescono a risolvere problemi quali l’insicurezza o recuperare la socialità perduta. È un’alternativa o un palliativo?

Zygmunt Bauman: Ciò che lei segnala è molto importante. È fondamentale per la situazione attuale, perché tutte le istituzioni di azione collettiva che abbiamo ereditato dai nostri antenati, quelle che hanno sviluppato le basi della moderna democrazia come il potere tripartito, il parlamento nelle democrazie rappresentative, le elezioni, la Corte Suprema, non funzionano più correttamente. Tutte queste istituzioni avevano la stessa idea in mente: stabilire le regole della sovranità territoriale, ma viviamo in condizioni di globalizzazione, il ché vuol dire che nessuno è territorialmente indipendente, e che nessun governo oggi può dire di avere il pieno controllo della situazione, perché abitiamo un mondo in cui i mercati, la finanza, il potere, tutto è globalizzato; quindi, quelle istituzioni che una volta erano efficaci nello stabilire l’indipendenza territoriale per un migliore sviluppo dello Stato moderno sono ormai inutili per affrontare la questione dell’interdipendenza che la globalizzazione ci pone di fronte.

I governi sono ciechi o stupidi al punto di non ammettere il problema che la globalizzazione comporta?

Zygmunt Bauman: Propongono soluzioni locali a problemi globali, e non si può pensare con questa logica. È necessario sviluppare soluzioni che rinneghino i confini territoriali propri come l’hanno fatto le banche, i mercati, gli investimenti, le conoscenze, il terrorismo, il traffico di armi, il narco-traffico.

E questo darebbe origine a nuove forme di auto-organizzazione?

Zygmunt Bauman: Sorgono progetti interessanti come lo Slow Food o i Medici Senza Frontiere. Jeremy Rifkin – economista e teorico sociale americano – ha scritto un libro che è stato pubblicato lo scorso anno: “The Zero Marginal Cost Society, The Internet of Things, The Collaborative Commons, and the Eclipse of Capitalism” (Il costo social zero. L’Internet delle cose, i beni comuni collaborativi e l’eclissi del capitalismo), in cui si afferma che una nuova realtà sta emergendo anche se inosservata dall’opinione pubblica. I mercati competitivi sono sostituiti, da ciò che egli chiama “collaborative commons”, beni comuni collaborativi, dove le persone non cercano il guadagno personale, bensì la cooperazione, unendo le forze e condividendo. Condividere conoscenze e risorse, la felicità, la quota di welfare.

Lei è d’accordo su questo?

Zygmunt Bauman: Non saprei dire se Rifkin ha ragione o no. Egli dice che la tecnologia risolverà il problema, che lo farà per noi. Per me questa è una ristampa di un determinismo tecnologico che non mi piace. Mi sembra improbabile suggerire che il problema sia risolto e che il successo della trasformazione in atto sia pre-impostato. Un’ascia può essere usata per tagliare il legno o per tagliare la testa a qualcuno; per cui, anche la tecnologia determina il numero di opzioni aperte per gli esseri umani, ma non determina quale di queste opzioni alla fine sarà scelta o scartata. Che cosa può fare l’uomo è forse una domanda che può essere rivolta alla tecnologia? Che cosa farà l’uomo si dovrebbe chiedere alla politica, alla sociologia, alla psicologia. Le persone sono alla ricerca di alternative alle istituzioni che non funzionano. Realizzano quello che nessuno farà per loro. Questo è innegabile.

Crediti
 • Marina Artusa •
 • Clarín •
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 • Sergio Parilli •
 • Anna Maria T. •

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